Primi chiarimenti sulle ritenute fiscali negli appalti


Forniti i primi chiarimenti sulle misure introdotte per contrastare l9illecita somministrazione di manodopera negli appalti, riguardante l’omesso o insufficiente versamento delle ritenute fiscali (Agenzia entrate – circolare n. 1/2020).

Dal 1° gennaio 2020 è in vigore la nuova disciplina volta a contrastare l’omesso o insufficiente versamento, anche mediante l’indebita compensazione, di ritenute negli appalti e subappalti, nonché l’utilizzo della compensazione per il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi assicurativi obbligatori.
La disciplina normativa in questione impone ai sostituti d’imposta residenti che affidano il compimento di una o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore a € 200.000 a un’impresa, tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma, di richiedere all’impresa appaltatrice o affidataria e alle imprese subappaltatrici, obbligate a rilasciarle, copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute, trattenute dall’impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio.
Al fine di consentire al committente il riscontro dell’ammontare complessivo degli importi versati dalle imprese, entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento (il giorno 21 del mese), l’impresa appaltatrice o affidataria e le imprese subappaltatrici devono trasmettere al committente e, per le imprese subappaltatrici, anche all’impresa appaltatrice copia delle deleghe di pagamento e un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente, con il dettaglio:
– delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato;
– dell’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione;
– delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.


Ambito soggettivo


A fronte dei lavori commissionati in appalto, sono tenuti a richiedere copia delle deleghe di pagamento delle ritenute versate ai lavoratori impiegati nei lavori:
– le Società di capitali e gli enti soggetti a Ires residenti nel territorio dello Stato che esercitano imprese commerciali o imprese agricole;
– le Società di persone e le associazioni soggette a Irpef residenti nel territorio dello Stato che esercitano imprese commerciali o imprese agricole;
– persone fisiche residenti nel territorio dello Stato che esercitano imprese commerciali o imprese agricole;
– persone fisiche residenti nel territorio dello Stato che esercitano arti e professioni;
– curatore fallimentare e commissario liquidatore residenti nel territorio dello Stato.


Sono invece esclusi dalle disposizioni di cui all’art. 17-bis:
– i soggetti non residenti senza stabile organizzazione in Italia;
– i soggetti non residenti senza stabile organizzazione in Italia affidatari delle opere o dei servizi, in quanto non rivestono la qualifica di sostituti d’imposta;
– i soggetti residenti che non esercitano attività d’impresa o non esercitano imprese agricole o non esercitano arti o professioni;
– i condomìni, in quanto non detengono in qualunque forma beni strumentali e non possono esercitare alcuna attività d’impresa o agricola o attività professionale;
– gli enti non commerciali (enti pubblici, associazioni, trust ecc.) limitatamente all’attività istituzionale di natura non commerciale svolta.


Ambito oggettivo


I nuovi adempimenti trovano applicazione al ricorrere dei seguenti presupposti:
– affidamento a un’impresa, tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati, del compimento di un’opera o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore ad euro 200.000;
– i contratti devono essere caratterizzati da  prevalente utilizzo di manodopera, prestazione svolta presso le sedi di attività del committente e utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente o ad esso riconducibili in qualunque forma.


Le nuove disposizioni non trovano applicazione qualora le imprese appaltatrici o affidatarie o subappaltatrici comunicano al committente, allegando la certificazione rilasciata dall’Agenzia delle entrate, la sussistenza dei seguenti requisiti nell’ultimo giorno del mese precedente a quello di scadenza del pagamento delle ritenute:
– risultino in attività da almeno tre anni;
– siano in regola con gli obblighi dichiarativi;
– hanno eseguito nel corso dei periodi d’imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni medesime.


La certificazione è messa a disposizione dell’impresa o di un suo delegato, a partire dal terzo giorno lavorativo di ogni mese, da parte di un qualunque ufficio territoriale della Direzione provinciale dell’Agenzia delle entrate competente in base al domicilio fiscale dell’impresa. Per i grandi contribuenti il certificato è messo a disposizione presso le Direzioni regionali.
Il certificato ha una durata di quattro mesi dalla data del rilascio, superati i quali le predette imprese devono acquisire un nuovo certificato.


Obblighi


I committenti, gli appaltatori, i subappaltatori, gli affidatari e i soggetti degli altri rapporti negoziali sono soggetti a tre differenti obblighi, in relazione ai redditi di lavoro dipendente e assimilati da erogarsi successivamente.


Divieto di compensazione


Le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici sono obbligate al versamento delle ritenute, da essi trattenute ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio, con distinte deleghe per ciascun committente, senza possibilità di compensazione.
Il suddetto divieto non trova però applicazione nei confronti dei sostituti d’imposta. Infatti, i sostituti interessati dall’applicazione del divieto, maturano correntemente crediti che possono utilizzare in compensazione tramite modello F24 ai soli fini del pagamento delle ritenute operate a carico dei percipienti.
Non sono, invece, ammesse eccezioni per gli altri crediti maturati dalle imprese utilizzabili in compensazione tramite modello F24, quali, a titolo esemplificativo, i crediti tributari (IVA, imposte dirette), i crediti derivanti da agevolazioni e i crediti maturati per contributi e premi assicurativi obbligatori.
Tali crediti, in nessun caso, potranno essere utilizzati ai fini del pagamento delle ritenute, ma dovranno essere compensati con altri debiti tributari e contributivi dell’impresa.


Invio dati da parte degli affidatari e controlli da parte del committente


Le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici sono obbligate a rilasciare al committente copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute, da essi trattenute ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio.
Il termine ultimo per il predetto adempimento è fissato in cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento delle ritenute. Qualora il pagamento delle retribuzioni sia effettuato il mese successivo alla prestazione dell’opera, il predetto termine scadrà ordinariamente il secondo mese successivo a quello di riferimento della busta paga.
Le imprese subappaltatrici sono tenute a inviare copia delle suddette deleghe sia al committente originario sia all’impresa appaltatrice.
Inoltre, le imprese appaltatrici o affidatarie e le imprese subappaltatrici devono inviare al committente:
– un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente;
– il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato;
– l’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione;
– il dettaglio delle ritenute fiscali operate nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.


Sospensione dei pagamenti da parte del committente


Il committente è tenuto a sospendere il pagamento dei corrispettivi maturati dall’impresa appaltatrice o affidataria, qualora entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento (giorno 21 del mese):
– sia maturato il diritto a ricevere corrispettivi dall’impresa appaltatrice o affidataria e questa o le imprese subappaltatrici non abbiano ottemperato all’obbligo di trasmettere al committente le deleghe di pagamento e le informazioni relative ai lavoratori impiegati;
– risulti l’omesso o insufficiente versamento delle ritenute fiscali rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa.


La sospensione del pagamento è effettuata finché perdura l’inadempimento riscontrato dal committente e sino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’opera o del servizio, ovvero per un importo pari all’ammontare delle ritenute non versate rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa.
Nell’ipotesi di ritenute non versate rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa, il committente deve trattenere il minore tra i due menzionati ammontari, mentre nell’ipotesi in cui non gli sia stata trasmessa la documentazione deve trattenere il 20% del valore complessivo dell’opera o del servizio.
In entrambi i casi, entro novanta giorni dall’avvenuto riscontro dell’inadempimento, il committente deve darne comunicazione all’ufficio dell’Agenzia delle entrate territorialmente competente nei suoi confronti.


Sanzioni


Qualora l’impresa appaltatrice o affidataria o subappaltatrice abbia commesso violazioni, ivi compresa la violazione del divieto di compensazione, il committente è tenuto al versamento di una somma pari alla sanzione irrogata all’impresa appaltatrice o affidataria o subappaltatrice per la non corretta determinazione ed esecuzione delle ritenute, nonché per il tardivo versamento delle stesse, senza possibilità di compensazione.
Fino al 30 aprile 2020, se l’appaltatore abbia correttamente determinato ed effettuato i versamenti delle ritenute fiscali, senza utilizzare per ciascun committente distinte deleghe, al committente non sarà contestata la violazione.


Fissati i limiti massimi di spesa detraibili per la frequenza di università non statali



Stabiliti gli importi delle tasse e dei contributi delle università non statali ai fini della detrazione dell’imposta lorda per l’anno 2019 (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Decreto 19 dicembre 2019).


Per l’anno 2019, è detraibile dall’IRPEF un importo pari al 19% delle spese sostenute relativamente alle tasse e ai contributi di iscrizione per la frequenza dei corsi di laurea, laurea magistrale e laurea magistrale a ciclo unico delle università non statali, nei limiti massimi individuati distintamente in base all’area disciplinare di afferenza ed alla regione in cui ha sede il corso di studio, come di seguito indicati:























Area disciplinare corsi istruzione

Nord

Centro

Sud e isole

Medica € 3.700 € 2.900 € 1.800
Sanitaria € 2.600 € 2.200 € 1.600
Scientifico-tecnologica € 3.500 € 2.400 € 1.600
Umanistico-sociale € 2.800 € 2.300 € 1.500


Con riferimento alle tasse e contributi sostenuti nel 2019 per la frequenza di corsi di dottorato, di specializzazione e di master universitari di primo e secondo livello, la spesa massima detraibile è pari a:
– € 3.700 per i corsi e i master con sede in Regioni del Nord;
– € 2.900 per i corsi e i master con sede in Regioni del Centro;
– € 1.800 per i corsi e i master con sede in Regioni del Sud e nelle Isole.
Agli importi di cui sopra va sommato l’importo relativo alla tassa regionale per il diritto allo studio.
Si rammenta che gli importi in questione vengono aggiornati entro il 31 dicembre di ogni anno con decreto ministeriale.

Decorrenza delle modifiche introdotte dalla legge di bilancio 2020 al “regime forfetario”


Le modifiche alla disciplina del regime forfetario, riguardano sia i requisiti di accesso sia le cause di esclusione. I contribuenti che nel 2019 hanno superato i limiti previsti dalla legge di bilancio 2020 non potranno accedere al regime forfetario nel 2020. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 11 febbraio 2020, n. 7/E)


 


Con l’articolo 1, comma 692, della legge di bilancio 2020 sono state apportate modifiche alla disciplina del regime forfetario, sia con riferimento ai requisiti di accesso sia in relazione alle cause di esclusione.
In particolare, con riferimento ai requisiti di accesso, è stato disposto che i contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni applicano il regime forfetario se, al contempo, nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a euro 65.000 e se hanno sostenuto spese per il personale e per lavoro accessorio non superiore a 20.000 euro (originariamente il limite era fissato in 5.000 euro).
Con riferimento alle cause di esclusione, la disposizione inserita nella legge di bilancio 2020 ha previsto quale causa di esclusione dall’applicazione del regime forfetario l’ipotesi in cui, nel periodo d’imposta precedente, il soggetto abbia percepito redditi di lavoro dipendente o assimilati di importo lordo superiore a 30.000 euro.
Ai fini della individuazione del periodo di imposta a decorrere dal quale le suddette modifiche producono effetto, si osserva che il limite delle spese va verificato con riferimento all’anno precedente all’applicazione del regime forfetario.
Di conseguenza, i contribuenti che nel 2019 hanno superato i limiti previsti non potranno accedere al regime forfetario nel 2020.
Anche per la clausola di esclusione, in base al tenore letterale della norma, si evidenzia che la stessa opera già dal periodo d’imposta 2020 se i contribuenti nel periodo d’imposta 2019 conseguono redditi di lavoro dipendente e/o assimilati in misura superiore a € 30.000.


 


Credito professionale incassato dagli eredi: tassazione

Il credito professionale riscosso dagli eredi del professionista, che abbia chiuso anticipatamente la partita IVA prima del decesso, conserva la natura di compenso professionale. Di conseguenza, in capo agli eredi le somme costituiscono redditi di lavoro autonomo professionale soggetti ad IRPEF a tassazione separata, e il committente (debitore) è tenuto ad operare la ritenuta d’acconto in qualità di sostituto d’imposta. Ai fini IVA, lo stesso committente deve emettere autofattura e versare l’imposta. (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 52 del 2020).

Nel caso in cui il contribuente eredita un credito professionale, insinuato in una procedura fallimentare, per il quale era stato emesso un progetto di notula, qual è il trattamento fiscale corretto cui assoggettare le somme nel momento in cui il curatore fallimentare effettua il pagamento, considerato che il de cuius, prima del decesso, ha chiuso anticipatamente la partita IVA!?


Ai fini IVA, con riferimento ai crediti professionali, la giurisprudenza ha chiarito che il fatto generatore del tributo e, dunque, l’insorgenza della correlativa imponibilità vanno identificati con la materiale esecuzione della prestazione, mentre il conseguimento del compenso individua solo la sua condizione di esigibilità ed estremo limite temporale per l’adempimento dell’obbligo di fatturazione; pertanto il compenso di prestazione professionale è imponibile ai fini IVA, anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, ed alla relativa formalizzazione.
In virtù di tale orientamento formatosi in giurisprudenza, è stato altresì affermato il principio che “in presenza di fatture da incassare o prestazioni da fatturare, gli eredi non possono chiudere la partita IVA del professionista defunto sino a quando non viene incassata l’ultima parcella (…). Resta, peraltro, salva la possibilità di anticipare la fatturazione delle prestazioni rese dal de cuius e di chiudere la partita IVA, salvo, in tale evenienza, computare nell’ultima dichiarazione annuale IVA anche le operazioni per le quali non si è verificata l’esigibilità dell’imposta, ossia anticipare l’esigibilità rispetto al momento dell’effettivo incasso.”
Nel caso esaminato, tuttavia, la partita IVA risulta chiusa anticipatamente già dal de cuius. Ciò comporta l’impossibilità da parte degli eredi di porre in essere gli adempimenti relativi all’obbligo di fatturazione in relazione al pagamento del credito professionale (ereditato) disposto dalla curatela fallimentare.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, in tal ipotesi, data l’impossibilità per gli eredi di riaprire la partita IVA, l’obbligo di fatturazione dell’operazione deve essere assolto dal committente (nella fattispecie il curatore fallimentare) mediante l’emissione di un’autofattura, con il versamento della relativa IVA.
Per quanto concerne la tassazione ai fini IRPEF, il TUIR stabilisce che “in caso di morte dell’avente diritto i redditi che secondo le disposizioni relative alla categoria di appartenenza sono imputabili al periodo d’imposta in cui sono percepiti, determinati a norma delle disposizioni stesse, sono tassati separatamente anche se non rientrano tra i redditi soggetti a tassazione separata”. In altri termini i compensi da liquidare agli eredi conservano la loro natura e, pertanto, devono essere assoggettati a tassazione secondo le modalità, stabilite dalla categoria di appartenenza, che sarebbero state applicate se i redditi fossero stati percepiti direttamente dal de cuius.
Nella fattispecie, dunque, i compensi professionali (per le prestazioni effettuate dal de cuius e percepite dagli eredi) costituiscono redditi di lavoro autonomo tassati secondo il principio di cassa con tassazione separata, salvo la facoltà per gli eredi di optare per la tassazione ordinaria.
Infine, visto che i compensi conservano la natura di redditi di lavoro autonomo professionale, il committente (in specie il curatore fallimentare), in qualità di sostituto d’imposta, è tenuto ad operare la ritenuta d’acconto del 20 per cento all’atto del pagamento.

Chiarimenti sull’aliquota Iva da applicare alla costruzione di strutture assistenziali per autistici

 



La costruzione di strutture assistenziali per autistici sconto l’Iva del 10% in quanto usufruiscono delle medesime agevolazioni fiscali previste per le abitazioni civili (Agenzia entrate – risposta 11 febbraio 2020, n. 41).


 


Le agevolazioni fiscali e tributarie previste per la costruzione di case civili sono validamente applicabili anche agli edifici scolastici, alle caserme, agli ospedali, alle case di cura, ai ricoveri, alle colonie climatiche, ai collegi, agli educandati, agli asili infantili, agli orfanotrofi e simili.


Di conseguenza, qualora gli edifici da costruire siano qualificabili come “case di cura” o “ricoveri” o strutture similari, si applica l’aliquota IVA del 10%, prevista per la costruzione delle abitazioni civili, fermo restando che le caratteristiche strutturali e la destinazione/conduzione dell’intero complesso rispecchino effettivamente e in modo univoco, anche catastalmente, le descritte finalità, nel rispetto ovviamente della normativa di settore.


Qualora la struttura sia realizzata sulla base di un unico contratto di appalto con un corrispettivo unico forfettario, l’intera prestazione deve essere soggetta all’aliquota IVA più elevata.

Primo semestre senza sanzioni in caso di omessa trasmissione telematica dei corrispettivi


In caso di mancata trasmissione dei dati relativi ad operazioni effettuate nel primo semestre di vigenza dell’obbligo, la violazione, può essere regolarizzata, senza che siano dovute sanzioni amministrative, tramite l’esecuzione dell’adempimento omesso ovvero procedendo alla trasmissione dei dati non oltre la scadenza del termine del 30 aprile 2020 previsto per la presentazione della dichiarazione IVA relativa al periodo d’imposta 2019. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 10 febbraio 2020, n. 6).

La normativa prevede che nel primo semestre di vigenza dell’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, decorrente dal 1° luglio 2019 per i soggetti con volume di affari superiore a euro 400.000 e dal 1° gennaio 2020 per gli altri soggetti, le sanzioni non si applicano in caso di trasmissione telematica dei dati relativi ai corrispettivi giornalieri entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, fermi restando i termini di liquidazione dell’imposta sul valore aggiunto. (Arti. 2, co. 6-ter, d. lgs. n. 127/2015).
I dubbi riguardano l’applicazione delle sanzioni qualora, durante il primo semestre di vigenza dell’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, di fatto siano state adottate forme diverse di documentazione dei corrispettivi.
Più in dettaglio, si tratta delle ipotesi in cui il contribuente con volume d’affari superiore a 400.000 euro abbia emesso fatture in luogo della memorizzazione e trasmissione dei corrispettivi ovvero, nelle more di dotarsi di registratore telematico (RT) per l’effettuazione di tale adempimento, abbia emesso scontrini o ricevute fiscali secondo la precedente normativa.
Il Fisco fornendo indicazioni sul punto, ha precisato che già la normativa in esame fornisce risposta alle potenziali difficoltà in sede di prima applicazione dell’obbligo di memorizzazione e trasmissione dei dati dei corrispettivi giornalieri, consentendo ai contribuenti interessati, ancora privi di un RT, di trasmettere i dati relativi ai corrispettivi giornalieri entro termini più ampi da quelli previsti, ossia entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione.
Inoltre, ha individuato le modalità di trasmissione telematica e i dati da inviare in tale caso, fermo restando, che l’obbligo di memorizzazione giornaliera dei corrispettivi, in assenza di RT, deve comunque essere assolto mediante i registratori di cassa già in uso ovvero tramite ricevute fiscali.
In sintesi, i contribuenti tenuti alla memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri e privi di RT nel primo semestre di vigenza dell’obbligo e fino al momento di disponibilità dell’RT:
a) certificano i corrispettivi per mezzo di scontrini e ricevute fiscali;
b) inviano i relativi dati entro l’ultimo giorno del mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione secondo le indicazioni contenute nel citato provvedimento direttoriale del 4 luglio 2019;
c) liquidano comunque correttamente e tempestivamente le imposte.
Non sussiste invece l’obbligo memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri laddove, in luogo di scontrini ovvero ricevute fiscali, le operazioni siano state documentate tramite l’emissione di fatture ex articolo 21 o 21-bis del decreto IVA. Va ricordato, infatti, che:
– le nuove disposizioni non hanno abrogato né modificato quelle in tema di fatturazione, con i relativi termini e modalità che restano quindi validi ed applicabili;
– l’emissione di una fattura, nelle ipotesi di operazioni ex articolo 22 del decreto IVA non solo è possibile ma, in linea generale, è obbligatoria a fronte della richiesta del cliente.
Ugualmente, nessun obbligo di memorizzazione/invio è previsto per coloro che svolgono le attività esonerate con il decreto del MEF.
Nell’ambito della complessiva attività volta a favorire l’adempimento spontaneo, il Fisco ha inviato ai contribuenti con volume d’affari superiore a 400.000 euro, potenzialmente tenuti dal 1° luglio 2019 alla trasmissione telematica dei corrispettivi ma che non risultava effettuata, una comunicazione che segnalava la possibile anomalia. Tali contribuenti possono fornire i chiarimenti del caso secondo quanto indicato nella lettera ricevuta e rimediare ad eventuali violazioni, con le modalità ed i benefici dell’istituto del ravvedimento.
Si precisa che, laddove l’unica omissione riscontrabile sia la mancata trasmissione dei dati relativi ad operazioni effettuate nel primo semestre di vigenza dell’obbligo, la violazione, può essere regolarizzata, senza che siano dovute sanzioni amministrative, tramite l’esecuzione dell’adempimento omesso ovvero procedendo alla trasmissione dei dati non oltre la scadenza del termine del 30 aprile 2020 previsto per la presentazione della dichiarazione IVA relativa al periodo d’imposta 2019.
In definitiva, si ritiene che le sanzioni vadano applicate solo in caso di trasmissione telematica dei corrispettivi riferita al secondo semestre del 2019 successiva al 30 aprile 2020 ovvero omessa dopo tale data, fermo restando, quando ne ricorrono i presupposti, il diritto al ravvedimento operoso.


Patent box “fai da te”: al via la consultazione pubblica


Fino al 17 febbraio 2020, i soggetti economici, i professionisti e gli esperti possono inviare osservazioni e suggerimenti sullo schema della circolare dell’Agenzia delle Entrate, in consultazione pubblica, sulle nuove modalità di fruizione dell’agevolazione del c.d. Patent box, a seguito delle novità introdotte dal Decreto Crescita (Agenzia delle Entrate – Comunicato 10 febbraio 2020).

In particolare, la “versione in consultazione pubblica” dello schema di Circolare ripercorre le caratteristiche del regime di “autoliquidazione” del contributo economico derivante dall’utilizzo diretto e indiretto dei beni agevolabili, introdotto con il Decreto Crescita, fornisce chiarimenti sull’ambito soggettivo e oggettivo, indicazioni operative sul rapporto tra l’opzione Patent box e quella sulla nuova “autoliquidazione”, oltre che soluzioni interpretative sulle condizioni e gli effetti del regime “fai da te”, anche nelle ipotesi di rinuncia alle procedure di ruling in corso e agli esercizi pregressi.
Possono accedere al nuovo regime di calcolo “fai da te” e fruire quindi della modalità di autoliquidazione:
– i contribuenti potenzialmente beneficiari del regime opzionale del Patent box;
– coloro che abbiano già attivato la procedura (in questo, la sussistenza di una valida opzione già formalizzata costituisce un presupposto necessario per l’esercizio dell’opzione per la determinazione diretta del reddito agevolabile);
– coloro che abbiano concluso un accordo a seguito della procedura di Patent box ma non intendano rinnovare lo stesso alla scadenza (in tali ipotesi il Contribuente potrà, per gli esercizi successivi a quelli coperti da accordo, procedere in autoliquidazione).
Qualora si riscontrasse la “totale assenza di documentazione” contabile ed extracontabile necessaria per la determinazione del beneficio oppure si verificasse la non veridicità dei documenti giustificativi, ciò comporterebbe il recupero integrale dell’agevolazione, oltre che l’irrogazione di sanzioni e interessi.
Inoltre, il Contribuente che intende rinunciare alla procedura di Patent box deve comunicare, entro il termine ordinario di presentazione della dichiarazione dei redditi per il periodo di imposta in corso alla data del 1 maggio 2019 tramite PEC o raccomandata a/r indirizzata all’Ufficio presso il quale l’istanza è in corso di lavorazione, l’espressa e irrevocabile volontà di rinunciare alla prosecuzione della stessa.

Ammesso il regime forfetario per il gioiellerie che inizia attività compro-oro

L’imprenditore neo-costituito che svolge attività di gioielleria in regime forfetario e, successivamente, nello stesso anno, avvia l’attività di compro-oro, per la quale è previsto come regime naturale, quello del margine, può applicare da subito anche per l’ulteriore attività il regime forfetario, atteso che non mai applicato il regime del margine (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 48 del 2020)

Il regime forfetario è un regime fiscale agevolato rivolto alle persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti.
Nell’ambito delle cause ostative all’applicazione del regime forfetario, è prevista l’esclusione dei soggetti che, seppur in possesso dei requisiti di accesso, si avvalgono di regimi speciali ai fini IVA o di regimi forfetari di determinazione del reddito.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che tale causa ostativa opera in modo naturale ogni qual volta il regime speciale IVA è obbligatorio ex lege.
Tuttavia, la stessa causa ostativa può essere disinnescata optando, avendone la facoltà, per l’applicazione dell’IVA nei modi ordinari. In tal caso, l’applicazione del regime forfetario è ammessa, a condizione che l’opzione sia stata esercitata nell’anno d’imposta precedente a quello di applicazione del regime forfetario.
Ad esempio, l’imprenditore che applica il regime del margine con il metodo analitico o forfetario ai sensi dell’articolo 36, comma 3, del D.L. n. 41 del 1995, può applicare il regime forfetario, previa opzione per l’applicazione dell’imposta nei modi ordinari in riferimento all’intera attività e non alle singole operazioni.
Tale condizione interessa in particolare i soggetti preesistenti, che già esercitano un’attività applicando un regime incompatibile.
Diversa è l’ipotesi di un soggetto neo-costituito che ha adottato il regime forfetario e avvia un’ulteriore attività per cui è prevista ex lege l’applicazione di un regime speciale IVA.
Ad esempio, un soggetto neo-costituito nel 2019 che svolge attività di commercio al dettaglio di orologi, gioielleria e argenteria e applica il regime forfetario, e successivamente (nel 2019) ha avviato anche l’attività di compro-oro senza però applicare mai, agli effetti dell’IVA, il regime del margine prevista per la seconda attività.
Al riguardo, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che non sussistendo una posizione preesistente rispetto all’annualità di inizio dell’attività, in relazione all’ulteriore attività di compro-oro, deve ritenersi applicabile da subito il regime forfetario, a condizione che non sia stato mai applicato il regime del margine.
L’adesione al regime forfetario va comunicata direttamente nella dichiarazione di inizio attività (Modello AA9/12), barrando la casella 2 “Variazione dati” del quadro A, dove viene comunicato lo svolgimento di un’ulteriore attività, e la casella “regimi fiscali agevolati” del quadro B. L’adesione al regime forfetario va poi successivamente confermata in sede di dichiarazione dei redditi mediante attestazione di tutti i requisiti necessari per l’applicazione di detto regime, ivi inclusa l’assenza delle relative cause ostative (rigo LM 21).
In tal caso, quindi, non è necessario effettuare l’opzione per il regime ordinario nell’anno d’imposta precedente all’adozione del regime forfetario; tale condizione deve intendersi riferita a soggetti preesistenti che esercitano un’attività già assoggettata al regime del margine.


Trattamento Iva dell’organizzazione di un evento a committente estero

 



Per la prestazioni di organizzazione di un evento, qualora il committente sia un soggetto passivo comunitario e il prestatore del servizio è un soggetto passivo stabilito in Italia, non si realizza il presupposto della territorialità e il servizio è da considerare fuori campo Iva da fatturare secondo il meccanismo del reverse charge (Agenzia entrate – risposta, n. 35/2020).


 


Per la prestazioni di organizzazione di un evento ad un committente comunitario trova applicazione la regola della rilevanza territoriale nel paese del committente. Qualora il committente sia un soggetto passivo comunitario ed il prestatore del servizio sia un soggetto passivo stabilito in Italia, non si realizza il presupposto della territorialità e il servizio prestato è da considerare fuori campo Iva da fatturare secondo il meccanismo del reverse charge.


Riguardo invece al trattamento Iva dei servizi forniti dal committente, durante l’evento, nei confronti delle aziende italiane, poiché effettuate nei confronti di soggetti passivi d’imposta nazionali, le operazioni sono rilevanti ai fini Iva in Italia e devono essere assoggettate all’aliquota ordinaria vigente al momento dell’effettuazione dell’operazione.

Esente da imposta la donazione di azioni societarie


Il donante che intende trasferire la nuda proprietà del pacchetto azionario di maggioranza, unitamente al diritto di voto può fruire del beneficio dell’esenzione, se sussiste il presupposto, in capo ai beneficiari, di una situazione di controllo di diritto. Il controllo societario, infatti, verrà trasferito ai donatari-nudi proprietari, in virtù di una convezione da stipularsi contestualmente all’atto di donazione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 07 febbraio 2020, n. 38).

I trasferimenti, effettuati anche tramite i patti di famiglia a favore dei discendentie del coniuge, di aziende o rami di esse, di quote sociali e di azioni non sono soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni. In caso di quote sociali e azioni di società il beneficio spetta limitatamente alle partecipazioni mediante le quali è acquisito o integrato il controllo societario.
Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso. Il mancato rispetto della condizione di cui al periodo precedente comporta la decadenza dal beneficio, il pagamento dell’imposta in misura ordinaria, della sanzione amministrativa, e degli interessi di mora decorrenti dalla data in cui l’imposta medesima avrebbe dovuto essere pagata.
Il legislatore ha inteso favorire il passaggio generazionale delle aziende di famiglia, a condizione, tuttavia, che i beneficiari del trasferimento proseguano l’attività d’impresa o mantengano il controllo della società, per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento.
Il predetto trattamento agevolativo spetta, quindi, esclusivamente ai beneficiari discendenti o coniuge del disponente, sempreché rendano contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, apposita dichiarazione di proseguire l’esercizio dell’attività d’impresa o detenere il controllo dell’attività d’impresa.
Il mancato rispetto dell’impegno assunto in tal senso comporta la decadenza dall’agevolazione concessa e il conseguente recupero dell’imposta dovuta, nonché l’applicazione delle relative sanzioni e degli interessi.
Per quanto qui d’interesse, in particolare, è stato chiarito che nell’ipotesi in cui oggetto del trasferimento siano quote o azioni emesse da società per azioni e in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata, società cooperative e società di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato, l’esenzione spetta per il solo trasferimento di partecipazioni che consente ai beneficiari di acquisire oppure integrare il controllo societario.
Il “controllo di diritto” che si realizza quando un soggetto dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria di una società, ossia detiene più del 50 per cento delle quote o azioni della società, con diritto di voto nell’assemblea ordinaria.
Al riguardo occorre ricordare che nel caso di pegno o usufrutto sulle azioni, il diritto di voto spetta, salvo convenzione contraria, al creditore pignoratizio o all’usufruttuario.
Generalmente, dunque, il diritto di voto nell’assemblea ordinaria spetta all’usufruttuario, tuttavia, non è preclusa la facoltà di stabilire, con apposito accordo (“salvo convenzione contraria”), una diversa attribuzione del diritto di voto (ad esempio, ai nudi proprietari).
Inoltre, nell’ipotesi in cui una partecipazione di controllo, posseduta dal dante causa, venga frazionata tra più discendenti, l’agevolazione spetta esclusivamente per l’attribuzione che consente l’acquisizione o l’integrazione del controllo da parte del discendente; mentre nel caso in cui il trasferimento della partecipazione di controllo avvenga a favore di più discendenti in comproprietà il beneficio viene sempre riconosciuto.
L’agevolazione in parola trova applicazione anche per i trasferimenti che consentano l’acquisizione o l’integrazione del controllo in regime di comproprietà, a condizione che i diritti dei comproprietari vengano esercitati da un rappresentante comune, che disponga della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria.
Quanto alla fattispecie oggetto d’interpello, in cui il donante intende trasferire la nuda proprietà del pacchetto azionario di maggioranza, unitamente al diritto di voto, si ritiene integrato, ai fini della fruizione del beneficio dell’esenzione, il presupposto della sussistenza, in capo ai beneficiari, di una situazione di controllo di diritto. Il controllo societario, infatti,verrà trasferito ai donatari-nudi proprietari, in virtù di una convezione da stipularsi contestualmente all’atto di donazione.
L’esenzione dall’imposta di donazione è applicabile anche all’atto di donazione di cui alla fattispecie in esame, sempreché i donatari dichiarino di voler detenere il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data di trasferimento. Si precisa, tuttavia, che, poiché il controllo societario deriva dal possesso, in comproprietà, dei diritti di nuda proprietà di partecipazioni societarie, con diritto di voto, il venir meno della comunione prima del decorso dei cinque anni dal trasferimento delle quote, comporterebbe la perdita del requisito del controllo e,dunque, la decadenza dal beneficio, con pagamento dell’imposta nella misura ordinaria, della sanzione e degli interessi di mora decorrenti dalla data in cui l’imposta medesima avrebbe dovuto essere pagata.