Fisco: ulteriori precisazioni sul Superbonus


In materia di Superbonus, forniti chiarimenti sugli interventi antisismici realizzati su un edificio di un unico proprietario composto da unità abitative funzionalmente indipendenti e con accesso autonomo (Agenzia delle Entrate – Risposta 09 aprile 2021, n. 231).

Nel caso di specie, il contribuente dichiara di voler realizzare interventi di miglioramento sismico su sei unità immobiliari di sua proprietà (due unità abitative e relative pertinenze e due unità immobiliari ad uso deposito non costituenti pertinenze di unità abitative), facenti parte di un unico fabbricato, che dichiara essere “funzionalmente indipendenti” e con la disponibilità di “almeno un accesso autonomo” dall’esterno.
Nel rispetto di ogni altra condizione di legge, ferma restando l’effettuazione di ogni adempimento richiesto e nel presupposto che le unità immobiliari su cui effettuare gli interventi siano funzionalmente indipendenti, l’Agenzia ritiene che l’Istante possa accedere al Superbonus con riferimento alle sole unità immobiliari ad uso residenziale e relative pertinenze, con un ammontare massimo di spesa ammessa alla detrazione pari a 96.000 euro, riferito al singolo immobile e alle sue pertinenze unitariamente considerate, anche se accatastate separatamente.
Per le prospettate opere di intervento sismico, quindi, il contribuente può fruire del Superbonus, con limite massimo pari a 96.000,00 euro, autonomo e distinto per le seguenti 4 unità immobiliari:
1) unità abitativa A/4;
2) unità abitativa A/3, considerando unitariamente anche le due unità immobiliari pertinenziali.
In relazione alle spese sostenute per i due locali deposito/magazzino (classe C/2) non costituenti pertinenze delle unità abitative indicate in istanza, trattandosi di unità immobiliari non residenziali non possono fruire del Superbonus ma delle disposizioni agevolative previste dall’articolo 16 del decreto legge n. 63 del 2013, in presenza di tutti i requisiti e le condizioni normativamente previste ed effettuando tutti gli adempimenti previsti.


Irap non dovuta per la collaborazione occasionale


Il professionista non è tenuto a versare l’Irap per l’occasionalità dell’attività svolta dal collaboratore esterno, remunerato in modo non consistente, non sussistendo quindi il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione (Corte di Cassazione – ordinanza 09 aprile 2021, n. 9221).


 


In tema di Irap i giudici della Corte hanno più volte chiarito che il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente:


– sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;


– impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’ “id quod plerumque accidit”, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni meramente esecutive.


Di recente, con riguardo alla non occasionalità della prestazioni svolte da terzo a beneficio del contribuente professionista, i giudici hanno ulteriormente chiarito che l’impiego non occasionale di lavoro altrui, quale elemento significativo dell’esistenza di un’autonoma organizzazione, che costituisce, a sua volta, presupposto dell’imposta, può essere desunto dai compensi corrisposti a terzi, purché correlati allo svolgimento di prestazioni non occasionali, afferenti all’esercizio dell’attività del soggetto passivo.


Riguardo il caso di specie i giudici hanno chiarito che l’occasionalità dell’attività svolta dal collaboratore esterno, remunerato in modo non consistente, non rientra nel presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione e pertanto il professionista non deve l’imposta.


Niente agevolazione per il rientro in Italia del pensionato con rendita finanziaria


La rendita di un fondo avente natura finanziaria e non previdenziale non è riconducibile nell’ambito dei redditi di cui all’art. 49, co. 2, lett. a), del TUIR e, pertanto, il pensionato che voglia fare rientro in Italia e che percepisce tale pensione integrativa nella forma di rendita o di capitale, non può fruire del regime di favore previsto dall’art. 24-ter del TUIR (Agenzia Entrate – risposta 13 aprile 2021, n. 244).

Le persone fisiche, titolari dei redditi da pensione erogati da soggetti esteri, che trasferiscono in Italia la propria residenza in uno dei comuni appartenenti al territorio delle regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti, e in uno dei comuni con popolazione non superiore a 3.000 colpiti dagli eventi sismici del 2016 e 2017, possono optare per l’assoggettamento dei redditi di qualunque categoria, prodotti all’estero, a un’imposta sostitutiva, calcolata in via forfettaria, con aliquota del 7% per ciascuno dei periodi di imposta di validità dell’opzione.
Per l’accesso al regime in argomento è necessaria la titolarità da parte delle persone fisiche dei redditi da pensione di cui al cit. art. 49, co. 2, lett. a) del TUIR erogati da soggetti esteri.
In base al cit. art. 49, “costituiscono redditi di lavoro dipendente le pensioni di ogni genere e gli assegni ad essi equiparati”.
L’espressione normativa “le pensioni di ogni genere” porta a considerare ricomprese nell’ambito di operatività della norma anche tutte quelle indennità una tantum (si pensi alla capitalizzazione delle pensioni) erogate in ragione del versamento di contributi e la cui erogazione può prescindere dalla cessazione di un rapporto di lavoro.
In linea di principio, le prestazioni pensionistiche in forma di capitale o rendita, erogate da un fondo previdenziale estero a un soggetto che intende trasferire la residenza nel territorio dello Stato, una volta maturato il requisito anagrafico richiesto per l’accesso alla prestazione, devono risultare imponibili in Italia base alla specifica Convenzione per evitare le doppie imposizioni stipulata dall’Italia con il paese della fonte.
In base al regime tributario vigente in Italia, detti emolumenti sono riconducibili, in via ordinaria, ai redditi di cui all’art. 49, co. 2, lett. a), del TUIR, che equipara ai redditi di lavoro dipendente le pensioni di ogni genere e gli assegni ad esse equiparati.
Qualora però le suddette prestazioni pensionistiche hanno come scopo un investimento finanziario e pertanto non hanno alcuna finalità previdenziale, in quanto volte a garantire all’iscritto una pensione integrativa nella forma di rendita o di capitale, non sono più riconducibili ai redditi di cui al cit. art. 49. In tal senso, il pensionato che voglia fare rientro in Italia e che percepisce tale pensione integrativa nella forma di rendita o di capitale, non può fruire del regime di favore previsto dall’art. 24-ter del TUIR.


Accertamento con adesione della società: imputazione ai soci

La Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale l’intervenuta definizione del reddito da parte della società di persone costituisce titolo per l’accertamento nei confronti delle persone fisiche in base al principio di trasparenza dettato dall’art. 5 del TUIR, per cui il reddito della società di persone è imputato automaticamente e direttamente ai soci, in misura proporzionale alla rispettiva quota di partecipazione agli utili, indipendentemente dalla sua effettiva percezione (Ordinanza 09 aprile 2021, n. 9392)

La controversia ha origine dall’avviso di accertamento notificato al contribuente per il reddito da partecipazione imputato a seguito di accertamento con adesione definito dalla società partecipata.
I giudici tributari hanno accolto l’appello del Fisco osservando che a fronte dell’accertamento con adesione definito dalla società, l’Agenzia aveva proceduto legittimamente all’accertamento nei confronti dei soci in base alla percentuale posseduta rispetto al maggior reddito accertato. In particolare, i giudici hanno ritenuto che il contribuente, non avendo definito in adesione il proprio accertamento, non poteva avvalersi della riduzione della pretesa impositiva, scaturita nei confronti della società, che invece, aveva definito la propria posizione con l’adesione.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari accogliendo il ricorso del contribuente, che ha eccepito l’erronea determinazione dell’imponibile nei propri confronti, avendo considerato un reddito da impresa superiore rispetto a quello determinato per la società nell’accertamento con adesione.
La Corte Suprema ha osservato che l’intervenuta definizione del reddito da parte della società di persone costituisce titolo per l’accertamento nei confronti delle persone fisiche in base al principio di trasparenza dettato dall’art. 5 del TUIR, per cui il reddito della società di persone è imputato automaticamente e direttamente ai soci, in misura proporzionale alla rispettiva quota di partecipazione agli utili, indipendentemente dalla sua effettiva percezione.
Il Fisco deve procedere al recupero per trasparenza nei confronti dei soggetti estranei al procedimento di accertamento con adesione (nella specie, il socio) sulla base di questo e, quindi, nella misura concordata con la società di persone.
In caso di adesione soltanto da parte di alcuni soggetti, gli altri, che non hanno aderito o che non hanno partecipato al contraddittorio, benché ritualmente convocati, ricevono un “atto di accertamento” fondato sull’adesione intervenuta nei confronti dei soggetti aderenti e, dunque, beneficiano della riduzione di imposta concessa agli stessi.
Infatti, precisa la Suprema Corte, nell’accertamento nei confronti dei soci che non hanno partecipato all’accertamento con adesione (che ha invece coinvolto la società), devono comunque trovare applicazione il principio costituzionale della parità di trattamento e quello della capacità contributiva ai sensi dell’art. 53 della Costituzione, sicché l’Agenzia, anche in base ai principi di razionalità e non contraddizione, non può chiedere ai soci (il cui reddito coincide pro quota con quello della società partecipata) somme diverse da quelle concordate con la società di persone.

Imposta di bollo su registri e libri contabili informatici

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ai fini del processo di conservazione dei registri e libri contabili fiscalmente rilevanti tenuti con sistemi informatici è necessaria l’apposizione di un riferimento temporale sul pacchetto di archiviazione. Per i registri e libri contabili tenuti con sistemi informatici l’imposta di bollo dovuta è determinata sulla base del numero di registrazioni contabilizzate e versata tramite modello F24 (Risposta 12 aprile 2021, n. 236)

La tenuta e la conservazione di documenti fiscalmente rilevanti – tra cui libro giornale e libro degli inventari, scritture ausiliarie nelle quali devono essere registrati gli elementi patrimoniali e reddituali, scritture ausiliarie di magazzino, registro dei beni ammortizzabili e registri prescritti ai fini IVA – costituiscono concetti ed adempimenti distinti, seppure posti in continuità.
Con lo scopo di semplificazione degli adempimenti è stata introdotta la previsione secondo la quale “la tenuta di qualsiasi registro contabile con sistemi elettronici su qualsiasi supporto è, in ogni caso, considerata regolare, in difetto di trascrizione su supporti cartacei nei termini di legge, se in sede di accesso, ispezione o verifica gli stessi risultano aggiornati sui predetti sistemi elettronici e vengono stampati a seguito della richiesta avanzata dagli organi procedenti ed in loro presenza”.
In questo modo il Legislatore ha esteso l’obbligo di stampa cartacea soltanto all’atto del controllo e su richiesta dell’organo procedente, già previsto limitatamente ai registri dell’IVA, a tutti i registri contabili tenuti in via meccanizzata o elettronica. Inoltre, per la tenuta in forma elettronica è stata ampliata la validità a qualsiasi supporto.


L’Agenzia delle Entrate chiarisce che la semplificazione riguarda la “tenuta” dei documenti fiscalmente rilevanti, e non incide sul processo di “conservazione“.
Restano invariate, quindi, le disposizioni in materia di conservazione dei documenti informatici fiscalmente rilevanti, i quali devono rispettare i requisiti di immodificabilità, integrità, autenticità e leggibilità, e devono essere conservati in modo tale che:
a) siano rispettate le norme del codice civile, le disposizioni del codice dell’amministrazione digitale e delle relative regole tecniche e le altre norme tributarie riguardanti la corretta tenuta della contabilità;
b) siano consentite le funzioni di ricerca e di estrazione delle informazioni dagli archivi informatici in relazione almeno al cognome, al nome, alla denominazione, al codice fiscale, alla partita IVA, alla data o associazioni logiche di questi ultimi, laddove tali informazioni siano obbligatoriamente previste. Ulteriori funzioni e chiavi di ricerca ed estrazione potranno essere stabilite in relazione alle diverse tipologie di documento con provvedimento delle competenti Agenzie fiscali.
Ai fini del processo di conservazione dei documenti informatici fiscalmente rilevanti è richiesta l’apposizione di un riferimento temporale opponibile a terzi sul pacchetto di archiviazione. In tal modo si realizza la chiusura del processo di conservazione, che deve essere effettuata al massimo entro il terzo mese successivo al termine di presentazione della dichiarazione dei redditi.
Una specifica deroga al suddetto termine è stata introdotta dal cd. “Decreto Sostegni” con riferimento al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2019, per il quale il processo di conservazione dei documenti informatici fiscalmente rilevanti può essere effettuato entro il sesto mese successivo al termine di presentazione della dichiarazione dei redditi.


In altri termini, qualora, nel rispetto della legislazione vigente, i documenti fiscalmente rilevanti consistano in registri tenuti in formato elettronico:
a) ai fini della loro regolarità, non hanno obbligo di essere stampati sino al terzo (o sesto per il solo 2019) mese successivo al termine di presentazione della relativa dichiarazione dei redditi, salva apposita richiesta in tal senso da parte degli organi di controllo in sede di accesso, ispezione o verifica;
b) entro tale momento (terzo/sesto mese successivo al termine di presentazione della dichiarazione dei redditi) vanno posti in conservazione con l’apposizione di un riferimento temporale opponibile a terzi sul pacchetto di archiviazione se in formato elettronico, ovvero materializzati (stampati) in caso contrario.

Per quanto riguarda le modalità di assolvimento dell’imposta di bollo su libri, registri ed altri documenti rilevanti ai fini tributari, l’Agenzia delle Entrate osserva che, in linea generale, l’imposta di bollo per la tenuta del libro giornale, del libro inventari e delle altre scritture contabili deve essere assolta fin dall’origine, nella misura di euro 16,00, per ogni cento pagine o frazione di cento pagine.
Nell’ipotesi in cui la tenuta dei registri contabili e dei libri sociali, indipendentemente dalla successiva conservazione, avvenga in modalità elettronica occorre far riferimento alla specifica normativa relativa ai documenti informatici.
Pertanto, l’imposta di bollo:
– è dovuta ogni 2500 registrazioni o frazioni di esse;
– è corrisposta con versamento tramite Modello di pagamento F24, con modalità esclusivamente telematica, utilizzando il codice tributo “2501”;
– è pagata in un’unica soluzione entro centoventi giorni dalla chiusura dell’esercizio, relativamente agli atti, ai documenti ed ai registri emessi o utilizzati durante l’anno.


Misure per l’autoimprenditorialità: chiarimenti dal MISE


Il Ministero dello Sviluppo economico sostiene giovani e donne che vogliono avviare nuove imprese su tutto il territorio nazionale, attraverso finanziamenti agevolati a tasso zero. Dal 19 maggio le domande per richiedere finanziamenti agevolati a tasso zero (MISE – Circolare 08 aprile 2021, n. 117378).

La nuova disciplina dell’intervento troverà quindi applicazione alle domande di agevolazione presentate all’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A. – Invitalia a decorrere dalla suddetta data.
Potranno fare richiesta per l’incentivo le micro e piccole imprese costituite da non più di 60 mesi alla data di presentazione della domanda di agevolazione e in cui la compagine societaria sia composta, prevalentemente, da soggetti di età compresa tra i 18 ed i 35 anni ovvero da donne. L’agevolazione potrà, inoltre, essere richiesta anche dalle nuove imprese in corso di costituzione.
I programmi di investimento delle nuove imprese, per le quali sarà possibile ottenere l’agevolazione, riguardano la produzione di beni nei settori industria, artigianato e trasformazione dei prodotti agricoli, fornitura di servizi alle imprese, commercio e turismo.


Emergenza Covid-19: l’Italia si colora di arancione


Dal 12 aprile 2021 passano in zona arancione le regioni Calabria, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Toscana. Dalla medesima data, la regione Sardegna passa in zona rossa (Ministero Salute – ordinanze 09 aprile 2021).

In base alle disposizioni e alle ordinanze del Ministro della Salute, l’Italia è cosi suddivisa


– zona arancione: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Liguria, Marche, Molise, Piemonte, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto e alle Province autonome di Bolzano e Trento;


– zona rossa: Campania, Puglia, Sardegna e Valle d’Aosta.


Per le suddette regioni trovano applicazione le misure di contenimento di cui al D.P.C.M. 03 marzo 2021, la cui validità è stata prorogata fino al 30 aprile 2021.


Esclusi i terreni dall’agevolazioni prima casa


I terreni acquistati insieme ad un fabbricato, destinati alla realizzazione di un complesso residenziale, non possono essere qualificati come pertinenza dell’immobile e, quindi, non fruiscono dell’agevolazione (Agenzia Entrate – risposta 09 aprile 2021, n. 234).

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la cessione di terreni destinati alla costruzione di un complesso residenziale, non rientra nell’ambito di applicazione dell’agevolazione ed esula dalla ratio della stessa, che è quella di favorire l’acquisizione della prima abitazione.


Per il caso di specie, quindi, non sussistono i presupposti per fruire della agevolazione prima casa che prevede l’applicazione dell’imposta di registro con l’aliquota del 2% per gli atti traslativi a titolo oneroso di case di abitazione e delle relative pertinenze, anche se con atto separato.


Sono ricomprese tra le pertinenze, limitatamente ad una per ciascuna categoria, le unità immobiliari classificate o classificabili nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, che siano destinate a servizio della casa di abitazione oggetto dell’acquisto agevolato.


Come chiarito, inoltre, dall’Agenzia delle Entrate, l’agevolazione si applica limitatamente a ciascuna pertinenza classificata nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, anche se detta pertinenza è situata in prossimità dell’abitazione principale, purché la stessa risulti destinata in modo durevole al servizio della casa di abitazione.


Nel caso in esame, la destinazione dei terreni e l’utilizzo degli stessi per scopi di lottizzazione e di edificazione della costruzione di un complesso residenziale non presentano i requisiti per essere qualificati come pertinenze del fabbricato.


COVID 19: sospensione termini agevolazione “prima casa”


Ai fini del riconoscimento del credito d’imposta per il riacquisto della prima casa, i termini sono sospesi nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 dicembre 2021. La sospensione trova applicazione solo se il “termine” di cui trattasi sia riconducibile tra quelli specificatamente elencati nel Decreto Liquidità AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 09 aprile 2021, n. 235)


 


Il Decreto Liquidità (art. 24, decreto legge 8 aprile 2020, n. 23) ha stabilito che i termini previsti dalla nota II-bis all’articolo 1della Tariffa parte prima, allegata al testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile1986, n. 131, nonché il termine previsto dall’articolo 7 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, ai fini del riconoscimento del credito d’imposta per il riacquisto della prima casa, sono sospesi nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 dicembre 2020.
A sua volta il decreto Milleproroghe (art. 3, co. 11-quinquies, decreto legge 31 dicembre 2020, n. 183 convertito in legge 26 febbraio 2021, n. 2) ha sostituito la data del 31dicembre 2020 con quella del 31 dicembre 2021.
I termini oggetto di sospensione sono i seguenti (Agenzia delle entrate – Circolare 13 aprile 2020, n. 9/E, paragrafo 8):
– il periodo di 18 mesi dall’acquisto della prima casa entro il quale il contribuente deve trasferire la residenza nel comune in cui è ubicata l’abitazione;
– il termine di un anno entro il quale il contribuente che ha trasferito l’immobile acquistato con i benefici “prima casa” nei cinque anni successivi alla stipula dell’atto di acquisto, deve procedere all’acquisto di un altro immobile da destinare a propria abitazione principale;
– il termine di un anno entro il quale il contribuente che abbia acquistato un immobile da adibire ad abitazione principale, deve procedere alla vendita dell’abitazione ancora in suo possesso, purché quest’ultima sia stata, a sua volta, acquistata usufruendo dei benefici “prima casa”.
È infine sospeso il termine di un anno dall’alienazione dell’immobile acquistato con i benefici “prima casa”, stabilito per il riacquisto di altra casa di abitazione al fine del riconoscimento, in relazione a tale ultimo atto di acquisto, di un credito d’imposta fino a concorrenza dell’imposta di registro o dell’imposta sul valore aggiunto corrisposta in relazione al precedente acquisto agevolato.
Al riguardo, si ritiene che la predetta sospensione possa trovare applicazione solo se il “termine” di cui trattasi sia riconducibile tra quelli specificatamente elencati dal citato articolo 24 del decreto legge n. 23 del 2020.

DL Sostegni: codici tributo per il “contributo a fondo perduto”

 



L’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 12 aprile 2021, n. 24/E ha istituito i codici tributo per l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del contributo a fondo perduto di cui all’art. 1, D.L. n. 41/2021, e per la restituzione spontanea, tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”, del contributo non spettante.


 


Il DL Sostegni ha previsto un contributo a fondo perduto a favore dei soggetti titolari di partita IVA, residenti o stabiliti nel territorio dello Stato, che svolgono attività d’impresa, arte o professione o producono reddito agrario. In alternativa, il suddetto contributo può essere anche riconosciuto sotto forma di credito d’imposta, da utilizzare esclusivamente in compensazione, presentando il modello F24 esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate.


A tal fine, per consentire l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del contributo a fondo perduto, nei casi in cui il contribuente abbia scelto tale modalità di fruizione, l’Agenzia delle Entrate ha istituito il seguente codice tributo:


– “6941” denominato “Contributo a fondo perduto Decreto Sostegni – credito d’imposta da utilizzare in compensazione – art. 1 DL n. 41 del 2021”.


Per consentire invece la restituzione spontanea del contributo a fondo perduto non spettante, erogato mediante accredito su conto corrente o utilizzato in compensazione, nonché il versamento dei relativi interessi e sanzioni, tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi” (c.d. F24 ELIDE), sono stati istituiti i seguenti codici tributo:


– “8128” denominato “Contributo a fondo perduto Decreto Sostegni – Restituzione spontanea – CAPITALE – art. 1 DL n. 41 del 2021”;


– “8129” denominato “Contributo a fondo perduto Decreto Sostegni – Restituzione spontanea – INTERESSI – art. 1 DL n. 41 del 2021”;


– “8130” denominato “Contributo a fondo perduto Decreto Sostegni – Restituzione spontanea – SANZIONE – art. 1 DL n. 41 del 2021”.