CdS difensivi conclusi entro il 31 dicembre 2018, le indicazioni Inps per il recupero dello sgravio


Con messaggio n. 2732 del 17 luglio 2019, l’Inps fornisce le indicazioni operative per il recupero dello sgravio contributivo in favore delle imprese che hanno stipulato contratti di solidarietà difensivi, destinatarie dei decreti direttoriali di autorizzazione, con periodi di solidarietà conclusi entro il 31 dicembre 2018.


Come noto, in favore delle imprese che stipulino contratti di solidarietà “difensivi” accompagnati da Cigs (art. 1, D.L. n. 726/1984 e art. 21, co. 1, lett. c), D.Lgs. n. 148/2015) è prevista una riduzione nella misura del 35% della contribuzione a carico del datore di lavoro, con riferimento ai lavoratori interessati da una riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20% (art. 6, co. 4, D.L. n. 510/1996; artt. 1 e 2, D.M. n. 2 del 27 settembre 2017). Il beneficio è riconosciuto su istanza dell’impresa, con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, per un periodo massimo di 24 mesi nel quinquennio mobile. L’istanza deve recare l’importo della riduzione contributiva richiesta e il codice pratica relativo alla domanda di integrazione salariale per contratto di solidarietà presentata attraverso la procedura telematica “Cigs on line”. Unitamente all’istanza, l’impresa produce l’elenco nominativo dei lavoratori, contenente per ciascun lavoratore la percentuale di riduzione oraria applicata che sia superiore al 20%. L’istanza, firmata digitalmente e prodotta in bollo, è inoltrata esclusivamente a mezzo PEC, alla Direzione generale degli ammortizzatori sociali e incentivi all’occupazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, secondo la modulistica e con le modalità operative indicate nell’apposita sezione del sito internet “www.lavoro.gov.it”. Le istanze sono istruite in base all’ordine cronologico di presentazione.
In caso di accoglimento, ai fini della concreta fruizione del beneficio, il datore di lavoro è tenuto ad attivarsi nei confronti della Sede territoriale Inps, la quale, accertata sulla base della documentazione prodotta dall’azienda (decreto direttoriale di ammissione al beneficio) la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della riduzione contributiva, provvede ad attribuire alla posizione aziendale il codice di autorizzazione “1W”, recante il significato di “Azienda che ha stipulato contratti di solidarietà accompagnati da CIGS, ammessa alla fruizione delle riduzioni contributive ex DL 510/1996 e ss.mm.ii. ai sensi del D.I. 27 settembre 2017, n. 2”.
Le imprese interessate, dal canto loro, per esporre nel flusso Uniemens le quote di sgravio spettanti per il periodo autorizzato, valorizzano all’interno di <DenunciaAziendale>, <AltrePartiteACredito>, i seguenti elementi:
– nell’elemento<CausaleACredito>, il codice causale già in uso “L942”, avente il significato di “Arretrato conguaglio sgravio contributivo per i CdS stipulati ai sensi dell’articolo 1 del DL 30 ottobre 1984, n. 726 (L. n. 863/1984), nonché dell’articolo 21, comma 1, lett. c), del D.Lgs n. 148/2015, anno 2017”;
– nell’elemento <ImportoACredito>, il relativo importo.
Le predette operazioni di conguaglio vanno effettuate entro il 16 ottobre 2019 (terzo mese successivo a quello di pubblicazione del messaggio).

Rendita vitalizia ed esistenza del rapporto di lavoro: inammissibile una sentenza come prova scritta


Ai fini della costituzione della rendita vitalizia, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova (Corte di Cassazione, sentenza 27 maggio 2019, n. 14416).


Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di prime cure, aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei confronti dell’ex datore di lavoro, intesa alla costituzione di una rendita vitalizia corrispondente alla copertura di un periodo di omissione contributiva. La Corte territoriale aveva osservato essere carente la prova scritta del rapporto di lavoro (art. 13, L. n. 1338/1962), non potendo essere qualificata tale una diversa sentenza del Tribunale, già pronunciata tra le medesime parti del rapporto di lavoro e passata in giudicato, che aveva appunto accertato l’esistenza del rapporto subordinato, giacché tale sentenza era fondata su prove testimoniali.
Il medesimo lavoratore ricorre così in Cassazione, evidenziando che la precedente sentenza di accertamento del rapporto di lavoro dipendente, posta a fondamento della domanda di rendita, dava atto della stipulazione tra le parti di cinque contratti di lavoro, che rappresentavano i documenti di data certa richiesti ai fini della prova del rapporto.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. L’art. 13 della L. n. 1338/1962 dispone, infatti, che il datore di lavoro che abbia omesso di versare contributi per l’assicurazione obbligatoria IVS e che non possa più versarli per sopravvenuta prescrizione, può chiedere all’Inps di costituire una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione o quota di pensione che spetterebbe al lavoratore dipendente in relazione ai contributi omessi. Il datore di lavoro è ammesso ad esercitare la predetta facoltà previa esibizione all’Inps di documenti di data certa, dai quali possano evincersi la effettiva esistenza e la durata del rapporto di lavoro, nonché la misura della retribuzione corrisposta al lavoratore interessato. Il lavoratore, quando non possa ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita, può egli stesso sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno, a condizione che fornisca all’Inps le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione. Al riguardo, poi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta norma nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sulla esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto e l’ammontare della retribuzione (sentenza n. 568/1989). Secondo la Consulta, il Legislatore ha voluto impedire che si creassero posizioni assicurative fittizie, ma ciò non può, di fatto, rendere la relativa prova talmente difficoltosa da vanificare detto riconoscimento o quanto meno da farlo diventare inattuabile.
Orbene, tali principi sono stati fatti propri dalle Sezioni unite della Cassazione (sentenza 18 gennaio 2005, n. 840), per cui la dimostrazione dell’effettiva esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato, fin da prima della formale costituzione del rapporto, deve essere necessariamente fornita con la prova documentale, mentre la durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo, ma sempre circoscritta al caso in cui il documento comprovi l’avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca. Deve, dunque, continuare ad escludersi che la prova della subordinazione possa essere desunta anche in forza di un ragionamento presuntivo, stante l’estrema difficoltà di provare in modo diretto tutti gli elementi tipici della subordinazione. E ciò perché, quando per legge o per volontà delle parti sia prevista, per un certo atto o contratto, la forma scritta, sia essa ad substantiam o ad probationem, tanto la prova testimoniale quanto quella per presunzioni che abbiano ad oggetto, implicitamente o esplicitamente, l’esistenza dell’atto o del contratto sono inammissibili, salvo che la detta prova non sia volta a dimostrare la perdita incolpevole del documento. In altri termini, ai fini della costituzione della rendita, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova. Diversamente, il divieto posto dalla legge risulterebbe sin troppo facilmente eludibile, pervenendosi alla prova, ma non documentale e rigorosa come richiesto dalla legge, con un previo excursus giudiziario.

Locazione di immobili di proprietà: mero godimento o attività imprenditoriale


L’attività di mera riscossione dei canoni di affitto di un immobile di proprietà, non costituisce di norma attività d’impresa e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo a carico del socio di cui difettino i presupposti (Corte di Cassazione, ordinanza 15 luglio 2019, n. 18934)


Una Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto dall’Inps, confermando l’accoglimento dell’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL contro due avvisi di addebito aventi ad oggetto il pagamento di contributi in favore della Gestione commercianti. La Corte territoriale, nello specifico, aveva ritenuto insussistenti le condizioni per l’iscrizione dell’opponente, in qualità di socio amministratore di alcune società a responsabilità limitata, nella Gestione commercianti dell’Inps, posto che l’unica attività svolta dalle società era quella di riscossione di canoni di locazione, che non configura esercizio di attività commerciale in quanto inerisce al mero godimento di beni immobili.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, ritenendo che dal quadro normativo complessivo e dalle circostanze di fatto acquisite al processo, emergeva evidente la natura imprenditoriale e non già di mero godimento dell’attività svolta dalla società, in assenza di prova contraria offerta dall’opponente.
Per la Suprema Corte il ricorso è inammissibile. Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione commercianti è che sia provato lo svolgimento di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), tuttavia, nel caso di specie, le società a responsabilità limitata di cui il controricorrente era socio non svolgevano attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili, bensì la sola attività di riscossione dei canoni di locazione degli immobili di cui erano proprietarie.
Diviene così irrilevante la circostanza che l’attività di gestione fosse svolta esclusivamente dal socio unico, o che questi non svolgesse altra attività lavorativa o, ancora, che non vi fossero dipendenti, così come non assume valore decisivo la mancanza di prova contraria, idonea ad escludere la presunzione normativa di esercizio di attività imprenditoriale ricollegabile, secondo l’assunto dell’Inps, alla circostanza che la società fosse costituita in forma diversa da quella semplice. L’attività di mera riscossione dei canoni di un immobile affittato non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale (Corte di Cassazione, ordinanza n. 3145/2013), salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Corte di Cassazione, sentenza n. 845/2010), e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti.
Del resto, sotto tale aspetto, sebbene con riferimento alle società in accomandita semplice, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’Inps.

Procedura di esodo incentivato con riscatto diretto a carico del datore dei periodi contributivi


Si forniscono precisazioni sulla procedura di esodo incentivato con riscatto diretto a carico del datore di lavoro dei periodi contributivi aggiuntivi idonei al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia.


La Legge di bilancio 2017 ha previsto, per il triennio 2017-2019, il ricorso all’assegno straordinario per il sostegno al reddito in favore dei dipendenti del settore del credito ordinario e del credito cooperativo. Con apposito decreto il Ministero del lavoro ha disposto che il Fondo di solidarietà per la riconversione e riqualificazione professionale, per il sostegno dell’occupazione e del reddito del personale del credito ed il Fondo di solidarietà per il sostegno dell’occupabilità, dell’occupazione e del reddito del personale del credito cooperativo, provvedono nei confronti dei lavoratori che raggiungono i requisiti previsti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato nei successivi sette anni, anche al versamento degli oneri correlati a periodi, utili per il conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia, riscattabili o ricongiungibili, precedenti all’accesso ai predetti Fondi di solidarietà. Gli oneri corrispondenti ai periodi riscattabili o ricongiungibili sono versati a tali Fondi dai datori e costituiscono specifica fonte di finanziamento.
Relativamente alla natura facoltativa dell’esercizio di detto riscatto, una volta avviate le procedure per ridurre il personale con incentivo agli esodi volontari, in termini generali occorre considerare che il riscatto ai fini pensionistici è un istituto attivabile a discrezione del diretto interessato, con onere a proprio carico, per valorizzare ai fini pensionistici determinati periodi espressamente previsti dalla legge e scoperti da contribuzione. Il riscatto, in quanto tale, ha dunque natura di vero e proprio negozio bilaterale, i cui effetti giuridici discendono dalla volontà di entrambe le parti, ossia l’ente previdenziale e l’assicurato. Detta operazione è attivata previa presentazione di apposita domanda del lavoratore interessato, da cui prende avvio il procedimento amministrativo rivolto all’accertamento dei requisiti di legge e che si conclude con una proposta di riscatto da parte dell’Istituto previdenziale; l’accettazione del medesimo interessato è rimessa alla preventiva valutazione da parte di quest’ultimo in ordine alla convenienza dell’operazione, anche in ragione dell’entità dell’onere quantificato.
Ebbene, sia le disposizioni relative alla legge di bilancio 2017 sia il DM suddetto sono state introdotte con la finalità di offrire ai datori del settore del credito ordinario e del credito cooperativo un particolare strumento per la gestione di situazioni occupazionali che avrebbero potuto generare eccedenze di personale. Tali misure, inoltre – che dovrebbero consentire la gestione non traumatica di potenziali esuberi – trovano la loro concreta attuazione entro un percorso di confronto sindacale, che consenta di contemperare nel modo più efficace le esigenze dei lavoratori potenzialmente interessati con quelle del datore. In particolare, la fattispecie introdotta dalla legge di bilancio non prevede alcun obbligo da parte dei datori di esercitare la domanda di riscatto a beneficio dei propri dipendenti, né sono individuati requisiti specifici per l’accesso all’assegno straordinario. Infatti, ai fini del conseguimento della pensione anticipata o di vecchiaia entro il periodo massimo di fruizione di tale prestazione, si prevede l’erogazione del predetto assegno, a carico della gestione previdenziale di appartenenza, al perfezionamento dei requisiti minimi contributivi e anagrafici, richiesti al momento del pensionamento.
Dunque, l’accesso alla prestazione straordinaria da parte di un’azienda destinataria del Fondo di solidarietà di settore è subordinato all’osservanza della relativa procedura, la cui attivazione avviene in attuazione di appositi accordi collettivi tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali. Nell’ambito di detto accordo saranno definiti i termini e le modalità per la concreta attuazione della procedura di esodo, in relazione da un lato ai criteri di individuazione dei lavoratori potenzialmente interessati e, dall’altro, alla sostenibilità del piano incentivante da parte dell’azienda.
Successivamente il datore può presentare tale accordo alla competente sede INPS, che provvederà a verificare l’esistenza dei requisiti previsti per l’accesso alla prestazione straordinaria, nonché l’effettiva cessazione del rapporto di lavoro.

Contributi Inps, l’impugnazione del verbale inibisce l’iscrizione a ruolo ma non implica decadenza


La non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale permane qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda, sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria e sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice. Ciò, tuttavia, non esonera il giudice dell’opposizione dall’esaminare il merito della pretesa, con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità per l’Inps di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (Corte di Cassazione, ordinanza 08 luglio 2019, n. 18280)


Una Corte d’appello, riformando la sentenza di primo grado, aveva dichiarato inefficaci le cartelle esattoriali opposte e relative al pagamento della contribuzione presso la Gestione commercianti, in relazione all’attività svolta in favore della società di cui il ricorrente stesso era socio e amministratore unico. La Corte aveva accertato che la notifica di tali cartelle era avvenuta in pendenza di una opposizione a verbale di accertamento proposta dal medesimo soggetto, per cui l’iscrizione a ruolo era inefficace in quanto non preceduta da autorizzazione del giudice ed in mancanza di espressa richiesta da parte dell’Inps di accertamento del credito.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando che la sentenza impugnata, erroneamente, non ha considerato che l’Istituto aveva proposto domanda di condanna al pagamento dei contributi dovuti, sia nella costituzione in giudizio che nella memoria di secondo grado, mentre la Corte di merito si era limitata a dichiarare l’inefficacia delle cartelle.
Ai sensi dell’art. 24, co. 3, del D.Lgs. n. 46/1999, la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale permane qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda, sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria, e sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice. Ciò, tuttavia, non esonera il giudice dell’opposizione avverso la cartella esattoriale dall’esaminare il merito della pretesa creditoria (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 6 agosto 2012, n. 14149), con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 19 gennaio 2015, n. 774).
Dunque, l’opposizione alla cartella esattoriale finalizzata ad accertare che il credito non esiste in tutto o in parte, introduce un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto il rapporto previdenziale; in tale ipotesi, l’Inps, anche in presenza di illegittima iscrizione a ruolo dei crediti e nell’impossibilità di avvalersi del suddetto titolo esecutivo, può chiedere la condanna al corrispondente adempimento nel medesimo giudizio, senza che ne risulti mutata la domanda (Corte di Cassazione, sentenza n. 3486/2016) e senza necessità di proporre quindi domanda riconvenzionale. Del resto, la cartella esattoriale non costituisce un atto amministrativo, ma un atto della procedura di riscossione del credito (i cui motivi sono già stati indicati e la cui liquidazione è già stata effettuata nei verbali di accertamento redatti dagli ispettori e notificati alle parti) per cui se all’esito del giudizio di opposizione il credito contributivo viene accertato in misura inferiore a quella azionata dall’Istituto, il giudice deve non già accogliere “sic et simpliciter” l’opposizione, ma condannare l’opponente a pagare la minor somma (Corte di Cassazione, sentenza n. 13982/07).
Nel caso di specie, tuttavia, la Corte d’appello ha escluso che fosse stata introdotta un’opposizione nel merito della pretesa contributiva e, quindi, ha limitato l’ambito del proprio giudizio alla sola verifica della legittimità dell’azione esecutiva di riscossione. Tanto premesso, il motivo addotto non può superare il vaglio di ammissibilità in quanto non contiene l’esatta riproduzione degli atti processuali dai quali il giudice di legittimità può trarre il convincimento che l’opposizione era stata proposta anche per ragioni di merito, non essendo sufficiente la mera affermazione che l’Inps aveva proposto domanda, reiterata finanche nella memoria di secondo grado, di condanna del lavoratore al pagamento dei contributi dovuti per il periodo in contestazione.

Revisione delle tariffe INAIL e altre disposizioni in materia previdenziale nella L. n. 58/2019


L’articolo 3-sexies, DL n. 34/2019 convertito con modificazioni inL. n. 58/2019 – inserito durante l’esame presso la Camera – estende a regime, a decorrere dal 2023, un meccanismo di riduzione dei premi e contributi per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali già previsto per gli anni 2019-2021 (resta escluso l’anno 2022) e sopprime alcune modifiche alla disciplina sulla tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, inserite dalla L. 30 dicembre 2018, n. 145.


Ai fini della messa a regime, dall’anno 2023, della revisione delle tariffe dei premi e contributi dovuti all’INAIL per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, di cui all’articolo 1, comma 1121, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, garantendone la vigenza anche per il periodo successivo al 31 dicembre 2021, con esclusione dell’anno 2022, in aggiunta alle risorse indicate nell’articolo 1, comma 128, della legge n. 147 del 2013, si tiene conto dei seguenti maggiori oneri e minori entrate, valutati in 630 milioni di euro per l’anno 2023, 640 milioni di euro per l’anno 2024, 650 milioni di euro per l’anno 2025, 660 milioni di euro per l’anno 2026, 671 milioni di euro per l’anno 2027, 682 milioni di euro per l’anno 2028, 693 milioni di euro per l’anno 2029, 704 milioni di euro per l’anno 2030 e 715 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2031.
L’articolo 3-sexies, inoltre, come accennato, sopprime alcune modifiche alla disciplina sulla tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali introdotte – con decorrenza dal 2019 – dalla L. n. 145 del 2018. Le novelle ora oggetto di soppressione riguardano il rapporto tra gli indennizzi corrisposti dall’INAIL e il risarcimento ulteriore del danno nonché le azioni di regresso o di surrogazione, da parte dell’INAIL, verso il datore di lavoro o verso l’impresa di assicurazione – nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore e i natanti.


L’articolo 16-quinquies, invece, anch’essointrodotto durante l’esame presso la Camera, interviene sulla disciplina della definizione agevolata dei carichi fiscali e contributivi per i contribuenti in difficoltà economica contenuta nella legge di bilancio 2019. Il DL Crescita, in sede di conversione aggiunge infatti che le disposizioni del comma 185, art. 1, L. n. 145/2018 si applicano ai debiti derivanti dall’omesso versamento dei contributi dovuti dagli iscritti alle casse previdenziali professionali, previe apposite delibere delle medesime casse, approvate ai sensi del comma 2 dell’articolo 3 del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, pubblicate nei rispettivi siti internet istituzionali entro il 16 settembre 2019 e comunicate, entro la stessa data, all’agente della riscossione mediante posta elettronica certificata.

ListaPosPA, l’aggiornamento del tracciato Uniemens da ottobre 2019


Per i dipendenti pubblici, in considerazione che alcuni contratti di comparto hanno previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (Inps, messaggio 01 luglio 2019, n. 2440).


Come noto, per i dipendenti pubblici in regime di trattamento di fine rapporto (TFR), il relativo contributo è dovuto nella stessa misura e sulla stessa base contributiva prevista per il trattamento di fine servizio (TFS) ed è a totale carico delle amministrazioni di appartenenza degli interessati. Per gli Enti locali e per quelli del comparto Sanità tale contributo ammonta al 6,10% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 4,88%), mentre per le Amministrazioni statali il contributo ammonta al 9,60% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 7,68%). Ai sensi, poi, dell’Accordo quadro nazionale in materia di trattamento di fine rapporto e di previdenza complementare per i dipendenti pubblici, ulteriori voci retributive possono essere considerate nella contrattazione di comparto. Di qui, considerato che alcuni contratti di comparto hanno di fatto previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (6,91%):
– il campo <ImponibileTFRUlterioriElem>, nel quale vanno dichiarate le voci retributive ritenute utili dalla contrattazione di comparto ai fini TFR in misura pari al 100% delle stesse;
– il campo <ContributoTFRUlterioriElem>, nel quale va indicato il totale dei contributi nella misura pari al 6,91% dell’imponibile di riferimento indicato nel campo suddetto.
La compilazione degli elementi deve avvenire a decorrere dalle retribuzioni erogate dal mese di ottobre 2019.

Enti pubblici e lavoratori dello spettacolo: obblighi contributivi limitati a IVS e NASpI


L’Inps, con circolare n. 98 del 28 giugno 2019, effettua una complessiva ricognizione dell’assetto degli obblighi contributivi derivanti dai rapporti di lavoro instaurati da enti pubblici (art. 1, co. 2, D.Lgs. n. 165/2001), con soggetti appartenenti alle categorie professionali da iscrivere al Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo.


Come noto, l’obbligo assicurativo presso il Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo (FPLS) insorge per effetto del mero svolgimento di una delle attività artistiche, tecniche o amministrative analiticamente riportate nell’elenco tassativo di cui all’art. 3 del D.Lgs. C.P.S. n. 708/1947 (artisti lirici, attori di prosa, registi, sceneggiatori, maestranze teatrali, etc.), adeguato con il D.M. n. 17445 del 15 marzo 2005, prescindendosi dagli ulteriori tratti distintivi del datore di lavoro (natura imprenditoriale, forma pubblica o privata, etc.). Ai fini dell’iscrizione presso l’assicurazione IVS dei lavoratori dello spettacolo e del conseguente l’obbligo del soggetto che ne utilizza le prestazioni (sia in regime di subordinazione che in regime di autonomia) al versamento della relativa contribuzione, è sufficiente l’appartenenza dei medesimi lavoratori ad una delle previste categorie professionali (Corte di Cassazione, sentenza n. 12824/2002). Orbene, in tale ottica, anche le Amministrazioni Pubbliche (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 165/2001), qualora nello svolgimento della loro attività si avvalgano di soggetti appartenenti alle predette qualifiche professionali, hanno l’obbligo di versare la contribuzione dovuta ai fini IVS al FPLS.
Per quanto concerne malattia e maternità, per la generalità dei lavoratori dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, durante l’evento viene corrisposto dal datore di lavoro il trattamento economico fondamentale (in caso di malattia) (art. 71, D.L. n. 112/2008), nonché il trattamento economico previsto dalle disposizioni normative e contrattuali (per la maternità) (art. 2, co. 2, e art. 57, D.Lgs n. 151/2001), con conseguente esonero dall’obbligo contributivo relativo alle assicurazioni economiche di malattia e di maternità per i lavoratori dello spettacolo con rapporto di lavoro subordinato, sia a tempo determinato che indeterminato, diversamente da quanto previsto per la generalità delle imprese dello spettacolo. Viceversa, per i rapporti di rapporto autonomo instaurati tra enti pubblici e lavoratori rientranti nelle predette categorie, non potendosi applicare le norme previste per il pubblico impiego vale la disciplina prevista nel settore dello spettacolo, per cui in favore degli “iscritti” al FPLS l’assicurazione economica di malattia opera in regime sostitutivo dell’assicurazione generale. In sostanza, i lavoratori autonomi dello spettacolo beneficiano della tutela assicurativa della malattia e della maternità, con conseguente obbligo contributivo a carico del datore di lavoro sia privato che pubblico.
Secondo la disciplina che regola l’assicurazione contro la disoccupazione NaSPI, in considerazione della natura giuridica pubblica del datore di lavoro, la tutela assicurativa opera unicamente in favore del personale dipendente a tempo determinato (art. 2, co. 2, L. n. 92/2012). Pertanto, solo per tali lavoratori (subordinati a tempo determinato) è dovuto dal datore di lavoro pubblico il contributo ordinario NASpI, mentre in assoluto non è dovuto il contributo addizionale, operando nella fattispecie una espressa esclusione (art. 2, co. 29, lett. d), L. n. 92/2012).
Con riguardo agli assegni per il nucleo familiare, gli enti pubblici, nonché le Provincie e i Comuni, sono esonerati dall’applicazione della normativa della cassa unica assegni familiari quando per legge, regolamento o atto amministrativo corrispondano al personale dipendente un trattamento per carichi di famiglia non inferiore a quello dalla disciplina vigente in materia di ANF (art. 79, D.P.R. n. 797/1955).
Per la disciplina relativa al Fondo di Tesoreria Inps (art. 1, commi 755 e ss., L. n. 296/2006), essa trova applicazione solo nei confronti dei lavoratori dipendenti del settore privato; ne consegue l’esclusione dal relativo obbligo contributivo per i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, salvo che i rapporti di lavoro degli enti pubblici siano costituiti e regolamentati dal diritto comune, da cui deriva l’applicazione ai lavoratori della normativa sul TFR (art. 2120 c.c.), i medesimi vengono inclusi nel campo di applicazione della disciplina sempreché sussistano gli ulteriori requisiti previsti dalle norme istitutive del Fondo di Tesoreria (ad esempio, il limite dimensionale nell’organico).
In relazione alla contribuzione presso il Fondo di garanzia (art. 2, L. n. 297/1982), la natura di ente pubblico esclude, da un lato, la qualifica imprenditoriale dell’ente medesimo e, dall’altro, l’assoggettabilità alle disposizioni di cui alla Legge Fallimentare (R.D. n. 276/1942; D.Lgs n. 14/2019). Non sussistono, pertanto, i requisiti necessari per ritenere operante la tutela relativa all’intervento del Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto, ancorché possa essere applicata ai lavoratori dipendenti degli enti pubblici la disciplina sul TFR (Inps, circolare n. 122/1993).
Infine, sulla base della natura giuridica pubblica, le Pubbliche Amministrazioni sono soggetti datoriali a cui non si applica la normativa relativa al fondo di integrazione salariale e, pertanto, non sussistono i relativi obblighi contributivi.
Premesso quanto sopra, è stata quindi disposta una classificazione uniforme dei datori di lavoro in argomento, con l’istituzione del nuovo codice statistico contributivo “1.18.10”, che va associato al codice ATECO 2007 “90.04.00”. Tale variazione di inquadramento avverrà d’ufficio e produrrà effetti, nel rispetto del principio della non retroattività, a decorrere dal periodo di paga giugno 2019.

Esposizione ad amianto su navi italiane


Circa l’operatività del sistema presuntivo dell’origine professionale in ipotesi di malattia tabellata, la giurisprudenza di cassazione ritiene che quando la malattia è inclusa nella tabella, al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione nociva (anch’essa tabellata) perché il nesso eziologico tra i due termini sia presunto per legge (sempre che la malattia si sia manifestata entro il periodo anch’esso indicato in tabella).


La Corte d’appello di Genova ha rigettato l’appello proposto contro la sentenza del Tribunale della Spezia di rigetto della domanda tesa ad ottenere la rendita per malattia (asbestosi) messa in relazione causale con la prolungata azione della esposizione ad amianto su navi anche straniere nel periodo compreso tra il 1962 ed il 1986. Secondo tale Corte, dalla c.t.u era emersa una esposizione ad amianto su navi italiane, per cui era operativa la copertura assicurativa Ipsema (oggi gestita dall’Inail) solo dal 1957 al 1962; da ciò la Corte territoriale ha tratto la conclusione che il lavoro su navi estere avrebbe assunto il valore di causa sufficiente ad escludere il nesso eziologico, essendo quelle derivanti dall’esposizione su navi italiane percentuali irrilevanti a far raggiungere la soglia di indennizzabilità.
Avverso tale sentenza ricorre per cassazione il lavoratore: con l’unico motivo di ricorso, in particolare, si denuncia la violazione della regola dell’equivalenza causale fissata nell’articolo 41 del codice penale, centrale nella disciplina delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro per cui nessun peso poteva essere attribuito dalla Corte territoriale alla maggior durata dei periodi di servizio presso navi estere rispetto a quelle italiane, trattandosi (come accertato dalla consulenza tecnica d’ufficio) al più di concause tutte equivalenti sul piano causale.
I risultati della consulenza tecnica vanno utilizzati all’interno della disciplina assicurativa del rischio professionale oggetto del giudizio ed, in particolare, viene in rilievo il T.U. n. 1124 del 1965, art. 144, che prevede che “Nell’assicurazione obbligatoria per le malattie professionali contemplate dall’art. 3 del presente decreto è compresa l’asbestosi, contratta nell’esercizio dei lavori specificati nella tabella, allegato n. 8, e che risultino fra quelli previsti dall’art. 1 (..)” e che l’art. 1 include a sua volta nell’assicurazione obbligatoria prevista dal D.P.R. n. 1124 del 1965 (al n. 11) gli addetti alla navigazione marittima, senza distinzione di mansioni; la tabella n. 8 prevede genericamente come causa di asbestosi tutte le lavorazioni che comportano l’impiego e l’applicazione di amianto e di materiali che lo contengono o che comunque espongono ad inalazione di polvere di amianto e si tratta di una definizione generica, onnicomprensiva di tutte le lavorazioni che comportano il contatto nei termini previsti con la sostanza nociva, e ciò a prescindere dalle previsioni normative, quali il D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, che impongano per determinati settori l’adozione di cautele specifiche e che non si applichino alla navigazione marittima per le peculiarità che la caratterizzano. La Cassazione ha, pure, affermato che la normativa di riferimento depone univocamente per l’inclusione tra le malattie tabellate dell’asbestosi anche se contratta nella navigazione marittima, né sussisterebbero ragionevoli giustificazioni ad un’eventuale esclusione di tale settore di attività.
La questione giuridica si inserisce, dunque, nell’ambito della vicenda interpretativa che riguarda l’operatività del sistema presuntivo dell’origine professionale in ipotesi di malattia tabellata: secondo la giurisprudenza di cassazione quando la malattia è inclusa nella tabella, al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione nociva (anch’essa tabellata) perché il nesso eziologico tra i due termini sia presunto per legge (sempre che la malattia si sia manifestata entro il periodo anch’esso indicato in tabella).
La presunzione in questione non è assoluta, restando la possibilità per l’INAIL di provare una diagnosi differenziale, ma occorre che tale prova attinga ad un fattore causale dotato di efficacia esclusiva.
La sentenza impugnata, laddove ha disconosciuto, senza spiegarne le ragioni, l’efficacia causale del periodo di esposizione all’amianto svolto su navi italiane nell’insorgere della silicosi, non ha seguito i principi sopra esposti. Pertanto, il ricorso è accolto e la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Genova, in diversa composizione, che si atterrà, nell’ulteriore esame del merito della controversia, a tutti i principi su affermati;

Società, cooperative e organizzazione di produttori, i criteri di inquadramento nel settore agricolo


I chiarimenti Inps in merito al corretto inquadramento, ai fini dell’assoggettamento a contribuzione agricola unificata, delle società, delle cooperative e delle organizzazioni di produttori che svolgono, in connessione o meno con l’attività principale, attività diverse dalla coltivazione dei fondi, dalla selvicoltura e dall’allevamento di animali (art. 2135, c.c.); si forniscono altresì precisazioni in merito alle imprese non agricole che assumono alle proprie dipendenze operai agricoli (Inps, circolare 20 giugno 2019, n. 94).


Come noto, l’Inps dispone la classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali ed assistenziali, applicando per il settore dell’agricoltura il criterio dello svolgimento delle attività di coltivazione dei fondi, selvicoltura e allevamento di animali (art. 2135, c.c.) (art. 49, L. 9 marzo 1989, n. 88). Pertanto, tutti i soggetti datori di lavoro, qualunque sia la forma giuridica e la struttura economica con la quale operano (ditta individuale, società, società cooperativa, consorzi, organizzazione di produttori), che svolgono in via principale una delle predette attività, sono tenuti, per gli operai assunti alle proprie dipendenze, all’assolvimento degli obblighi relativi alla contribuzione agricola unificata. Parimenti, sono da inquadrare nel sistema della contribuzione agricola unificata i datori di lavoro che svolgono, in connessione con l’attività principale (art. 2135, co. 3, c.c.):
– ulteriori attività, quali la manipolazione, la conservazione, la trasformazione, la commercializzazione e la valorizzazione di prodotti agricoli, ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali;
– le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda, normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità.
Le attività connesse, dunque, devono essere svolte dallo stesso imprenditore, persona fisica o persona giuridica, che esercita l’attività principale della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura, nel rispetto del criterio della prevalenza (prodotti propri e risorse proprie).
Ciò premesso, sussistono comunque ulteriori ipotesi in cui la normativa sancisce l’attribuzione della qualifica di imprenditore agricolo anche a quei soggetti che svolgono una delle attività connesse del processo produttivo in modo svincolato dalle attività principali della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura.
Per quanto concerne le cooperative di imprenditori agricoli ed i loro consorzi, questi si considerano imprenditori agricoli quando utilizzano per lo svolgimento delle attività connesse, prevalentemente prodotti dei soci, ovvero forniscono prevalentemente ai soci beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001). In tale caso, la natura di imprenditore agricolo è riferita esclusivamente alle cooperative di imprenditori agricoli e ai loro consorzi, la cui compagine sociale è composta integralmente da soggetti già in possesso della qualifica agricola, non essendo rilevante che la cooperativa o il consorzio esercitino una delle attività agricole principali.
Le imprese cooperative e loro consorzi, che trasformano, manipolano e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici propri o dei loro soci ricavati dalla coltivazione dei fondi, dalla silvicoltura e dall’allevamento di animali, sono inquadrati nei settori dell’industria o del commercio, quando per l’esercizio di tali attività ricorrano normalmente ed in modo continuativo ad approvvigionamenti dal mercato di prodotti agricoli e zootecnici in quantità prevalente rispetto a quella complessivamente trasformata, manipolata e commercializzata (art. 1, L. 15 giugno 1984, n. 240). Si tratta, essenzialmente, di cooperative di natura industriale o commerciale inquadrabili nei relativi settori previdenziali, salvo che l’attività di trasformazione, manipolazione e commercializzazione sia svolta in quantità prevalente su prodotti agricoli e zootecnici propri o conferiti dai soci (produttori agricoli iscritti nella relativa gestione previdenziale). In ogni caso, nei confronti delle medesime, limitatamente alla cassa integrazione, alla cassa unica assegni familiari e all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, trovano comunque applicazione le regole del settore dell’industria.
Ancora, si considerano imprenditori agricoli, le società di persone e le società a responsabilità limitata, costituite da imprenditori agricoli, che esercitano esclusivamente le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti agricoli ceduti dai soci (art. 1, co. 1094, L. 27 dicembre 2006, n. 296). Anche a tal riguardo, ricorrendo la condizione che tutti i soci della società rivestano la qualifica di imprenditori agricoli, le attività connesse di servizi, intendendosi per tali anche quelle prestazioni dirette alla fornitura di beni e servizi rese a favore dei soci imprenditori agricoli, sono da ricondurre al principio generale della connessione e le società devono ritenersi inquadrabili nel settore dell’agricoltura.
Per quanto riguarda poi le organizzazioni di produttori agricoli (art. 3, D.Lgs. 27 maggio 2005, n. 102), esse devono assumere una delle seguenti forme giuridiche societarie:
– società di capitali aventi ad oggetto sociale la commercializzazione dei prodotti agricoli, il cui capitale sociale sia sottoscritto da imprenditori agricoli o da società costituite dai medesimi soggetti o da società cooperative e loro consorzi;
– società cooperative agricole e loro consorzi;
– società consortili (art. 2615-ter, c.c.), costituite da imprenditori agricoli o loro forme societarie.
L’organizzazione deve quindi essere costituita da soggetti in possesso della qualifica di imprenditore agricolo, anche se la compagine sociale può essere integrata con soggetti che non siano tali (D.M. 28 agosto 2014, n. 9084). Ai fini dell’inquadramento previdenziale degli organismi in parola, anche per essi, che hanno come scopo principale la commercializzazione della produzione dei produttori aderenti, valgono i principi succitati (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001).
Evidentemente, per tutte le tipologie di imprese esaminate, è necessario che le attività siano svolte direttamente dalla cooperativa o dalla società, con i propri mezzi aziendali e con la direzione ed il controllo degli operai occupati; si esclude invece l’inquadramento nel settore dell’agricoltura per le società o società cooperative che, al di fuori dell’ambito organizzativo e operativo dell’impresa, si limitano ad assumere la manodopera per poi metterla a disposizione dei soci, peraltro potendo configurarsi in questi casi la violazione della normativa sul distacco (art. 30, D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276) ed in materia di somministrazione di manodopera.
Infine, quanto alle imprese che, pur non rivestendo la qualifica di imprese agricole per la natura dell’attività economica esercitata, assumono alle proprie dipendenze lavoratori che, agli effetti delle norme di previdenza e assistenza, sono assicurati come lavoratori agricoli dipendenti (ad esempio, gli addetti alla sistemazione e manutenzione agraria e forestale), l’elencazione delle attività è tassativa (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92; Inps, circolare n. 126/2009). Si tratta di imprese che operano in settori economici diversi, quali commercio o servizi, che svolgono, oltre alle attività oggetto dell’impresa, una o più delle seguenti attività:
– lavori di forestazione, in appaltato o concessione;
– attività di manutenzione degli impianti irrigui, di scolo e di somministrazione delle acque ad uso irriguo o per lavori di forestazione (nel caso di consorzi);
– cura e protezione della fauna selvatica ed all’esercizio controllato della caccia;
– attività di raccolta di prodotti agricoli, nonché attività di cernita, di pulitura e di imballaggio dei prodotti ortofrutticoli, purché connesse a quella di raccolta;
– lavori e servizi di sistemazione e manutenzione agraria e forestale, di imboschimento, di creazione, sistemazione e manutenzione di aree a verde, se addetti a tali attività.
Peraltro, le imprese non agricole, commerciali o di servizi, che intendono iscrivere gli operai alla gestione agricola spesso operano in virtù di un contratto di appalto, ma ciò non esclude che esse debbano essere dotata di un’effettiva struttura imprenditoriale con la predisposizione di mezzi, risorse e organizzazione. In mancanza, si può configurare l’ipotesi di assunzione di lavoratori al solo scopo di inviarli presso le aziende utilizzatrici, integrando la fattispecie della mera somministrazione di manodopera. Per quanto sopra, non solo non sono iscrivibili nella gestione agricola i lavoratori addetti alle attività richiamate (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92), dipendenti di cooperative o di società che svolgono attività caratterizzate dall’esecuzione in appalto di fasi di lavorazioni o singole operazioni del processo produttivo, avulse da un’impresa organizzata per svolgere attività commerciali o di servizi, ma addirittura si configurano le fattispecie della somministrazione irregolare di manodopera.