Agevolazioni “prima casa”: tardivo rilascio dell’abitazione dell’occupante abusivo

In tema di agevolazioni “prima casa”, la Corte di Cassazione ha affermato che l’occupante abusivo che non ottemperi all’ingiunzione di rilasciare l’immobile, contenuta nel decreto di trasferimento giudiziale dell’immobile, impedendo al compratore di entrarne in possesso, costituisce “causa di forza maggiore” al mancato trasferimento della residenza entro il 18° mese dall’acquisto (Ordinanza n. 12404/2019)

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di liquidazione nei confronti del contribuente contestando la decadenza dei benefici “prima casa” fruiti sull’atto di acquisto dell’abitazione, in seguito al mancato rispetto del termine di 18 mesi per il trasferimento della residenza nel Comune in cui è ubicato l’immobile agevolato.
Il contribuente ha impugnato l’atto, sostenendo che il mancato trasferimento della residenza nei termini previsti dalla normativa doveva attribuirsi a “causa di forza maggiore”, costituita dall’inottemperanza all’ingiunzione di rilascio dell’immobile da parte della persona che lo occupava.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO


La fruizione dei benefici cd. “prima casa” in relazione all’acquisto dell’abitazione in un Comune diverso da quello di residenza, è condizionata al trasferimento della residenza da parte del compratore nel Comune in cui è ubicato l’immobile, entro il termine di 18 mesi dall’acquisto. Detto trasferimento di residenza, dunque, è un elemento costitutivo del beneficio richiesto e provvisoriamente accordato, e costituisce per il contribuente un preciso obbligo nei confronti del Fisco. La mancata attuazione di tale adempimento nel termine indicato, quindi, determina la decadenza dei benefici fiscali accordati, con l’obbligo di versamento delle maggiori somme dovute.
Tuttavia, il mancato stabilimento nei termini di legge della residenza nel Comune in cui è ubicato l’immobile acquistato non comporta la decadenza dell’agevolazione, qualora detto evento sia dovuto a “cause di forza maggiore”, sopravvenute rispetto alla stipula dell’acquisto, non prevedibili e tali da sovrastare la volontà del contribuente di abitare nella prima casa entro i termini di legge.


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Secondo i giudici della Suprema Corte, la “causa di forza maggiore” deve ritenersi realizzata quando la persona che occupava l’immobile non ottemperi all’ingiunzione di rilasciare l’immobile, contenuta nel decreto di trasferimento giudiziale dell’immobile, e vi provveda oltre il termine dei 18 mesi riconosciuto al compratore per trasferire la residenza.
In questo caso, afferma la Corte di Cassazione, il differimento di entrata in possesso dell’immobile da parte del compratore deve essere conteggiato a favore dello stesso ai fini del rispetto del termine dei 18 mesi previsti per il trasferimento della residenza.
Nella fattispecie, la Corte Suprema ha confermato i benefici “prima casa” al contribuente che ha formulato la richiesta di trasferimento di residenza e stipulato i relativi contratti di fornitura nei 18 mesi successivi al rilascio dell’immobile da parte dell’occupante abusivo (avvenuto oltre il 18° mese dall’acquisto).

Via PEC la comunicazione del piano di utilizzo bonus cinema


Rese note le modalità telematiche di invio delle comunicazioni di avvenuto completamento del piano di utilizzo del bonus cinema (Ministero per i beni e le attività culturali – Comunicato 9 maggio 2019).

I produttori indipendenti, le imprese di distribuzione cinematografica, le imprese dell’esercizio cinematografico sono tenuti a comunicare l’avvenuto completamento del piano di utilizzo “Tax credit Produzione nazionale” e “Altri tax credit”, a mezzo PEC all’indirizzo mbac-dg-c.servizio2taxcredit@pec.it.


Controversie tributarie: dagli importi dovuti per la definizione agevolata si scomputano quelli già versat


Dagli importi dovuti per la definizione si scomputano quelli già versati a qualsiasi titolo in pendenza di giudizio e, di conseguenza, l’importo versato per la precedente definizione agevolata, poi non perfezionata, è scomputabile dall’importo lordo dovuto per l’attuale definizione. Ammessa la detraibilità di cui si tratta, la definizione non dà comunque luogo alla restituzione delle somme già versate ancorché eccedenti rispetto a quanto dovuto per la definizione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 09 maggio 2019, n. 136).

Le controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte l’Agenzia delle entrate, aventi ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in Cassazione e anche a seguito di rinvio, possono essere definite, a domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio o di chi vi è subentrato o ne ha la legittimazione, con il pagamento di un importo pari al valore della controversia.
Le controversie tributarie pendenti innanzi alla Corte di cassazione, per le quali l’Agenzia delle entrate risulti soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio, possono essere definite con il pagamento di un importo pari al 5 per cento del valore della controversia.
Sono definibili in via agevolata anche le controversie aventi ad oggetto atti di recupero dei crediti d’imposta indebitamente utilizzati. Gli atti di recupero dei crediti d’imposta indebitamente utilizzati rientrano nel novero degli atti impositivi e, quindi, le relative controversie possono formare oggetto di definizione agevolata.
Posta, quindi, la definibilità delle controversie aventi ad oggetto gli atti di recupero dei crediti d’imposta, nel caso in cui l’Agenzia delle entrate è integralmente soccombente in primo e in secondo grado e la controversia risulta pendente davanti alla Suprema Corte, si può definire la controversia con il pagamento del 5 per cento del relativo valore.
Dagli importi dovuti per la definizione “si scomputano quelli già versati a qualsiasi titolo in pendenza di giudizio” e, di conseguenza, l’importo versato per la precedente definizione agevolata, poi non perfezionata, è scomputabile dall’importo lordo dovuto per l’attuale definizione.
Ammessa la detraibilità di cui si tratta, la definizione non dà comunque luogo alla restituzione delle somme già versate ancorché eccedenti rispetto a quanto dovuto per la definizione.
A seguito del perfezionamento della definizione della controversia, il contribuente può rinunciare al ricorso avverso il diniego della precedente definizione oppure l’ufficio può chiedere la cessata materia del contendere essendo venuto meno l’interesse alla lite.

PIR 2019: le nuove regole per la tassazione agevolata

Il Ministero dello Sviluppo ha approvato la disciplina attuativa dei piani individuali di risparmio a lungo termine (cd. “PIR”) ai fini del riconoscimento del regime fiscale agevolato in seguito alle modifiche introdotte per i piani di risparmio costituiti dal 1° gennaio 2019 (Decreto 30 aprile 2019 ).

La disciplina agevolativa è stata introdotta con la Legge di Bilancio 2017 e prevede l’esenzione IRPEF dei redditi di capitale (diversi da quelli relativi a partecipazioni qualificate) e dei redditi diversi, conseguiti al di fuori dell’esercizio di impresa commerciale da persone fisiche residenti nel territorio dello Stato, derivanti dagli investimenti nei piani individuali di risparmio a lungo termine (cd. “PIR”) che osservano determinati vincoli di composizione e concentrazione, oltre a limiti temporali e divieti di investimento stabiliti dalla normativa di riferimento.
Con la Legge di Bilancio 2019, i requisiti e le condizioni dei PIR, previsti affinché sia riconosciuto il regime fiscale agevolato per i corrispondenti redditi, sono stati modificati in modo da indirizzare parte degli investimenti dei PIR verso il finanziamento di PMI (piccole e medie imprese) e garantire al sistema imprenditoriale italiano una maggiore disponibilità finanziaria da utilizzare negli investimenti produttivi.
In particolare, è previsto che la quota vincolata del PIR (almeno il 70% dei capitali raccolti) deve essere investita:
– per almeno il 5 per cento del valore complessivo in strumenti finanziari, ammessi alle negoziazioni sui sistemi multilaterali di negoziazione, emessi da PMI ammissibili;
– per almeno il 5 per cento in quote o azioni di fondi per il venture capital, o di fondi di fondi per il venture capital;
– per almeno il 30 per cento in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati.
Tale vincolo di composizione deve essere rispettato per almeno 2/3 dell’anno solare.
Per espressa previsione della norma, le nuove regole si applicano ai PIR costituiti a decorrere dal 1° gennaio 2019 e trovano piena attuazione nel Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 30 aprile 2019 (di seguito “decreto”).
Ai fini dell’accesso al regime fiscale agevolato per i redditi provenienti dai PIR, il decreto stabilisce che si considera:
– “PMI ammissibile”, l’impresa non quotata, che occupa meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non superi i 50 milioni di euro e/o il cui totale di bilancio annuo non superi i 43 milioni, residente in Italia o in uno Stato membro dell’Unione Europea o in uno Stato aderente all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo con stabile organizzazione in Italia, a condizione che non abbia ricevuto risorse finanziarie per un ammontare complessivo superiore a 15 milioni di euro a titolo di aiuto al finanziamento del rischio e soddisfi almeno una delle seguenti condizioni: non abbia operato in alcun mercato; operi in un mercato qualsiasi da meno di 7 anni dalla prima vendita commerciale; necessiti di un investimento iniziale per il finanziamento del rischio che, sulla base di un piano aziendale elaborato per il lancio di un nuovo prodotto o l’ingresso su un nuovo mercato geografico, è superiore al 50 per cento del suo fatturato medio annuo registrato negli ultimi 5 anni.
– Fondo per il venture capital ammissibile, l’organismo di investimento collettivo del risparmio residente in Italia o in uno Stato membro dell’Unione europea o in uno degli Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo, che destina almeno il 70% dei capitali raccolti in investimenti in favore di PMI ammissibili.
Il medesimo organismo di investimento collettivo del risparmio che destina l’intero patrimonio raccolto all’investimento in quote o azioni di fondi per il venture capital ammissibili, invece, costituisce un fondo di fondi per il venture capital.


Per quanto concerne le condizioni che il PIR deve rispettare, il decreto stabilisce che:
– la quota vincolata (70% dei capitali raccolti) del PIR costituito dall’investitore privato indipendente, deve essere investita per almeno il 5% in strumenti finanziari ammessi alle negoziazioni sui sistemi multilaterali di negoziazione emessi da PMI ammissibili, e per almeno il 5% in quote o azioni di fondi per il venture capital, o di fondi di fondi per il venture capital. Ai fini del computo di tali quote, della quota del 70 per cento dei capitali raccolti dai fondi per il venture capital, si considerano ammissibili gli investimenti in equity e quasi-equity.
– ciascuna PMI ammissibile non può ricevere un ammontare complessivo di risorse finanziarie a titolo di qualsiasi misura di aiuto per il finanziamento del rischio superiore a 15 milioni di euro.
In ogni caso, il soggetto presso il quale è costituito il PIR deve acquisire, dalle PMI e/o dai Fondi di capital venture finanziati apposite dichiarazioni sottoscritte dai rappresentanti legali che attestano il possesso dei requisiti previsti dalla disciplina agevolativa per l’accesso agli aiuti.


Conta il volume d’affari “complessivo” per l’invio telematico dei corrispettivi dal 1/7/2019


L’obbligo di memorizzazione e trasmissione elettronica dei dati dei corrispettivi giornalieri all’Agenzia delle Entrate dal 1° luglio 2019 è rivolto ai commercianti già in attività e con un volume d’affari complessivo, riferito ad una o più attività, superiore a € 400.000 (Agenzia Entrate – risoluzione 08 maggio 2019, n. 47/E).

A decorrere dal 1° gennaio 2020, i titolari delle attività commerciali “al minuto” devono memorizzare elettronicamente e trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai corrispettivi giornalieri. Per i commercianti con un volume d’affari superiore ad euro 400.000 gli obblighi di memorizzazione e trasmissione elettronica si applicano però a decorrere dal 1° luglio 2019.
Il nuovo obbligo che decorre dal 1° gennaio 2020 sostituisce la registrazione dei corrispettivi e le modalità di assolvimento dell’obbligo di certificazione fiscale dei corrispettivi, fermo restando l’obbligo di emissione della fattura su richiesta del cliente.
L’obbligo di memorizzazione e trasmissione elettronica dei dati dei corrispettivi giornalieri all’Agenzia delle Entrate viene anticipato al 1° luglio 2019 per i commercianti con un volume d’affari superiore ad euro 400.000 annui. In tal senso, il volume d’affari da considerare è quello complessivo del soggetto passivo d’imposta e non quello relativo a una o più tra le varie attività svolte dallo stesso.
Ai fini dell’individuazione dei soggetti tenuti all’obbligo di memorizzazione e trasmissione dal 1° luglio 2019 occorre fare riferimento al volume d’affari complessivo del 2018 e le attività iniziate nel corso del 2019 sono escluse dall’obbligo per il 2019.


Divieto di cancellazione dall’albo in presenza di procedimento penale


Può applicarsi alla cancellazione tout court il divieto di trasferimento dell’iscritto quando esso sia sottoposto a procedimento penale o disciplinare o sia comunque sospeso dall’esercizio della professione. (Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili PO 200/2018).

Nell’ordinamento professionale non sono presenti norme che disciplinano in generale la cancellazione e, quindi, neanche la richiesta di cancellazione in pendenza di procedimento penale. La disciplina della cancellazione va dunque ricavata in via interpretativa dalle norme ordinamentali che la prevedono o la sottintendono.
Nel caso di specie, appare corretta la decisione adottata dall’Ordine che ha rigettato la richiesta di cancellazione presentata da un iscritto sottoposto a procedimento penale. Pur riferendosi alla ipotesi del “trasferimento” (il quale non è ammesso qualora l’iscritto “sia sottoposto a procedimento disciplinare o penale, o quando … si trovi sospeso dall’esercizio della professione) e poiché il trasferimento è una procedura complessa cui afferiscono un procedimento di iscrizione nell’albo di destinazione ed un procedimento di cancellazione dall’albo di provenienza, il divieto previsto dall’art. 38 del d.lgs. 139/2005 può trovare applicazione nel caso di istanza di cancellazione.
Che questa sia la corretta interpretazione da adottare trova conferma nella previsione di cui all’articolo 50, comma 10, dello stesso d.lgs. 139/2005, ai sensi del quale “il professionista che sia sottoposto a giudizio penale è sottoposto anche a procedimento disciplinare per il fatto che ha formato oggetto dell’imputazione.”.
In caso di sottoposizione dell’iscritto a giudizio penale l’apertura del procedimento disciplinare a suo carico è obbligatoria. Ammettere la cancellazione in pendenza di procedimento penale comporterebbe la sottrazione dell’iscritto all’esercizio obbligatorio dell’azione disciplinare nei suoi confronti richiesto dall’ordinamento professionale attualmente vigente.


Ciò premesso, in caso di iscritto sottoposto a giudizio penale è necessario che il Consiglio dell’Ordine proceda con la segnalazione al Consiglio di Disciplina, il quale dovrà obbligatoriamente disporre l’apertura del procedimento disciplinare.
Quanto infine alla questione se la cancellazione possa essere disposta in caso di sospensione dall’esercizio della professione per ragioni differenti dalla morosità, si ribadisce il divieto generale di trasferimento/cancellazione dell’iscritto sospeso dall’esercizio della professione disposto dall’art. 38 d.lgs. 139/2005.

Sul contribuente l’onere della prova per accertamenti bancari


Qualora l’accertamento effettuato dall’Ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, determinandosi un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente (Corte di Cassazione – Sez. VI – Ordinanza 06 maggio 2019, n. 11810).

La Suprema Corte accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro la decisione della CTR che, in controversia su impugnazione di avviso di accertamento per IRPEF, con il quale veniva contestato alla contribuente di aver conseguito redditi di capitale non dichiarati, risultanti dalle movimentazioni bancarie ha respinto l’appello dell’Ufficio.
In materia di accertamenti bancari, qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, determinandosi un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare, con una prova non generica ma analitica per ogni versamento bancario, che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili.
Nel caso di specie, l’Agenzia, fornendo la prova che sul conto corrente della contribuente erano affluite ingenti somme per accreditamenti bancari dall’estero, con la causale dell’operazione “investimenti in beni e diritti immobiliari”, aveva già dimostrato, in via presuntiva, la disponibilità in capo alla contribuente di maggiori redditi tassabili, per cui spettava a quest’ultima, sulla base di una prova, non generica ma analitica per ogni versamento bancario, dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non erano riferibili ad operazioni imponibili e pertanto privi di rilevanza fiscale.

Corrispettivi per la sosta dei veicoli: certificazione con e-fattura

Con la Risposta a interpello n. 135 del 9 maggio 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in caso di richiesta della fattura, il corrispettivo di vendita dei ticket parcheggio di un gestore privato deve essere certificato mediante fattura elettronica in nome e per conto del gestore stesso; se l’utente finale non è un soggetto passivo IVA resta valida la ricevuta fiscale in formato cartaceo. La fatturazione elettronica è sempre esclusa per le cessioni di titoli di sosta di gestori istituzionali

QUESITO


La società svolge attività di acquisto di titoli di sosta dai gestori di autoparcheggio, sia privati che istituzionali, con successiva rivendita agli utenti finali mediante portale.
Con riferimento all’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica delle operazioni, la società ha chiesto chiarimenti in merito alle corrette modalità di certificazione dei corrispettivi di vendita dei ticket parcheggio agli utenti finali.
Con precedenti chiarimenti, relativi a periodi precedenti l’obbligo della fatturazione elettronica è stato chiarito che:
– l’acquisto di titoli di sosta da gestori istituzionali e la successiva vendita agli utenti finali sono operazioni fuori campo IVA, per le quali non c’è obbligo di emettere fattura, ma è sufficiente l’emissione di ricevute con numerazione univoca, in nome e per conto del gestore istituzionale, che opera fuori campo IVA per carenza del requisito soggettivo;
– l’acquisto di titoli di sosta da gestori privati e la successiva vendita agli utenti finali ricadono, invece, nel regime speciale cd. “monofase”, in base al quale l’IVA viene assolta una sola volta alla fonte dal gestore, mentre tutti i successivi passaggi sono esclusi dal campo di applicazione dell’imposta. Gli acquisti dei ticket parcheggio devono essere certificati mediante ricevuta emessa dal rivenditore in nome e per conto del gestore, mentre le successive rivendite agli utenti finali devono essere documentate mediante ricevuta emessa dal rivenditore in nome proprio. Qualora l’utente finale soggetto passivo IVA richieda la fattura, questa deve essere emessa direttamente dal rivenditore entro 90 giorni, in nome e per conto del gestore del parcheggio.

PARERE DEL FISCO


In relazione all’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi tra soggetti residenti e stabiliti nel territorio dello Stato, per quanto riguarda la certificazione dei corrispettivi di vendita dei ticket per la sosta dei veicoli, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che:
– le cessioni di titoli di sosta di gestori istituzionali costituiscono operazioni fuori campo IVA per carenza del requisito soggettivo del gestore. In tal caso, l’acquisto e la rivendita dei ticket di parcheggio da parte di un soggetto terzo non modifica il regime IVA; i corrispettivi di vendita devono essere certificati mediante ricevuta emessa dall’esercente in nome proprio. Proprio perché si tratta di un operazione fuori campo IVA è esclusa l’emissione della fattura, sia elettronica che analogica;
– le cessioni di titoli di sosta di gestori privati, invece, rientrano nel regime IVA monofase. Anche in questo caso, l’acquisto e la rivendita dei ticket di parcheggio da parte di un soggetto terzo non modifica il regime IVA; i corrispettivi di vendita devono essere certificati mediante ricevuta emessa in nome proprio dall’esercente senza indicazione separata dell’imposta, con la specificazione che trattasi di operazione non soggetta. Nel caso in cui l’utilizzatore finale, soggetto passivo IVA, richieda la fattura, l’esercente ha l’obbligo di emettere entro 90 giorni la fattura in forma elettronica, in nome e per conto del gestore privato del parcheggio; in sede di compilazione della fattura elettronica i dati del gestore devono essere indicati nel campo “SOGGETTO EMITTENTE”, esponendo l’importo dell’IVA, con l’inserimento nel campo “ALTRI DATI GESTIONALI” del riferimento “operazione rientrante nel regime monofase di cui all’art. 74 del DPR n. 633/1972“.


Nuove specifiche tecniche per la modulistica del RI/REA


Anche per il 2019 sono state modificate le specifiche tecniche per la presentazione delle domande al Registro delle Imprese ed al REA (Ministero Sviluppo Economico – decreto 02 maggio 2019).

Le nuove specifiche tecniche decorrono dal 15 maggio 2019 ed incidono sulla creazione dai programmi informatici finalizzati appunto alla compilazione delle domande e delle denunce da presentare all’ufficio del registro delle imprese per via telematica o su supporto informatico.


Le variazioni riguardano:
– la creazione di nuovi comuni per fusione di preesistenti;
– le modifiche codici e denominazioni comuni;
– la modifica denominazione stato;
– la modifica descrizione codice startup.

Proroghe al tax credit sale e programmazione


8 MAG 2019 Prorogate le scadenze per la presentazione delle domande relative al tax credit per le sale cinematografiche (Ministero per i beni e le attività culturali – Direzione Generale Cinema – Comunicato 7 maggio 2019, n. 5034).

Nello specifico:
– domande definitive tax credit sale (investimenti): proroga a venerdì 10 maggio 2019, ore 23.59;
– domande di tax credit per la programmazione (Recupero 2018): proroga a mercoledì 15 maggio, ore 23.59.
L’apertura della modulistica relativa al tax credit programmazione per il 2019 rimane invariata al 13 maggio 2019.