STP: crediti d’imposta Industria 4.0 e per gli investimenti nel Mezzogiorno


Forniti chiarimenti sul credito d’imposta Industria 4.0 e credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno per le società tra professionisti (Agenzia delle entrate – Risposta 16 settembre 2021, n. 600).

In relazione alla qualificazione del reddito prodotto dalle società tra professionisti, anche per le S.T.P. trovano conferma le previsioni di cui agli articoli 6, ultimo comma, e 81 del TUIR, per effetto delle quali il reddito complessivo delle società in nome collettivo e in accomandita semplice, delle società e degli enti commerciali di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell’art. 73, comma 1, lettere a) e b), da qualsiasi fonte provenga, è considerato reddito di impresa. Ai fini della qualificazione del reddito prodotto dalle S.T.P., non assume alcuna rilevanza, pertanto, l’esercizio dell’attività professionale, risultando a tal fine determinante il fatto di operare in una veste giuridica societaria.
In funzione di ciò, la società, a fronte di un programma di investimenti in beni strumentali, possa beneficiare sia del credito d’imposta Industria 4.0 ex articolo 1, comma 1057 e seguenti, della legge n. 178 del 2020 sia del credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno ex articolo 1, commi 98-108, della legge n. 208 del 2015, in quanto, destinatari di entrambe le agevolazioni sono, quindi, i soggetti titolari di reddito di impresa, indipendentemente dalla natura giuridica assunta.
In relazione ai medesimi investimenti, è possibile cumulare i due benefici, a condizione che tale cumulo non porti al superamento del costo sostenuto per l’investimento.


Immobili vista mare: il bonus facciate è ammesso


È possibile fruire del “bonus facciate” per lavori relativi ad un edificio situato in prossimità della costa che risulta visibile “solo dal mare” e non anche da vie, strade o suoli pubblici (Agenzia delle Entrate – Risposta 16 settembre 2021, n. 595).

Il cd. “bonus facciate” prevede una detrazione del 90 per cento delle spese documentate sostenute negli 2020 e 2021 per interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti ubicati in zona A o B.
Il beneficio ha lo scopo di incentivare gli interventi edilizi, finalizzati al decoro urbano, rivolti a conservare l’organismo edilizio, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso, in conformità allo strumento urbanistico generale ed ai relativi piani attuativi favorendo, altresì, lavori di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici.
Ai fini dell’agevolazione, gli interventi devono essere:
– finalizzati al “recupero o restauro della facciata esterna;
– realizzati esclusivamente sulle “strutture opache della facciata, su balconi o su ornamenti e fregi”.
Nell’ipotesi in cui i lavori di rifacimento della facciata, ove non siano di sola pulitura o tinteggiatura esterna, riguardino interventi influenti dal punto di vista termico o interessino oltre il 10 per cento dell’intonaco della superficie disperdente lorda complessiva dell’edificio, gli interventi devono soddisfare i requisiti minimi di prestazione energetica negli edifici, e rispettare i valori limite della trasmittanza termica utile delle strutture componenti l’involucro edilizio.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato, tra l’altro, che l’esplicito richiamo agli interventi realizzati esclusivamente sulle strutture opache della facciata, sui balconi, ornamenti e fregi, comporta che sono ammessi al “bonus facciate”, gli interventi sull’involucro “esterno visibile dell’edificio, vale a dire sia sulla parte anteriore, frontale e principale dell’edificio, sia sugli altri lati dello stabile (intero perimetro esterno)” e, in particolare, gli interventi sugli elementi della facciata costituenti esclusivamente la “struttura opaca verticale “.
Si tratta, a titolo esemplificativo, del consolidamento, del ripristino, del miglioramento e rinnovo dei predetti elementi costituenti la struttura opaca verticale della facciata stessa e della mera pulitura e tinteggiatura della superficie, del rinnovo degli elementi costitutivi dei balconi, degli ornamenti e dei fregi nonché dei lavori riconducibili al decoro urbano quali quelli riferiti alle grondaie, ai pluviali, ai parapetti, ai cornicioni e alla sistemazione di tutte le parti impiantistiche che insistono sulla parte opaca della facciata.
Una delle condizioni stabilite per accedere al “bonus facciate” è che la facciata sia visibile da vie, strade o suoli pubblici.
Pertanto, la detrazione non spetta per gli interventi effettuati sulle facciate interne dell’edificio, fatte salve quelle visibili dalla strada o da suolo ad uso pubblico, nonché per la sostituzione di vetrate, infissi, grate, portoni e cancelli.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che nel caso di interventi agevolabili relativi ad un edificio situato in prossimità della costa che risulta visibile “solo dal mare” e non anche da vie, strade o suoli pubblici, le spese sono ammesse a fruire del “bonus facciate”.
Ciò in considerazione della finalità dell’agevolazione di ripristino e mantenimento del decoro urbano, oltre che dalla circostanza che detti lavori non ricadono nelle esclusioni riguardanti lavori su facciate interne di un edificio o su superfici confinanti con spazi interni.

COVID-19 DL Sostegni: no al contributo a fondo perduto con il ribaltamento dei costi


La società che si limita ad operare il ribaltamento dei costi alla società di leasing non può usufruire del contributo a fondo perduto (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 16 settembre 2021, n. 601)

Nella fattispecie la società istante (S.r.l.) ha stipulato nel 2019 un contratto di leasing relativamente ad un fabbricato commerciale da utilizzare come bene strumentale, che all’epoca era da costruire e oggi è in corso di costruzione.
Come d’abitudine, la concedente (S.p.A). finanzia l’intera operazione, dall’acquisto del terreno alla sua completa edificazione, ma la realizzazione del fabbricato avviene su indicazione e responsabilità dell’utilizzatore (S.r.l.). Il contratto di leasing qualifica l’utilizzatore come committente dei contratti di appalto a costruire, le imprese scelte dall’utilizzatore per la realizzazione delle opere come appaltatrici e la concedente come finanziatore delle opere. Le società costruttrici fatturano gli stati di avanzamento lavori all’utilizzatore, la quale rifattura gli stessi importi alla concedente, la quale paga direttamente i fornitori. Le fatture che la società istante riceve in relazione alla costruzione dell’immobile, così come quelle (di pari importo) che emette nei confronti della società di leasing, costituiscono “partite di giro”: le fatture passive non rappresentano costi o spese, così come le fatture attive non rappresentano ricavi, e vengono perciò contabilizzate rispettivamente come debiti e crediti che si compensano totalmente. Con riguardo all’esercizio 2019, per l’operazione di leasing l’istante ha ricevuto fatture passive e rifatturato alla società di leasing. Tra le fatture del 2019 ci sono anche quelle riepilogative degli oneri sostenuti per il terreno edificabile prima della stipula del contratto di leasing, rifatturate alla società di leasing dopo la stipula del contratto stesso. Con riguardo all’esercizio 2020, l’istante ha invece ricevuto fatture passive e rifatturato alla società di leasing.
Considerato che il decreto Sostegni (art. 1 del decreto legge n. 41 del 2021) prevede, per le imprese colpite dall’emergenza Covid-19, un contributo a fondo perduto condizionato alla riduzione del 30% del fatturato medio mensile del 2020 rispetto a quello del 2019, l’istante srl domanda se nel calcolo del fatturato medio mensile debbano o meno essere considerate le fatture di riaddebito emesse nei confronti della società di leasing.
Per il Fisco in relazione all’attività immobiliare descritta in istanza tenuto conto che la società istante si limita ad operare il ribaltamento dei costi alla società di leasing, la stessa non può fruire del contributo qui in esame.


Tassazione del trattamento di previdenza integrativa aziendale


Ai fini della tassazione IRPEF del trattamento di previdenza integrativa aziendale, per i cd. “vecchi iscritti”, l’aliquota al 12,50% si applica alla sola quota ascrivibile al rendimento netto derivante dalla gestione sul mercato del capitale accantonato. La Corte di Cassazione ha precisato che il contribuente che chiede il rimborso delle maggiori ritenute operate ha l’onere di dimostrare quale sia la parte dell’indennità ricevuta ascrivibile a rendimenti frutto d’investimento sui mercati di riferimento. (Ordinanza 10 settembre 2021, n. 24448).

La controversia riguarda il rigetto dell’istanza di rimborso delle maggiori ritenute IRPEF operate sul relativo trattamento di previdenza integrativa aziendale (Fondo PIA, divenuto poi FONDENEL) con l’aliquota prevista per l’indennità di fine rapporto, in luogo dell’aliquota del 12,50% prevista per i redditi di capitale.
In sede di rinvio della causa, la Corte di Cassazione ha disposto che il giudice tributario accertasse, previa disamina dei meccanismi di funzionamento del Fondo nel corso degli anni, il rendimento derivante dall’impiego sul mercato delle somme imputabili ai contributi versati al Fondo dal datore di lavoro e dal lavoratore, così verificando se e quando, sulla base delle norme contrattuali applicabili, i capitali rivenienti dalla contribuzione fossero stati effettivamente investiti, quali fossero stati i risultati dell’investimento ed in qual modo fosse stata determinata l’assegnazione delle eventuali plusvalenze alle singole posizioni individuali. Sulla scorta di tale indagine, il giudice del rinvio avrebbe dovuto quantificare la parte della somma complessivamente erogata al contribuente corrispondente al rendimento netto derivante dalla gestione sul mercato del capitale accantonato mediante la contribuzione del lavoratore e del datore di lavoro e, quindi, calcolare l’imposta dovuta dal contribuente (e, conseguentemente, l’ammontare del suo effettivo credito restitutorio) applicando solo a tale parte l’aliquota del 12,50%.
Il giudice del rinvio ha accolto la tesi del contribuente riconoscendo il rimborso delle maggiori ritenute IRPEF.
La decisione è stata impugnata dall’Agenzia delle Entrate, che ha eccepito il riconoscimento di valore probatorio dirimente alla documentazione (perizia e certificazioni ENEL) prodotta dal contribuente senza valutare le deduzioni in merito alla mancanza di indicazione della quota ascrivibile al rendimento netto derivante dalla gestione sul mercato del capitale accantonato, in violazione dell’indirizzo formulato dal giudice di legittimità.


La Corte di Cassazione ha accolto l’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate, con ulteriore rinvio al giudice tributario per l’accertamento del rendimento netto secondo i principi stabiliti.
La Corte Suprema ha osservato che secondo l’orientamento prevalente in giurisprudenza le prestazioni erogate in forma capitale a soggetto iscritto, da epoca antecedente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 124 del 1993, a fondo di previdenza complementare aziendale (quale il FONDENEL) sono assoggettate a duplice trattamento tributario:
a) agli importi maturati a decorrere 1° gennaio 2001, si applica interamente il regime di tassazione separata di cui agli artt. 16, co. 1, lett. a) e 17 del TUIR;
b) agli importi maturati fino al 31 dicembre 2000, la prestazione è assoggettata al regime di tassazione separata di cui agli artt. 16, co. 1, lett. a) e 17 del TUIR, per quanto riguarda la sorte capitale corrispondente all’attribuzione patrimoniale conseguente alla cessazione del rapporto di lavoro; mentre, alle somme rivenienti dalla liquidazione del cd. “rendimento” – per tale esplicitamente intendendosi il rendimento netto imputabile alla gestione sul mercato del capitale accantonato – si applica la ritenuta del 12,50% prevista dall’ art. 6 della Legge n. 482 del 1985.
Dunque, per gli importi maturati fino al 31 dicembre 2000, il discrimine tra l’applicazione dell’aliquota del 12,50% e la sottoposizione a tassazione separata va, dunque, riferito alla ricorrenza o meno di concreta gestione sul mercato del capitale accantonato.
In particolare, la Suprema Corte ha chiarito che è necessaria una ricostruzione dell’impiego delle somme sul mercato – non necessariamente finanziario -, con apposita verifica se vi sia stato “l’impiego da parte del Fondo sul mercato del capitale accantonato” e quale sia stato “il rendimento di gestione conseguito in relazione a tale impiego, giustificandosi solo rispetto a quest’ultimo rendimento l’affermata tassazione al 12,50%”.
Di conseguenza, gravando sul contribuente che impugni il rigetto di una istanza di rimborso – quale attore in senso sostanziale – l’onere di provare il fondamento della sua pretesa, questi è tenuto a dimostrare quale sia la parte dell’indennità ricevuta ascrivibile a rendimenti frutto d’investimento sui mercati di riferimento; detto onere probatorio non può ritenersi sufficientemente assolto tramite il mero rinvio “al conteggio proveniente dall’Enel, prodotto dal contribuente, non contenente alcuna specificazione sui criteri utilizzati per la quantificazione della voce rendimento, così da chiarire se si trattasse effettivamente di incremento della quota individuale del Fondo attribuita al dipendente in forza di investimenti effettuati dal gestore sul mercato”.
La Corte ha altresì precisato che il requisito dell’imputabilità del rendimento alla gestione sul mercato del capitale accantonato non può ritenersi soddisfatto dall’essere il rendimento ottenuto corrispondente alla redditività ottenuta sul mercato dell’intero patrimonio dell’ENEL (rapporto tra il margine operativo lordo e il capitale investito). Tale coerenza (del rendimento ottenuto dal capitale accantonato con quello ottenuto dal patrimonio dell’ENEL) costituisce, infatti, comunque un dato estrinseco e non causale, nel senso che il primo non può comunque considerarsi frutto dell’investimento di quegli accantonamenti nel libero mercato, come richiesto perché abbia a configurarsi il reddito da capitale della specie richiesta, essendo al contrario esso stesso dipeso da un predeterminato calcolo di matematica attuariale.
In conclusione, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che il più favorevole criterio impositivo (tassazione al 12,50%) può trovare applicazione limitatamente alle somme rivenienti dall’effettivo investimento sul mercato da parte del fondo del capitale accantonato e che ne costituiscono il rendimento. E la prova di ciò deve essere fornita dal contribuente, attore sostanziale del preteso rimborso IRPEF, anche in sede di giudizio di rinvio.

Green Pass rilasciato ai pazienti assistiti a domicilio esente da Iva


Il rilascio delle certificazioni verdi COVID-19, attestanti l’avvenuta guarigione dal virus, da parte dei medici di medicina generale ai pazienti assistiti a domicilio, è riconducibile nell’ambito applicativo dell’esenzione dall’IVA di cui all’art. 10, co. 1, D.P.R. n. 633/1972 (Agenzia Entrate – risposta 15 settembre 2021, n. 591).

L’art. 10, co. 1, n. 18), D.P.R. n. 633/1972 prevede l’esenzione dall’IVA per le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione rese alla persona nell’esercizio delle professioni e arti sanitarie soggette a vigilanza, a condizione che sussista congiuntamente sia il requisito oggettivo (ossia che trattasi di prestazioni di diagnosi, cura e riabilitazione rese alla persona), sia il requisito soggettivo (ossia che le prestazioni siano rese nell’esercizio delle professioni e arti sanitarie soggette a vigilanza, secondo le disposizioni dello Stato).
 Riguardo alla certificazione verde COVID-19, nelle prestazioni di rilascio da parte dei medici di medicina generale, conseguente all’avvenuta guarigione dall’infezione virale, è riscontrabile quella prevalente finalità della prestazione medica, di tutela della salute dell’interessato o della collettività, necessaria per poter fruire del regime di esenzione da IVA. Pertanto, il green pass, attestante l’avvenuta guarigione dal virus, da parte dei medici di medicina generale ai pazienti assistiti a domicilio, è riconducibile nell’ambito applicativo dell’esenzione dall’IVA di cui all’art. 10, co. 1, n. 18), D.P.R. n. 633/1972.


Fisco: nuovi chiarimenti sul Superbonus


In materia di Superbonus, forniti chiarimenti sugli interventi di ristrutturazione edilizia, con aumento volumetrico e realizzazione di impianti, su due unità immobiliari collabenti (F/2) facenti parte di un edificio sprovvisto di APE (Agenzia delle entrate – Risposta 16 settembre 2021, n. 593).

In merito alla fruibilità del Superbonus per la realizzazione degli impianti elettrico ed idraulico, di smaltimento reflui e di adduzione d’acqua, per il recupero delle acque piovane e riutilizzo delle stesse per le cassette di scarico dei servizi igienici delle unità abitative, il Superbonus spetta anche per gli altri eventuali costi strettamente collegati alla realizzazione degli interventi agevolabili, a condizione, tuttavia, che l’intervento a cui si riferiscono sia effettivamente realizzato. Nei limiti di spesa previsti dalla norma per ciascun intervento, pertanto, il Superbonus spetta anche per i costi strettamente collegati alla realizzazione e al completamento dell’intervento agevolato. L’individuazione delle spese connesse deve essere effettuata da un tecnico abilitato. L’Agenzia ricorda, infatti, che, al fine di accedere al Superbonus anche gli interventi in questione sono asseverati da un tecnico abilitato, che ne attesti non solo la rispondenza ai pertinenti requisiti richiesti nei casi e nelle modalità previste dal medesimo decreto, ma anche la congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati.

Ritenuta sui contributi erogati: chiarimenti dal Fisco


L’agenzia delle Entrate con la risposta 15 settembre 2021, n. 586 ha chiarito che della ritenuta del 4% già applicata sul contributo applicato non è esente la ripartizione ai partner.

L’art. 64, D.P.R. n. 600/1973 definisce sostituto d’imposta “chi in forza di disposizioni di legge è obbligato al pagamento di imposte in luogo di altri, per fatti o situazioni a questi riferibili ed anche a titolo di acconto”.


Al riguardo, l’art. 23 del medesimo decreto ricomprende tra i sostituti d’imposta le società e gli enti, pubblici e privati, indicati nell’art. 73 del Tuir che nell’elencare i soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società (IRES), annovera sia gli enti che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale, sia gli enti che non svolgono, in modo esclusivo o principale, attività commerciale.


Relativamente all’obbligo di operare la ritenuta d’acconto, l’art. 28, D.P.R. n. 600/1973 dispone che le regioni, le province, i comuni, gli altri enti pubblici e privati devono operare una ritenuta del 4% a titolo di acconto delle imposte e con obbligo di rivalsa sull’ammontare dei contributi corrisposti ad imprese, esclusi quelli per l’acquisto di beni strumentali.


La ritenuta a titolo di acconto, come noto, costituisce un’anticipazione dell’imposta dovuta dal soggetto e non un ulteriore onere fiscale a carico di quest’ultimo che potrà recuperare la ritenuta d’acconto subita sul contributo percepito in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi, riducendo l’IRES dovuta, ovvero generando un credito da utilizzare in compensazione e/o in detrazione, oppure da chiedere a rimborso.


La norma individua esattamente i soggetti su cui grava l’obbligo di operare la ritenuta, identificandoli nelle regioni, province, comuni ed altri enti pubblici e privati, mentre per delimitare l’ambito di applicazione delle ritenute fissa le seguenti condizioni:


– il destinatario del contributo deve essere un’impresa;


– i contributi non devono essere destinati all’acquisto di beni strumentali.


In relazione ai destinatari del contributo, l’Agenzia delle Entrate ha voluto riferirsi con il termine “imprese” sia a soggetti che rivestono la qualifica di imprenditori commerciali, sia a soggetti che, pur non rivestendo tale qualifica, abbiano conseguito redditi di natura commerciale o che posseggano, più in generale, redditi la cui determinazione ha luogo sulla base delle disposizioni disciplinanti il reddito d’impresa.


Per quanto concerne l’ambito oggettivo di applicazione della ritenuta, il cit. art. 28 stabilisce solo un limite negativo, assoggettando, in via generale, alla ritenuta alla fonte a titolo d’acconto nella misura del 4% qualsiasi forma di contributo, ad eccezione dei contributi per l’acquisto di beni strumentali.


La norma, in sostanza, non individua esattamente i contributi assoggettati a ritenuta, ma si limita ad indicare quelli esclusi, dettando sostanzialmente un principio di carattere generale in forza del quale tutti i contributi corrisposti alle imprese dalle regioni, province, comuni, dagli enti pubblici e privati subiscono la ritenuta alla fonte a titolo d’acconto, con la sola esclusione dei contributi per l’acquisto di beni strumentali.


Riguardo alla contabilizzazione del contributo in conto esercizio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ricorrono i presupposti per l’applicazione della ritenuta del 4%.


Sull’applicabilità della ritenuta nel caso in cui il soggetto promotore e responsabile, ripartisce tra i partner, in base a quanto spettante, il contributo incassato, l’Agenzia ha ulteriormente chiarito che in tal caso il contributo permane anche in capo ai partner e, pertanto, all’atto dell’erogazione del contributo a loro favore occorre operare la ritenuta prevista dal cit. art. 28 al verificarsi dei presupposti richiesti.


Attivo dal 22 settembre lo sportello tessile, moda e accessori


15 SETT 2021 Apre il 22 settembre prossimo lo sportello di Invitalia per la nuova misura a sostegno dell’industria del tessile, della moda e degli accessori. (Invitalia – comunicato 14/09/2021)

La nuova misura promossa dal Ministero dello Sviluppo economico e gestita da Invitalia, eroga contributi a fondo perduto alle start-up e ai giovani talenti che valorizzano prodotti made in Italy di alto contenuto artistico e creativo.


Le domande potranno essere presentate a partire dalle ore 12.00 del 22 settembre 2021 (e fino alle ore 18.00) esclusivamente attraverso la piattaforma informatica che sarà attivata sul sito di Invitalia.


Nei successivi giorni, previa verifica della disponibilità dei fondi, lo sportello aprirà dalle ore 9,00 alle ore 18,00.


Le risorse disponibili sono pari a 5 milioni di euro.


Per maggiori informazioni è possibile chiamare l’848 886 886 dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 18.00.

 


Iva agevolata per le cessioni di beni anti-covid: precisazioni dal Fisco


Forniti chiarimenti sulla riduzione aliquota IVA per le cessioni di beni necessari per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, di cui all’art. 124 del decreto Rilancio (Agenzia delle entrate – Risposta 15 settembre 2021, n. 585).

L’articolo 124 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (cd. decreto Rilancio) ha introdotto una disciplina IVA agevolata in relazione alle cessioni di determinati beni, ivi elencati, considerati necessari per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.
In particolare, le cessioni dei beni sono esenti da IVA senza pregiudizio del diritto alla detrazione in capo al cedente degli stessi, se effettuate entro il 31 dicembre 2020, mentre se effettuate a partire dal 1° gennaio 2021, dette cessioni sono assoggettate all’aliquota IVA del 5 per cento.
Con riferimento al trattamento Iva de:
– i reagenti ad altri prodotti di consumo utilizzati per la diagnostica Covid: possono beneficiare del regime di favore solo quelli che rientrano nelle voci doganali indicate nella circolare;
– i portali o varchi dotati di termocamere per la misurazione della temperatura corporea: si riferiscono ad attrezzature a sostegno dei termoscanner, posizionati all’ingresso degli ospedali o aree pubbliche e svolgono la funzione di permettere una lettura veloce e computerizzata della temperatura corporea, al fine di garantire un’efficace individuazione dei soggetti a rischio Covid. Per le loro caratteristiche, si ritengono strettamente accessori all’apparecchio per la misurazione della temperatura corporea;
– i supporti o sostegni per dispenser di disinfettanti: possono rientrare nel regime di esenzione solo le cosiddette colonnine che presentano sistemi di fissaggio al terreno o al muro (amovibili);
– i kit/accessori/componenti e software necessari per il funzionamento delle attrezzature richiamate dalla disciplina IVA: i codici doganali, ivi richiamati, non figurano nella Circolare 12/D, ad eccezione dei codici ex 9018 9084 “strumentazione per accesso vascolare” ed ex 9018 90 “strumentazione per diagnostica Covid-19”, in relazione ai quali trova applicazione il regime agevolativo in parola;
– le provette non sterili: le “provette non sterili” non rientrano nella definizione di “strumentazione per diagnostica per COVID-19”.


Deducibilità dei contributi di previdenza complementare


I contributi versati alle forme di previdenza complementare sono deducibili, nel limite di euro 5.164,57, anche se versati dal datore di lavoro. In particolare, entro la predetta soglia, il sostituto d’imposta, trattenendo l’onere dal cedolino del dipendente, deduce i contributi a carico del lavoratore e non effettua la ritenuta su quelli a carico del datore di lavoro. (Agenzia delle Entrate – Risposta 15 settembre 2021, n. 589).

I contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro o committente, sia volontari sia dovuti in base a contratti o accordi collettivi, anche aziendali, alle forme di previdenza complementare, sono deducibili, ai sensi dell’articolo 10 del TUIR, dal reddito complessivo per un importo non superiore ad euro 5.164,57. Ai fini del computo del predetto limite di euro 5.164,57 si tiene conto anche delle quote accantonate dal datore di lavoro ai fondi di previdenza di cui all’articolo 105, comma 1, del citato TUIR. (art. 8 del D.Lgs. n. 252 del 2005).
Al riguardo l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’espressione contenuta nel norma “somme versate dal lavoratore e dal datore di lavoro”, benché utilizzi la congiunzione “e” debba essere intesa nel senso di ammettere la deducibilità anche nelle ipotesi di versamento da parte di uno solo dei soggetti (lavoratore, collaboratore ovvero datore di lavoro, committente).
Una diversa interpretazione, che portasse ad escludere la deducibilità in mancanza di versamenti congiunti, sarebbe in contrasto con le finalità del decreto, che intende favorire il ricorso alla previdenza complementare in assoluta libertà di scelta circa la forma previdenziale e l’ammontare del contributo da versare.
Secondo la previsione del citato articolo 10 del TUIR, dal reddito complessivo sono deducibili i contributi versati alle forme pensionistiche complementari di cui al decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 alle condizioni e nei limiti previsti dall’articolo 8 del medesimo decreto.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, in considerazione delle disposizioni suindicate, non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente i contributi versati alle forme di previdenza complementare, nel limite di euro 5.164,57, anche se versati dal datore di lavoro.
Pertanto, entro la predetta soglia, il sostituto d’imposta, trattenendo l’onere dal cedolino del dipendente:
– deduce i contributi a carico del lavoratore;
– non effettua la ritenuta su quelli a carico del datore di lavoro.
A titolo esemplificativo, laddove il datore di lavoro avesse versato in favore di un proprio dipendente euro 4.000 a titolo di contributi di previdenza complementare e analogo importo fosse versato dal lavoratore al fondo di previdenza complementare, il datore di lavoro, a fronte di un reddito di lavoro dipendente di euro 100.000 assoggetterà a tassazione ai sensi dell’articolo 51 del TUIR, euro 98.835,43.
In tale ipotesi, infatti, il versamento di euro 4.000 del datore di lavoro, nonché quello di euro 1.164,57 del lavoratore esauriscono il plafond di euro 5.164,57 e, conseguentemente, la restante contribuzione pari ad euro 2.835,43 (dato da 8.000 – 5.164,57), concorrerà alla formazione del reddito di lavoro dipendente.