Studio associato legittimato ad agire per la prestazione resa dal singolo professionista


Lo studio associato può agire in giudizio per il pagamento della prestazione dei singoli professionisti (Corte di Cassazione – Sez. II civ. – Ordinanza 17 febbraio 2020, n. 3850).

Alla luce dei più recenti sviluppi, deve ormai ritenersi definitivamente superato l’orientamento secondo il quale l’associazione tra professionisti – nella specie, tra avvocati – non configurandosi come centro autonomo di interessi dotato di propria autonomia strutturale e funzionale, né come ente collettivo, non assume la titolarità del rapporto con i clienti, in sostituzione ovvero in aggiunta al professionista associato.
Il collegio pertanto intende dare continuità al seguente principio di diritto: “L’art. 36 cod. civ. stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Ne consegue che, ove il giudice del merito accerti tale circostanza, sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici – rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisione delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi.”.
Da ultimo si è ulteriormente precisato che il rispetto del principio di personalità della prestazione, che connota i rapporti di cui agli artt. 2229 e ss. c.c., ben può contemperarsi con l’autonomia riconosciuta allo studio professionale associato, al quale può essere attribuita la titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività professionale (nella specie, attività di difesa e assistenza in un contenzioso tributario) degli associati allo studio, non rientrando il diritto al compenso per l’attività svolta tra quelli per i quali sussiste un divieto assoluto di cessione.

IRAP Professionisti: ipotesi per l’autonoma organizzazione


Non è soggetto a IRAP il contribuente che impieghi beni strumentali non eccedenti il “minimo indispensabile” all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive (Corte di Cassazione – Ordinanza 30 gennaio 2020, n. 2219).

La caso di specie, la Suprema Corte accoglie il ricorso del  contribuente, esercente la professione di avvocato, avverso la decisione della CTR, sull’istanza di rimborso dell’IRAP.
Nello specifico, la CTR ha ritenuto rilevante, ai fini della sussistenza del presupposto impositivo, la circostanza che il professionista si fosse avvalso delle prestazioni di un collaboratore, peraltro part-time, senza tuttavia prendere in considerazione le specifiche deduzioni del contribuente in merito all’attività svolta dai collaboratori che si erano succeduti negli anni in contestazione ed omettendo così di effettuare un esame del concreto apporto fornito dagli stessi allo svolgimento dell’attività professionale, verificando in particolare se essi espletassero o meno mansioni esecutive; nel contempo, nella sentenza impugnata risulta valorizzata la circostanza di avere il contribuente demandato a terzi lo svolgimento di prestazioni riferibili all’attività professionale, senza alcuna precisazione in merito all’effettivo apporto fornito al professionista.

Il Fisco fornisce i chiarimenti sul “bonus facciate”


Nel circolare del 14 febbraio 2020, n. 2/E dell’Agenzia delle entrate sono contenuti tutti i chiarimenti sui soggetti ammessi, sugli interventi ammessi, sulla detrazione spettante, sugli adempimenti e sui controlli.

Soggetti
Con la legge di bilancio 2020 è stata introdotta la disciplina che consente una detrazione dall’imposta lorda pari al 90 per cento delle spese sostenute per gli interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti ubicati in zona A o B.


La predetta detrazione riguarda tutti i contribuenti residenti e non residenti nel territorio dello Stato, che sostengono le spese per l’esecuzione degli interventi agevolati, a prescindere dalla tipologia di reddito di cui essi siano titolari.
Trattandosi di una detrazione dall’imposta lorda, la stessa non può essere utilizzata dai soggetti che possiedono esclusivamente redditi assoggettati a tassazione separata o ad imposta sostitutiva.
In particolare, sono ammessi al “bonus facciate” le persone fisiche, compresi gli esercenti arti e professioni, gli enti pubblici e privati che non svolgono attività commerciale, le società semplici, le associazioni tra professionisti e i soggetti che conseguono reddito d’impresa (persone fisiche, enti, società di persone, società di capitali).
Ai fini della detrazione, i soggetti beneficiari devono possedere o detenere l’immobile oggetto dell’intervento in base ad un titolo idoneo, al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese, se antecedente il predetto avvio. La data di inizio dei lavori deve risultare dai titoli abilitativi, se previsti, ovvero da una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà. In particolare, i soggetti beneficiari devono:
– possedere l’immobile in qualità di proprietario, nudo proprietario o di titolare di altro diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione o superficie);
– detenere l’immobile in base ad un contratto di locazione, anche finanziaria, o di comodato, regolarmente registrato, ed essere in possesso del consenso all’esecuzione dei lavori da parte del proprietario. Al fine di garantire la necessaria certezza ai rapporti tributari, la mancanza di un titolo di detenzione dell’immobile risultante da un atto registrato, al momento dell’inizio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese se antecedente, preclude il diritto alla detrazione anche se si provvede alla successiva regolarizzazione.
Sono ammessi a fruire della detrazione anche i familiari del possessore o del detentore dell’immobile, nonché i conviventi di fatto, sempreché sostengano le spese per la realizzazione dei lavori.


I contribuenti interessati al “bonus facciate”, in assenza di una disposizione normativa, non possono optare per la cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante né, in alternativa, all’utilizzo diretto della predetta detrazione, per un contributo di pari ammontare, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi.

Ambito oggettivo
Ai fini del riconoscimento del “bonus facciate”, gli interventi devono essere finalizzati al “recupero o restauro” della facciata esterna e devono essere realizzati esclusivamente sulle ‹‹strutture opache della facciata, su balconi o su ornamenti e fregi›› (NOTA 11). In particolare, la detrazione spetta per:
– interventi di sola pulitura o tinteggiatura esterna sulle strutture opache della facciata;
– interventi sulle strutture opache della facciata influenti dal punto di vista termico o che interessino oltre il 10 per cento dell’intonaco della superficie disperdente lorda complessiva dell’edificio;
– interventi, ivi inclusi quelli di sola pulitura o tinteggiatura, su balconi, ornamenti o fregi.
La ratio della normativa in esame, dunque, è incentivare gli interventi edilizi, finalizzati al decoro urbano, rivolti a conservare l’organismo edilizio, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso, in conformità allo strumento urbanistico generale e ai relativi piani attuativi, favorendo altresì interventi di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici.

Detrazione spettante
Per la detrazione in esame, non è stabilito né un limite massimo di detrazione, né un limite massimo di spesa ammissibile. La detrazione, pertanto, spetta nella misura del 90 per cento calcolata sull’intera spesa sostenuta ed effettivamente rimasta a carico.
Resta fermo il potere dell’amministrazione, nell’ambito dell’attività di controllo, di verificare la congruità tra il costo delle spese sostenute oggetto di detrazione e il valore dei relativi interventi eseguiti.
La detrazione dall’imposta lorda può essere fatta valere ai fini sia dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) che dell’imposta sul reddito delle società (IRES) e si riferisce alle spese sostenute nel 2020 o, per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, nel periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2020.
Ai fini dell’imputazione al periodo d’imposta, per le spese relative ad interventi sulle parti comuni degli edifici rileva la data del bonifico effettuato dal condominio, indipendentemente dalla data di versamento della rata condominiale da parte del singolo condomino.

Adempimenti
I contribuenti che intendono avvalersi del “bonus facciate” sono tenuti a:
a) disporre il pagamento delle spese mediante bonifico bancario o postale. Su tali bonifici, le banche, Poste Italiane SPA nonché gli istituti di pagamento applicano, all’atto dell’accredito dei relativi pagamenti, la ritenuta d’acconto (attualmente nella misura dell’8 per cento);
b) indicare nella dichiarazione dei redditi i dati catastali identificativi dell’immobile e, se i lavori sono effettuati dal detentore, gli estremi di registrazione dell’atto che ne costituisce titolo e gli altri dati richiesti ai fini del controllo della detrazione.
c) comunicare preventivamente la data di inizio dei lavori all’azienda sanitaria locale territorialmente competente, mediante raccomandata, qualora tale comunicazione sia obbligatoria secondo le vigenti disposizioni in materia di sicurezza dei cantieri;
d) conservare ed esibire, previa richiesta degli uffici, le fatture comprovanti le spese effettivamente sostenute per la realizzazione degli interventi e la ricevuta del bonifico di pagamento, le abilitazioni amministrative richieste dalla vigente legislazione edilizia in relazione alla tipologia di lavori da realizzare, la copia della domanda di accatastamento per gli immobili non ancora censiti, le ricevute di pagamento dei tributi locali sugli immobili, se dovuti, la copia della delibera assembleare di approvazione dell’esecuzione dei lavori, per gli interventi riguardanti parti comuni di edifici residenziali, e la tabella millesimale di ripartizione delle spese;
e) in caso di lavori effettuati dal detentore dell’immobile, se diverso dai familiari conviventi, dichiarazione di consenso del possessore all’esecuzione dei lavori.
I soggetti titolari di reddito d’impresa che intendono avvalersi del “bonus facciate”, non sono tenuti ad effettuare il pagamento mediante bonifico, in quanto il momento dell’effettivo pagamento della spesa non assume alcuna rilevanza per la determinazione di tale tipologia di reddito.
Per gli interventi effettuati sulle parti comuni di un condominio, gli adempimenti necessari ai fini della fruizione del “bonus facciate” possono essere effettuati da uno dei condomini a ciò delegato o dall’amministratore del condominio che, nella generalità dei casi, provvede all’indicazione dei dati del fabbricato in dichiarazione e agli altri adempimenti relativi alle altre detrazioni spettanti a fronte di interventi di recupero del patrimonio edilizio o di efficienza energetica sulle parti comuni. In tal caso, anche ai fini del “bonus facciate”, l’amministratore rilascia, in caso di effettivo pagamento delle spese da parte del condomino, una certificazione delle somme corrisposte dal condomino, attestando, altresì, di aver adempiuto a tutti gli obblighi previsti dalla legge. L’amministratore deve, inoltre, conservare la documentazione originale, al fine di esibirla a richiesta degli Uffici.


 


Modalità di utilizzo della detrazione
La detrazione spettante deve essere ripartita in 10 quote annuali di pari importo, da far valere nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2020 e nei nove periodi d’imposta successivi e spetta fino a concorrenza dell’imposta lorda. L’importo che non trova capienza nell’imposta lorda di ciascun periodo d’imposta non può essere utilizzato in diminuzione dell’imposta lorda dei periodi successivi o chiesto a rimborso.


 


Cumulabilità
Sono ammessi al “bonus facciate” esclusivamente gli interventi sulle strutture opache della facciata, su balconi o su ornamenti e fregi, mentre per gli interventi diversi da quelli appena menzionati restano applicabili le agevolazioni già previste dalla legislazione vigente in materia edilizia e di riqualificazione energetica.
Tuttavia, che gli interventi ammessi al “bonus facciate” possono astrattamente rientrare anche tra quelli di riqualificazione energetica riguardanti l’involucro, oppure tra quelli di recupero del patrimonio edilizio. In considerazione della possibile sovrapposizione degli ambiti oggettivi, il contribuente potrà avvalersi, per le medesime spese, di una sola delle predette agevolazioni, rispettando gli adempimenti specificamente previsti in relazione alla stessa.
Qualora si attuino interventi sull’involucro riconducibili a diverse fattispecie agevolabili il contribuente potrà fruire di entrambe le agevolazioni a condizione che siano distintamente contabilizzate le spese riferite ai due diversi interventi e siano rispettati gli adempimenti specificamente previsti in relazione a ciascuna detrazione.
Il “bonus facciate”, inoltre, non è cumulabile con la detrazione spettante ai soggetti obbligati alla manutenzione, protezione o restauro dei beni soggetti al regime vincolistico.


Campione d’Italia: riduzione forfetaria redditi in franchi svizzeri

Per la conversione in euro dei redditi percepiti in franchi svizzeri dai contribuenti residenti o operanti nel comune di Campione d’Italia è riconosciuta una riduzione forfetaria del tasso di cambio. Per il 2019, l’Agenzia delle Entrate ha fissato la riduzione applicabile ai redditi diversi da quelli di impresa al 33,69 per cento (Provvedimento n. 72447 del 2020)

Ai fini delle imposte sui redditi, i proventi in valuta estera sono valutati secondo il cambio del giorno in cui sono stati percepiti o del giorno antecedente più prossimo e, in mancanza, secondo il cambio del mese in cui sono stati percepiti.
Per i redditi prodotti in franchi svizzeri nel territorio del comune di Campione d’Italia è riconosciuta una specifica riduzione forfetaria del tasso di cambio franco svizzero / euro.

RIDUZIONE FORFETARIA REDDITI D’IMPRESA
Tale riduzione è fissata nella misura del 30 per cento per i redditi d’impresa realizzati dalle imprese individuali, dalle società di persone e dalle società di capitali ed enti equiparati, iscritti alla Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Como e aventi la sede sociale operativa, o un’unità locale, nel Comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel Comune di Campione d’Italia.

RIDUZIONE FORFETARIA REDDITI DIVERSI DA QUELLI D’IMPRESA
Per i redditi, diversi da quelli d’impresa, realizzati da persone fisiche iscritte nei registri anagrafici del Comune di Campione d’Italia, nonché per i redditi di lavoro autonomo di professionisti e con studi nel Comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel territorio dello stesso comune, e/o in Svizzera, invece, la medesima riduzione forfetaria è soggetta ad un aggiustamento.
In particolare, la percentuale minima della riduzione forfetaria nella misura del 30 per cento, è maggiorata o ridotta in misura pari allo scostamento percentuale medio annuale registrato tra le due valute, franco svizzero ed euro.
Sulla base dei dati forniti dalla Banca d’Italia, la media annuale del cambio del franco svizzero in euro per il 2019 ha registrato una riduzione rispetto alla media annuale del 2018, che corrisponde a uno scostamento percentuale medio annuale registrato tra le valute pari a -3,69 per cento.
Ciò significa una riduzione del numero medio annuale di franchi svizzeri necessari per acquistare un euro, che di fatto realizza un aumento del reddito in euro derivante dalla rivalutazione del franco svizzero. Al fine di compensare gli effetti della rivalutazione del franco svizzero sull’euro, perciò, la percentuale della riduzione forfetaria è maggiorata in misura pari al predetto scostamento.
Il tasso di cambio franco svizzero / euro applicabile per determinare i redditi diversi da quelli di impresa, per l’anno 2019, dunque, deve essere ridotto in misura percentuale del 33,69 per cento.

Il Consiglio dei ministri si riunisce a Palazzo Chigi


Tra le materie oggetto della riunione: la riforma del processo penale, le modifiche al codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, i provvedimenti di protezione civile (PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – Comunicato stampa 13 febbraio 2020, n. 29).

Riforma del processo penale
Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che prevede deleghe al Governo per l’efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le Corti d’appello.
Il testo interviene, nella prima parte, con specifiche previsioni di delega relative alla riforma del Codice di procedura penale, da attuarsi entro un anno dall’entrata in vigore della legge di delega, con una finalità di semplificazione e di aumento della celerità del procedimento.
Tra gli elementi più significativi:
– la modifica delle norme in tema di notifiche. Si prevede che tutte le notifiche successive alla prima, che comunque dev’essere necessariamente effettuata all’imputato, siano effettuate al difensore, anche per via telematica;
– la ridefinizione della durata delle indagini preliminari. La delega individua tre termini di durata, legati alla gravità del reato su cui si indaga. I termini saranno di sei mesi per i reati meno gravi, di un anno per quelli ordinari e di diciotto mesi per i reati di maggiore allarme sociale e per quelli associativi di stampo mafioso o di natura terroristica o definibili di particolare complessità per il numero di imputati o di capi di imputazione. La durata sarà prorogabile una sola volta, di sei mesi, su istanza del p.m., con provvedimento del giudice per le indagini preliminari;
– la previsione che, scaduto il termine massimo di durata delle indagini preliminari, il p.m. sia tenuto, entro un ulteriore lasso di tempo di 3, 6 o 12 mesi a seconda della tipologia di reato, a richiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale. Decorso tale termine, il p.m. sarà tenuto a notificare all’indagato la fine delle indagini e a svelare il contenuto degli atti relativi. Sarà quindi facoltà delle parti richiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione;
– norme volte a ridurre il numero di processi che giungono alla fase dibattimentale, con criteri più stringenti in relazione alla regola di giudizio a cui il pubblico ministero e il giudice dell’udienza preliminare devono attenersi per l’esercizio dell’azione penale o l’accoglimento della richiesta di rinvio a giudizio;
– la previsione che, nello stilare il programma organizzativo della Procura della Repubblica, il Procuratore indichi i criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, da concordare con il Procuratore generale e con il Presidente del Tribunale, sulla base della specifica realtà criminale e territoriale e delle risorse umane, finanziarie e tecnologiche a disposizione dell’ufficio;
– l’introduzione della valutazione del giudice in merito alla eventuale retrodatazione dell’iscrizione dell’indagato nell’apposito registro e la conseguente sanzione di inutilizzabilità degli atti di indagine effettuati a termini già scaduti;
– l’estensione della possibilità del patteggiamento a tutte le ipotesi di reato alle quali sia applicabile complessivamente una pena inferiore agli otto anni, rispetto agli attuali cinque, riequilibrata da un ampliamento dell’elenco dei reati che escludono a priori il patteggiamento;
– norme per l’incentivazione del ricorso al giudizio abbreviato condizionato, sul calendario delle udienze e sui termini di deposito delle perizie.
Oltre a stabilire i criteri della delega per la riforma del processo penale, il testo introduce ulteriori disposizioni finalizzate all’abbattimento e alla velocizzazione dei procedimenti in corso presso le Corti d’appello, nonché norme in materia di sospensione della prescrizione.
In particolare, per la velocizzazione dei processi in corso, si estende la possibilità di impiegare i giudici onorari ausiliari, che oggi hanno la possibilità di esercitare soltanto la funzione di integrare il collegio nel settore civile, anche al settore penale, e si prevede un aumento dell’organico dei giudici onorari ausiliari di 500 unità, dagli odierni 350 a 850. Inoltre, si autorizza l’assunzione, con contratto a tempo determinato di 24 mesi, anche in soprannumero, di 1.000 unità di personale amministrativo.
Infine, in materia di prescrizione, si modifica il Codice penale in modo da prevedere che il corso della prescrizione rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di condanna di primo grado fino alla data di esecutività della sentenza, e che la stessa riprenda il suo corso e i periodi di sospensione siano computati, quando la sentenza di appello proscioglie l’imputato o annulla la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne dichiara la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis del codice di procedura penale.


 


Modifiche al codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza
Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo che introduce disposizioni integrative e correttive al Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
Il testo chiarisce il contenuto di alcune disposizioni e apporta modifiche dirette a meglio coordinare la disciplina dei diversi istituti previsti dal Codice.
Il decreto interviene, tra l’altro, al fine di:
– chiarire la nozione di crisi, sostituendo all’espressione “difficoltà” quella di “squilibrio” e ridefinendo il cosiddetto “indice della crisi”, in modo da renderlo maggiormente descrittivo di una situazione di insolvenza reversibile piuttosto che di una situazione di predizione di insolvenza;
– riformulare le norme riferite alle situazioni in presenza delle quali è possibile presumere lo svolgimento, da parte di un’impresa, dell’attività di direzione e coordinamento;
– chiarire la nozione di gruppo di imprese, precisando che sono esclusi dalla definizione normativa oltre che lo Stato anche gli enti territoriali;
– ridefinire le “misure protettive” del patrimonio del debitore;
– rendere più stringenti le norme relative alla individuazione del componente degli “Organismi di composizione della crisi d’impresa” (OCRI) riconducibile al debitore in crisi.


 


Provvedimenti di protezione civile
Il Consiglio dei ministri ha deliberato:
– la dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 21 e 22 dicembre 2019 nel territorio della regione Campania, con l’assegnazione di euro 5.000.000 per far fronte alle esigenze più immediate;
– la dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 20 e 21 dicembre 2019 nel territorio della regione Liguria, con l’assegnazione di euro 8.100.000 per far fronte alle esigenze più immediate;
– l’ulteriore stanziamento di euro 1.600.000 per le prime misure economiche di immediato sostegno al tessuto economico e sociale nei confronti della popolazione e delle attività economiche e produttive, nonché riduzione del rischio residuo nel territorio del comune di Formazza, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, interessato dagli eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 11 giugno e 12 agosto 2019;
– l’ulteriore stanziamento di euro 84.047.295 per la realizzazione di interventi di soccorso e assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, attività di gestione dei rifiuti e delle macerie, attivazione di prime misure economiche di immediato sostegno al tessuto economico e sociale nei confronti della popolazione e delle attività economiche e produttive nel territorio del comune di Venezia interessato dagli eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal giorno 12 novembre 2019;
– la proroga per la durata di 12 mesi dello stato di emergenza già dichiarato in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nei giorni 16 e 17 luglio 2018 e 1° e 2 settembre 2018 nel territorio dei comuni nelle province di Padova, di Rovigo, di Treviso e di Verona;
– la proroga per la durata di 12 mesi dello stato di emergenza già dichiarato in conseguenza dell’eccezionale movimento franoso che si è verificato il giorno 29 gennaio 2019 nel territorio del comune di Pomarico, in provincia di Matera.

Voluntary disclosure: il diritto al rimborso dell’euroritenuta


Chiarimenti sul riconoscimento del diritto al rimborso dell’euroritenuta operata sui redditi emersi nelle procedure di collaborazione volontaria (AIDC – Norma di comportamento 01 febbraio 2020, n. 208).

Ai sensi dell’art. 10, D.Lgs. n. 84/2005, il legislatore italiano dispone che:
– per i redditi percepiti da contribuenti residenti in Italia assoggettati ad euroritenuta, trova applicazione il credito di imposta;
– qualora l’importo della ritenuta fosse superiore al credito d’imposta o, comunque nei casi in cui lo stesso non sia azionabile, spetta al contribuente il rimborso dell’euroritenuta o l’utilizzo della stessa in compensazione con altri debiti.
In genere, tali redditi sono soggetti a imposizione sostitutiva, di conseguenza non possono godere del credito d’imposta, consentendo quindi al contribuente di proporre richiesta di rimborso, alternativamente all’utilizzo in compensazione del credito derivante da tale ritenuta.
Nell’ambito delle procedure di collaborazione volontaria di cui alla L. n. 186/2014, sulla base delle risultanze derivanti dalla liquidazione delle imposte dovute ai fini del perfezionamento della voluntary disclosure, l’orientamento generale dell’autorità fiscale italiana è quello di non voler riconoscere (nell’ambito di tale procedura) il diritto allo scomputo dell’euroritenuta ai quali taluni redditi oggetto di regolarizzazione erano stati assoggettati.
Di conseguenza, una volta perfezionata la procedura di cui sopra, molti contribuenti hanno proposto istanza di rimborso dell’euroritenuta versata.
Sulla base dei principi generali dell’ordinamento tributario, tale diritto non può essere precluso in considerazione del fatto che un eventuale diniego causerebbe una doppia imposizione sul medesimo reddito.
Il principio del divieto di doppia imposizione, sancito dalla normativa interna e dalle direttive comunitarie, non può subire limitazioni in ragione della speciale procedura disposta per la voluntary disclosure.
Pertanto, è riconosciuto il rimborso relativo all’euroritenuta operata sui redditi emersi nelle procedure di collaborazione volontaria.


Requisito di provenienza estera per l’agevolazione impatriati: chiarimenti

Con il Principio di diritto n. 4 del 14 febbraio 2020, l’Agenzia delle Entrate ha precisato i criteri di computo del periodo minimo dell’attività di lavoro o di studio svolto all’estero, ai fini del riconoscimento dell’agevolazione in favore dei lavoratori impatriati.

Il “regime speciale per lavoratori impatriati” è stato introdotto con lo scopo di incentivare il trasferimento in Italia di lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del nostro Paese.
A tal fine, in favore dei soggetti che hanno trasferito la residenza in Italia, collegata all’attività lavorativa, entro il 30 aprile 2019, è riconosciuta l’esenzione per i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia nella misura del 50 per cento, a decorrere dal periodo d’imposta del trasferimento della residenza e per i quattro periodi di imposta successivi.
Il beneficio è riconosciuto ai cittadini dell’Unione europea o di uno Stato ExtraUe con il quale risulti in vigore una convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale, a condizione che:
– siano in possesso di un titolo di laurea e abbiano svolto continuativamente un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, ovvero
– abbiano svolto continuativamente un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.
Riguardo a tale requisito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che ai fini del raggiungimento dei ventiquattro mesi fuori dall’Italia, non è possibile cumulare il periodo di studio con quello di lavoro. È necessario che l’attività lavorativa ovvero quella di studio si siano protratte per almeno ventiquattro mesi.
Inoltre, relativamente all’attività di studio, il requisito dello svolgimento negli ultimi ventiquattro mesi si ritiene soddisfatto a condizione che sia stata conseguita la laurea o altro titolo accademico post lauream aventi la durata di almeno due anni accademici.

Nessuna detrazione per le spese di frequenza di una scuola di danza estera


Forniti chiarimenti sul trattamento fiscale applicabile alle spese per la frequenza all’estero di una scuola professionale privata di danza (Agenzia entrate – risposta 12 febbraio 2020, n. 53).

Le spese di istruzione sostenute all’estero, pertanto, non sono agevolabili. Sono invece detraibili, anche se sostenute all’estero, le spese relative alla frequenza di corsi di istruzione universitaria, secondo cui è possibile detrarre dall’imposta lorda un importo pari al 19 per cento delle spese per la frequenza di corsi di istruzione universitaria presso “università statali e non statali”.
Pertanto non sono detraibili le spese che sostiene il contribuente per il figlio all’estero che frequenta una scuola professionale privata di danza. Non sono detraibili neanche le spese sostenute per l’alloggio.

Trattamento fiscale dell’indennità erogata per il TIS


Le somme erogate al tirocinante se non sono corrisposte a titolo unicamente assistenziale, ma principalmente allo scopo di favorire l’addestramento professionale e l’eventuale inserimento del soggetto svantaggiato nel mondo lavorativo, non potranno beneficiare del regime di esenzione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 12 febbraio 2020, n. 51).


 


I sussidi corrisposti dallo Stato, e da altri enti pubblici a titolo assistenziale sono esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. L’applicazione dell’esenzione tributaria dipende, quindi, dalla sussistenza contestuale di due requisiti:
– uno di carattere soggettivo, ovvero che l’erogazione deve essere effettuata solo dallo Stato o da altri enti pubblici (inclusi i Comuni);
– l’altro di carattere oggettivo, attinente la natura assistenziale del sussidio erogato.
Ai fini dell’esenzione fiscale, tali somme devono essere corrisposte a soggetti che versano in stato di bisogno e devono essere volte a perseguire finalità fondate sulla solidarietà collettiva.
L’Amministrazione finanziaria ha ritenuto esenti una serie di prestazioni economiche in denaro che presentano tutte le caratteristiche proprie degli interventi di assistenza sociale. In particolare, a titolo esemplificativo, sono state considerate esenti: le pensioni di invalidità e gli assegni mensili corrisposti dallo Stato ai mutilati ed invalidi civili, gli assegni corrisposti ai sordomuti, le pensioni sociali.
L’esenzione non riguarda qualsiasi erogazione motivata da scopi di solidarietà verso gruppi sociali più deboli, ma è circoscritta ai sovvenzionamenti che, in base alla normativa statale e regionale in materia di beneficenza e assistenza pubblica, sono specificatamente previsti, a prescindere dalle qualifiche professionali, a favore di cittadini che in concreto risultino essere in stato di indigenza oppure a favore di categorie di cittadini portatrici di particolari situazioni di bisogno, come anziani, inabili, minori, portatori di handicap, etc.
L’esenzione di cui trattasi spetta, dunque, in tutti quei casi in cui risulta evidente che il sussidio economico erogato è essenzialmente destinato a favorire l’inclusione sociale e l’autonomia dei soggetti coinvolti; resta, invece, escluso il beneficio in relazione a percorsi finalizzati ad un eventuale effettivo inserimento lavorativo.
Nella risposta in oggetto, la fattispecie rappresentata da un Comune in qualità di sostituto di imposta esaminata dall’Amministrazione finanziaria, riguarda l’individuazione del trattamento fiscale da applicare all’indennità erogata al Tirocinante per la partecipazione ad un Tirocinio di Inclusione Sociale.
Nel caso di specie, il requisito soggettivo per il riconoscimento dell’esenzione fiscale risulta integrato; in relazione al requisito oggettivo, invece, sarà cura dell’Istante individuare, per ogni specifico progetto personalizzato, l’appropriato trattamento fiscale del beneficio economico in discussione, esenzione o imponibilità, in funzione della prevalenza della finalità assistenziale o formativa del percorso che ne presuppone l’erogazione.
Ne consegue che se le somme erogate, pur avendo valenza di sussidio a favore di soggetti in condizione di svantaggio sociale e a rischio esclusione, non sono corrisposte a titolo unicamente assistenziale, ossia per finalità fondate solamente sulla solidarietà collettiva, bensì sono erogate principalmente allo scopo di favorire l’addestramento professionale e l’eventuale inserimento del soggetto svantaggiato nel mondo lavorativo, le stesse sono configurabili nella sostanza come un tirocinio formativo. In tale caso l’indennità non potrà beneficiare del regime di esenzione, ma sarà assoggettato a tassazione quale reddito assimilato a quello di lavoro dipendente.

Lavoratori impatriati nel 2017: l’agevolazione non fruita è perduta

In relazione al periodo d’imposta per il quale siano scaduti i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi, deve ritenersi preclusa la possibilità di beneficiare dell’agevolazione prevista per i lavoratori impatriati che non sia stata fruita per tale periodo, ma resta ferma la fruibilità dell’agevolazione per i restanti periodi d’imposta del quinquennio agevolato (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 59 del 2020).

IL CASO


La contribuente, cittadina italiana, in possesso di un titolo di laurea e residente all’estero dal 2009, è rientrata in Italia trasferendovi la residenza a maggio 2017 sulla base di un pre-contratto di lavoro, con promessa di assunzione in Italia da parte di una società francese, realizzata con l’inizio dell’attività lavorativa a settembre 2017.
Ad oggi, non avendo richiesto l’applicazione del regime speciale degli impatriati né per l’anno del rimpatrio (2017), né per l’anno successivo (2018), si chiede se sia possibile fruire dell’agevolazione a decorrere dalla data di trasferimento della residenza in Italia.

PARERE DEL FISCO


Con riferimento al “regime speciale per i lavoratori impatriati”, nell’ipotesi di trasferimento della residenza fiscale in Italia prima del 30 aprile 2019, trovano applicazione le disposizioni previgenti alle modifiche introdotte dal decreto fiscale 2019.
Ciò significa che i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia concorrono alla formazione del reddito complessivo dai beneficiari nella misura del 50 per cento.
Possono beneficiare dell’agevolazione i lavoratori che si trasferiscono in Italia per svolgervi la loro attività e rispettano una delle seguenti condizioni:
– sono in possesso di un titolo di laurea e hanno svolto “continuativamente”un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, ovvero
– hanno svolto “continuativamente” un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.
Nel rispetto dei requisiti previsti dalla norma, dunque, l’esenzione del 50 per cento del reddito di lavoro prodotto in Italia è riconosciuta per un quinquennio, a decorrere dal periodo d’imposta in cui è trasferita in Italia la residenza fiscale (cd. “periodo di rimpatrio”) e per i quattro periodi d’imposta successivi, a condizione che sia mantenuta la residenza per almeno due anni a pena di decadenza.
Nell’ipotesi del rapporto di lavoro dipendente, l’agevolazione è applicata dal datore di lavoro previa richiesta scritta del lavoratore; qualora il datore di lavoro non abbia potuto riconoscere l’agevolazione, la stessa è fruita direttamente in sede di dichiarazione dei redditi.


Per quanto concerne la fattispecie esaminata, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’accordo pre-contrattuale stipulato tra il lavoratore e la società estera con la promessa di assunzione costituisce una valida condizione, che integra il necessario collegamento tra il trasferimento della residenza (a maggio 2017) e l’inizio dell’attività lavorativa in Italia (a settembre 2017).
D’altra parte, la circostanza che il datore di lavoro sia un soggetto estero non costituisce condizione ostativa all’applicazione del beneficio, atteso che secondo il T.U.I.R. si considerano prodotti in Italia i redditi di lavoro dipendente e i redditi di lavoro autonomo se prestati nel territorio dello Stato, anche se remunerati da un soggetto estero.
Fatto salvo il rispetto dei requisiti previsti dalla disciplina, dunque, il beneficio deve ritenersi fruibile a decorrere dal periodo d’imposta 2017 e per i quattro periodi di imposta successivi.
Come accennato, però, per i redditi di lavoro dipendente l’agevolazione è applicata dal datore di lavoro solo a seguito di espressa richiesta del lavoratore, e in mancanza può essere fruita dal lavoratore al più tardi in sede di dichiarazione dei redditi. In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha osservato che in relazione ai periodi di imposta 2017 e 2018, essendo scaduti i termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, la fruizione del beneficio deve ritenersi preclusa. Resta, tuttavia, la possibilità di fruire del regime agevolato per i restanti periodi di imposta (tre) del quinquennio agevolato.