Immobili recuperati, per il trasferimento nessuna agevolazione


Soggetti all’imposta di registro nella misura proporzionale del 9% e alle imposte ipotecaria e catastale nella misura fissa di 50 euro gli atti di trasferimento degli immobili o complessi immobiliari oggetto dei piani di recupero (Agenzia delle Entrate – Risposta 14 novembre 2018, n. 67).

Il piano di recupero è uno strumento attuativo che nasce per adattare il tessuto edilizio e urbanistico esistente a finalità specifiche, costituendo uno strumento complesso avente come fine l’eliminazione di particolari situazioni di degrado e quindi la previsione di interventi su edifici da recuperare o risanare, valutando la compatibilità del tessuto preesistente con le nuove esigenze urbanistiche.
Precedentemente, nell’ambito dei piani di recupero di iniziativa pubblica, o di iniziativa privata purché convenzionati ai trasferimenti di immobili nei confronti dei soggetti che attuano il recupero, si applicavano le imposte di registro, catastali e ipotecarie in misura fissa.
A decorrere dal 1° gennaio 2014, è stata disposta la soppressione di tutte le esenzioni e agevolazioni tributarie.
Pertanto, per effetto della soppressione, anche i trasferimenti di beni immobili effettuati nei confronti di soggetti che attuano l’intervento di recupero non sono più soggetti ad un regime fiscale agevolato.
Agli stessi non può essere neanche esteso un altro regime agevolativo che si applica anche a tutti gli atti preordinati alla trasformazione del territorio posti in essere mediante accordi o convenzioni tra privati ed enti pubblici, nonché a tutti gli atti attuativi posti in essere in esecuzione dei primi.
Ne consegue che l’atto avente ad oggetto il trasferimento di un complesso immobiliare recuperato non può beneficiare del trattamento di favore, ma è sia soggetto all’imposta di registro nella misura proporzionale del 9% e alle imposte ipotecaria e catastale ciascuna nella misura fissa di 50 euro.


Accertamento Irap: litisconsorzio tra associazione e associati


In materia di accertamento dell’IRAP dovuta da uno studio professionale associato, trattandosi di imposta imputata per trasparenza agli associati, sussiste il litisconsorzio necessario sostanziale tra l’associazione e i suoi associati. Ove nel giudizio siano stati parti tutti gli associati della medesima associazione professionale, quest’ultima deve ritenersi ritualmente partecipe della lite, difettando essa di distinta personalità giuridica (Corte di cassazione – ordinanza n. 29320/2018).


 


Lo studio professionale associato, anche se privo di personalità giuridica, rientra a pieno titolo nel novero di quei fenomeni di aggregazione di interessi (quali le società personali, le associazioni non riconosciute, i condomini edilizi, i consorzi con attività esterna e i gruppi europei di interesse economico di cui anche i liberi professionisti possono essere membri), cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomi centri di imputazione di rapporti giuridici e che sono perciò dotati di capacità di stare in giudizio come tali, in persona dei loro componenti o di chi, comunque, ne abbia la legale rappresentanza.


Pertanto, ove in un giudizio siano stati parti tutti gli associati della medesima associazione professionale, quest’ultima deve ritenersi ritualmente partecipe della lite.

No alle agevolazioni fiscali “prima casa” sull’abitazione di lusso


Per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, ci si deve riferire alla nozione normativa di superficie utile complessiva, ossia a quella che residua una volta detratta dall’estensione globale, la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 13 novembre 2018, n. 29154).

L’Agenzia delle entrate (anche quale incorporante l’Agenzia del territorio) propone con più motivi ricorso per la cassazione della sentenza, con la quale la Ctr Toscana, in rigetto degli appelli riuniti proposti dalle due agenzie fiscali, ha ritenuto illegittimi: l’avviso di liquidazione ed irrogazione di sanzioni emesso dall’Agenzia delle entrate in revoca dell’agevolazione “prima casa” (Iva 4 %) fruita dal contribuente in occasione dell’acquisto di un fabbricato di civile abitazione; l’avviso di accertamento catastale con modificazione di classamento e di rendita notificato dall’agenzia del territorio a seguito del medesimo accertamento di cui sopra (con passaggio dalla categoria A7, classe 2, vani 9,00, RC 1.533,88, alla categoria A7, classe 3, vani 15,50, RC 3.081,96).
La commissione tributaria regionale, in particolare, ha rilevato che: contrariamente a quanto sostenuto dalle due agenzie fiscali, i locali “sottotetto” e “seminterrato” non dovevano essere conteggiati né ai fini della superficie utile per classificare l’immobile come di lusso, né ai fini del numero dei vani utili per la classificazione catastale e relativa attribuzione di rendita; ciò perché tali vani non risultavano abitabili, in quanto di altezza inferiore a quella minima (mt.2,70) prescritta, a tal fine, dal regolamento urbanistico comunale; quanto al livello di finitura “al civile” dei locali, l’ufficio non ne aveva dimostrato la sussistenza già al momento della stipula del contratto di compravendita.
Resistono con controricorso i contribuenti.
Secondo il costante indirizzo della Cassazione, in tema di benefici fiscali per l’acquisto della prima casa, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, ci si deve riferire alla nozione normativa di superficie utile complessiva, ossia a quella che residua una volta detratta dall’estensione globale, la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina, verificando la potenziale ed astratta utilizzabilità dei locali alla luce di parametri oggettivi e tendenzialmente stabili nel tempo, quali l’areazione, la presenza di finestre, di luci e il collegamento al resto dell’abitazione mediante scale interne o ascensori; a prescindere dall’abitabilità da un punto di vista urbanistico, dalle finiture di tali locali, dal loro concreto uso, nonché dal nome utilizzato per indicarli (soffitta, sottotetto, mansarda, lavatoio etc.; oppure cantina, seminterrato, taverna, ripostiglio etc.).
Ne segue, sotto questo profilo, a cassazione con rinvio della sentenza impugnata, affinchè il giudice di merito riconsideri la fattispecie alla luce del su riportato indirizzo, così da verificare l’effettiva incidenza dei locali in questione (anche) sulla qualificazione del fabbricato compravenduto come di lusso e sulla conseguente spettanza dell’agevolazione prima casa.
Vale da ultimo ancora osservare come, contrariamente a quanto sostenuto dai controricorrenti, non sussista nella specie un giudicato interno preclusivo di tale riconsiderazione nel merito. Atteso che, sulla base della normativa richiamata, la sussistenza dello stato di finitura al momento dell’atto di trasferimento non esplica effetto dirimente né ai fini dell’attribuzione della nuova rendita catastale (riferita al momento dell’accertamento), né ai fini della classificazione come di lusso del fabbricato (potendo i locali in questione risultare effettivamente utilizzabili, al momento del trasferimento, pur in assenza di completa finitura).
In conclusione, la Corte accoglie in parte il ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla commissione tributaria regionale della Toscana in diversa composizione.

Fattura priva dei requisiti di contenuto formale: deducibilità a rischio

Con la recente Sentenza n. 29290/2018, la Corte di Cassazione ha affermato che mentre in presenza di una fattura regolare opera una presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, per cui se il Fisco intende contestare la deduzione dei costi e la detrazione dell’Iva ha l’onere di provarne l’illegittimità, nel caso in cui la fattura sia priva dei requisiti di contenuto formale l’onere di prova si inverte a carico del contribuente.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente contestando l’indebita deduzione dei costi e l’indetraibilità dell’IVA in relazione ad operazioni di facchinaggio, provvigioni corrisposte per attività di procacciamento di affari, ricerca di mercato e promozione vendite, a servizi di consulenza, spese di rappresentanza e ad acquisti di carburante, in considerazione della mancata indicazione in fattura dei requisiti di contenuto formale (quali natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi oggetto delle singole operazioni).
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente osservando che non era necessaria la produzione di alcuna documentazione di supporto, in quanto non esisteva alcun elemento che rendeva incerta la prova fornita dalle scritture contabili regolarmente tenute e conformi ai criteri di inerenza; in particolare, tutti i costi ritenuti dall’Ufficio indeducibili erano di importo coerente con il volume di affari dell’impresa, regolarmente documentati, regolari sul piano civilistico e tributario e chiaramente connessi all’attività da cui l’impresa traeva i propri ricavi.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Riformando la decisione dei giudici tributari, che avevano fatto ricadere in capo all’Amministrazione finanziaria l’onere di provare l’irregolarità delle fatture contestate, la Corte di Cassazione ha affermato che “quando esiste regolare fattura deve ritenersi operante la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, con conseguente onere dell’Agenzia di fornire prova dell’indeducibilità per non inerenza del costo, sempre che la fattura sia redatta in conformità ai requisiti di forma e contenuto prescritti dal decreto IVA”.
In proposito, i giudici della Corte Suprema hanno precisato che:
– in tema di imposte sui redditi, l’irregolarità della fattura, non redatta in conformità ai requisiti di forma e contenuto prescritti dal decreto IVA, fa venir meno la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato e la rende inidonea a costituire titolo per il contribuente ai fini del diritto alla deduzione del costo relativo; ciò consente all’amministrazione finanziaria di contestare l’effettività delle operazioni ad essa sottese e ritenere indeducibili i costi nella stessa indicati;
– in tema di IVA, ai fini della detrazione dell’imposta, è prescritta l’indicazione dell’entità e della natura dei servizi forniti, nonché della specificazione della data in cui è effettuata o ultimata la prestazione di servizi; ciò al fine di consentire all’Ufficio di controllare l’assolvimento dell’imposta dovuta e, se del caso, la sussistenza del diritto alla detrazione dell’Iva.
Senz’altro, ha aggiunto la Corte, l’Ufficio non si può limitare all’esame della sola fattura, ma deve tener conto anche delle informazioni complementari fornite dal contribuente, tenuto che la normativa comunitaria assimila a una fattura tutti i documenti o messaggi che modificano e fanno riferimento in modo specifico e inequivocabile alla fattura iniziale.
Incombe, tuttavia, su colui che chiede la detrazione dell’Iva l’onere di dimostrare di soddisfare le condizioni per fruirne e, per conseguenza, di fornire elementi e prove, anche integrativi e succedanei rispetto alle fatture, che l’Ufficio ritenga necessari per valutare se si debba riconoscere, o no, la detrazione richiesta.
Nel caso esaminato, la Corte di Cassazione, ha ritenuto legittima la contestazione dell’Ufficio circa i requisiti di contenuto delle fatture contestate, in considerazione della mancata indicazione della natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto delle singole operazioni ed, in particolare:
– della quantificazione dei lavori di facchinaggio-movimentazione della merce;
– dell’entità, modalità di espletamento e durata delle attività di procacciamento di affari, di promozione vendite etc., dei servizi di consulenza;
– della natura delle spese di rappresentanza.
In tal ipotesi, non è possibile ritenere sussistenti i requisiti per la deducibilità dei costi e per la detrazione dell’IVA in base alla mera regolarità formale della documentazione contabile, desumendo da ciò la prova della effettività, congruità, inerenza dei medesimi; al contrario, si realizza l’inversione dell’onere di prova a carico del contribuente.

Antiriciclaggio, chiarimenti dal CNDCEC


Forniti chiarimenti sul Piano di formazione e sul Questionario in materia di Antiriciclaggio (CNDCEC – Nota 13 novembre 2018, n. 88).

Al fine di supportare le attività di promozione della normativa antiriciclaggio da parte degli Ordini territoriali, è stato redatto un Piano di Formazione per gli iscritti agli Ordini dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e per i collaboratori e i dipendenti dei loro studi professionali.
Il Piano non apporta alcuna modificazione al numero dei crediti formativi da acquisire nelle materie obbligatorie, in armonia con il regolamento della Formazione Professionale Continua.
Gli iscritti che intendono assolvere l’obbligo formativo imposto dalla normativa antiriciclaggio possono farlo sia attraverso gli eventi formativi organizzati dagli Ordini territoriali, acquisendo in tal caso anche i tre crediti nelle materie obbligatorie, sia partecipando ad eventi organizzati da altri enti, che rilasceranno attestazione idonea a comprovare l’adempimento dell’obbligo formativo ai soli fini della normativa antiriciclaggio (e non della FPC).
Con riferimento al questionario, approntato per fornire agli Ordini territoriali uno strumento valido per lo svolgimento dell’attività di contralto ad essi assegnata, deve essere compilato con frequenza annuale da tutti gli iscritti all’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili che svolgono l’attività professionale secondo quanto disposto dall’ordinamento professionale.
In attesa dell’emanazione del parere “di conformità” del CSF, il Consiglio Nazionale ha deciso di procedere alla raccolta dei dati da trasmettere al MEF mediante l’utilizzo dello stesso questionario inviato agli Ordini lo scorso anno, da compilare entro il 28 febbraio 2019.


Accertamento: l’acquisizione viziata di documenti non lo rende illegittimo


L’acquisizione di documentazione contabile da parte dell’Amministrazione finanziaria senza il consenso del contribuente, utilizzata per la formazione dell’avviso di accertamento, non rende illegittimo il medesimo avviso (Corte di Cassazione – ordinanza n. 29132/2018).

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione che ha confermato l’inesistenza nell’ordinamento tributario di un principio generale di inutilizzabilità delle prove illegittimamente acquisite, sicché l’acquisizione irrituale di elementi rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale non comporta la inutilizzabilità degli stessi, in mancanza di una specifica previsione.
In particolare, è prevista la non annullabilità del provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti, qualora, per la natura vincolata del provvedimento, come nel caso di cartella di pagamento, il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
La legittimità dell’avviso di accertamento viene a mancare qualora l’acquisizione viziata dei documenti, utilizzati per la formazione dell’avviso di accertamento, metta in discussione la tutela di diritti fondamentali di rango costituzionale, come l’inviolabilità della libertà personale o del domicilio.

Ricerca scientifica: decadenza del beneficio agli incentivi


Sulla decadenza del beneficio agli incentivi per la ricerca scientifica decide la Cassazione (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 07 novembre 2018, n. 28403)

Nella fattispecie la contribuente ha beneficiato di credito di imposta per incentivi alla ricerca scientifica, l’Agenzia delle entrate successivamente ha provveduto ad inviarle comunicazione di irregolarità relativa al Modello Unico, invitandola alla regolarizzazione con versamento di quanto dovuto nel termine di trenta giorni, in ragione di erroneo utilizzo del credito di imposta; all’esito della comunicazione, la contribuente ha presentato Modello Unico integrativo, indicando il credito di imposta riconosciuto e la parte utilizzata. Il concessionario della riscossione notificava cartella di pagamento a titolo di imposta indebitamente compensata; la contribuente reagiva, contestando la presunta decadenza dalle agevolazioni concesse per decorrenza del termine annuale, ritenendo che la decadenza non potesse essere prevista e disciplinata in tale fonte secondaria, per di più in assenza di espressa previsione nella noma di rango primario;
il giudice territoriale accoglieva le ragioni della contribuente e la commissione d’appello rigettava il gravame proposto dall’ufficio, con la sentenza gravata in questa sede; insorge l’Avvocatura con ricorso che viene accolto dalla Cassazione.
In tema di agevolazioni tributarie, l’inottemperanza all’invito dell’ufficio finanziario di completare, con gli elementi prescritti, la richiesta del contribuente costituisce causa di non riconoscimento del beneficio, atteso che una siffatta norma è diretta espressione del potere, demandato al Ministro delle finanze, di stabilire con D.M. le procedure di controllo, prevedendo “specifiche cause di decadenza dal diritto di credito”, e trova la sua “ratio” nell’esigenza di definire entro un tempo determinato l’inerente onere finanziario, altrimenti sospeso “ad libitum”.


L’Unione Europea autorizza l’IVA ridotta su libri, giornali e riviste online

A decorrere dal prossimo 4 dicembre 2018 entra in vigore la norma approvata dall’Unione Europea (Direttiva UE n. 1713/2018) che consente agli Stati membri di prevedere l’applicazione dell’IVA con aliquota ridotta per la fornitura di libri, giornali, periodici, contenuti testuali e cartografici in via elettronica, analogamente a quanto già previsto per i medesimi prodotti forniti su supporto cartaceo.

Secondo la normativa comunitaria gli Stati membri possono prevedere l’adozione di una o due aliquote IVA ridotte applicabili a cessioni di beni e a prestazioni di servizi rientranti nelle categorie specificamente individuate dalla direttiva IVA. Le aliquote ridotte possono essere fissate ad una percentuale della base imponibile che non può essere inferiore al 5%. In termini generali, però, è prevista la disapplicazione delle aliquote ridotte per i medesimi servizi che siano forniti in via elettronica.
Rispetto all’ultima previsione, riguardante il divieto di aliquote ridotte per servizi forniti in via elettronica, la direttiva n. 1713/2018 introduce un’eccezione per la fornitura in via elettronica di libri, riviste e contenuti digitali similari.
Più precisamente, a decorrere dal 4 dicembre 2018, gli Stati membri potranno disciplinare l’applicazione di aliquote ridotte per la fornitura di libri, giornali e periodici, inclusi quelli in locazione nelle biblioteche forniti su supporti fisici o per via elettronica o in entrambi i formati (compresi gli opuscoli, i volantini e gli stampati analoghi, gli album, gli album da disegno o da colorare per bambini, la musica stampata o manoscritta, le mappe e le carte idrografiche o altri tipi di carte).
Di fatto la disposizione estende alla fornitura in via elettronica dei suddetti beni, il trattamento IVA già previsto in relazione alla fornitura dei medesimi beni su supporto fisico. La fornitura di libri su qualsiasi tipo di supporto fisico, inclusi quelli in locazione nelle biblioteche – compresi gli stampati, i fogli illustrativi ed il materiale stampato analogo, gli album, gli album da disegno o da colorare per bambini, la musica stampata o manoscritta, le mappe e le carte idrografiche o altri tipi di carte -, giornali e periodici (con esclusione di materiale interamente o essenzialmente destinato alla pubblicità), infatti, rientrava già tra le categorie individuate dalla Direttiva IVA per l’applicazione di aliquote ridotte.
A tal proposito, la direttiva n. 1713/2018 stabilisce un’assimilazione totale tra i suddetti prodotti forniti su supporto fisico e i medesimi beni forniti in via elettronica, consentendo di estendere alle forniture in via elettronica l’eventuale trattamento di maggior favore (aliquote ridotte inferiori al minimo o esenzioni con diritto a detrarre l’IVA pagata nella fase precedente alla fornitura) che gli Stati membri a decorrere dal 1° gennaio 2017 applicano, in conformità al diritto dell’Unione, sui prodotti forniti su supporto fisico.
In ogni caso, a prescindere che siano fornite su supporto fisico o in via elettronica, restano escluse dall’applicazione di aliquote IVA ridotte le pubblicazioni interamente o essenzialmente destinate alla pubblicità e le pubblicazioni consistenti interamente o essenzialmente in contenuto video o audio musicale.

CATEGORIE DI PRODOTTI E SERVIZI AMMESSI A BENEFICIARE DI ALIQUOTE RIDOTTE


– Prodotti alimentari (incluse le bevande, ad esclusione tuttavia delle bevande alcoliche) destinati al consumo umano e animale, animali vivi, sementi, piante e ingredienti normalmente destinati ad essere utilizzati nella preparazione di prodotti alimentari, prodotti normalmente utilizzati per integrare o sostituire prodotti alimentari;
– Erogazione di acqua;
– Prodotti farmaceutici normalmente utilizzati per cure mediche, per la prevenzione delle malattie e per trattamenti medici e veterinari, inclusi i prodotti utilizzati per fini di contraccezione e di protezione dell’igiene femminile;
– Apparecchi medici, materiale ausiliario ed altri strumenti medici, normalmente destinati ad alleviare o curare invalidità, per uso personale esclusivo degli invalidi, compresa la riparazione di tali beni, e la cessione di seggiolini per bambini installati negli autoveicoli;
– Trasporto di persone e dei rispettivi bagagli al seguito;
– Fornitura di libri, giornali e periodici, inclusi quelli in locazione nelle biblioteche forniti su supporti fisici o per via elettronica o in entrambi i formati (compresi gli opuscoli, i volantini e gli stampati analoghi, gli album, gli album da disegno o da colorare per bambini, la musica stampata o manoscritta, le mappe e le carte idrografiche o altri tipi di carte), escluse le pubblicazioni interamente o essenzialmente destinate alla pubblicità ed escluse le pubblicazioni consistenti interamente o essenzialmente in contenuto video o audio musicale;
– Diritto d’ingresso a spettacoli, teatri, circhi, fiere, parchi di divertimento, concerti, musei, zoo, cinema, mostre ed altre manifestazioni o istituti culturali simili;
– Ricezione di servizi radiotelevisivi;
– Prestazioni di servizi fornite da o diritti da versare a scrittori, compositori e artisti interpreti;
– Cessione, costruzione, restauro e trasformazione di abitazioni fornite nell’ambito della politica sociale;
– Riparazione e ristrutturazione di abitazioni private, esclusi i materiali che costituiscono una parte significativa del valore del servizio reso;
– Pulitura di vetri e pulizie presso privati
– Cessioni di beni e prestazioni di servizi del genere normalmente utilizzato per la produzione agricola, esclusi beni di investimento quali macchinari o edifici;
– Alloggio fornito da alberghi e simili, compresi gli alloggi per vacanze e l’affitto di posti per campeggio e di posti per roulotte;
– Servizi di ristorazione e catering, con la possibilità di escludere la fornitura di bevande (alcoliche e/o non alcoliche);
– Diritto d’ingresso a manifestazioni sportive;
– Diritto di uso di impianti sportivi;
– Cessioni di beni e prestazioni di servizi da parte di organismi di cui è riconosciuto il carattere sociale dagli Stati membri e che sono impegnati in attività di assistenza e di sicurezza sociale, nella misura in cui tali operazioni non siano esenti;
– Prestazioni di servizi fornite da agenzie di pompe funebri e di cremazione e cessione di beni connessi a tali attività;
– Prestazione di cure mediche e odontoiatriche e trattamenti termali, nella misura in cui tali prestazioni non siano esenti;
– Prestazioni di servizi fornite nell’ambito della pulizia delle strade pubbliche, della rimozione dei rifiuti domestici e del trattamento dei residui, diversi dai servizi forniti dagli enti;
– Piccoli servizi di riparazione di biciclette, di calzature e articoli in pelle nonché di indumenti e biancheria per la casa (inclusi lavori di raccomodatura e di modifica);
– Servizi di assistenza domestica quali aiuto domestico e assistenza ai bambini, anziani, malati o disabili;
– Parrucchieri.

I chiarimenti del Fisco sull’integrazione del modello IVA TR


In tema di integrazione del Modello TR, necessario per l’ottenimento del rimborso dell’eccedenza a credito IVA maturato nel corso di ciascun trimestre, o per il suo utilizzo in compensazione, la modifica della modalità di utilizzo del credito, operata tramite la presentazione di un nuovo modello TR, deve successivamente trovare corretta esposizione nella dichiarazione annuale IVA e, pertanto, la rettifica del modello TR non può essere esercitata dopo la data di presentazione della stessa dichiarazione (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 14 novembre 2018, n. 82).


 


In particolare, l’istante chiede all’Amministrazione finanziaria quali siano i termini entro cui è possibile presentare il Modello IVA TR integrativo per integrare/rettificare, non già gli importi esposti e/o la somma chiesta a rimborso, ma esclusivamente i dati esposti nel quadro TD del Modello IVA TR.
Al riguardo l’Agenzia chiarisce che il Decreto Iva prevede la possibilità per il contribuente di richiedere, in presenza di determinati requisiti, il rimborso del credito IVA in relazione a periodi inferiori all’anno (cd. “rimborso infrannuale”). In alternativa, i contribuenti che soddisfano i medesimi requisiti, possono richiedere la compensazione del credito IVA.
Le istanze di rimborso e di compensazione delle eccedenze di credito IVA infrannuale, di importo superiore ad euro 2.582,28, sono presentate telematicamente attraverso il Modello IVA TR entro l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre di riferimento.
Tra l’altro il Fisco ha dato la possibilità, dopo la scadenza dell’invio dell’istanza “correttiva nei termini”, di integrare/rettificare il modello IVA TR tramite l’invio di un modello integrativo, al fine di mutare la destinazione del credito IVA infrannuale da compensazione a rimborso o viceversa, ponendo quale limite temporale a tale scelta la data in cui viene “effettivamente” trasmessa la dichiarazione IVA annuale. In particolare, è stato detto che la modifica della modalità di utilizzo del credito, operata tramite la presentazione di un nuovo modello TR, deve successivamente trovare corretta esposizione nella dichiarazione annuale IVA e, pertanto, la rettifica del modello TR non può essere esercitata dopo la data di presentazione della stessa dichiarazione.
Successivamente, è stato ribadito che il mutamento di destinazione può avvenire solo ed esclusivamente entro la data effettiva di presentazione della dichiarazione IVA annuale, e a condizione che non sia già stato disposto il rimborso o compensato il credito.
Con la stessa modalità e con gli stessi limiti temporali possano essere corrette o integrate anche le indicazioni rese con riguardo al presupposto per ottenere il rimborso, nonché alla richiesta di esonero dalla presentazione della garanzia o alla sussistenza dei requisiti per accedere all’erogazione prioritaria, non eseguite o eseguite non correttamente all’interno del quadro TD tempestivamente presentato. Nel caso di richiesta di esonero dall’obbligo di prestare garanzia, il nuovo modello TR dovrà recare il visto di conformità o la sottoscrizione alternativa e la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante i requisiti patrimoniali e contributivi.
Nonostante le indicazioni sopra richiamate, non si ravvisano ostacoli di tipo normativo o procedurale a consentire l’integrazione/rettifica del modello IVA TR entro il 30 aprile di ogni anno, o comunque, entro il diverso termine di scadenza di invio della dichiarazione IVA annuale, al fine di integrare/modificare elementi (quali, ad esempio, la richiesta di esonero dalla produzione della garanzia fideiussoria, l’apposizione del visto di conformità, l’attestazione dei requisiti contributivi e patrimoniali) che non incidono sulla destinazione e/o ammontare del credito infrannuale, ovviamente sempre che l’eccedenza IVA non sia già stata rimborsata ovvero compensata.
Né, in tale evenienza, è necessario presentare una dichiarazione annuale IVA “sostitutiva nei termini”, considerato che gli elementi modificati non hanno incidenza sul contenuto della dichiarazione annuale.
L’integrazione/correzione degli elementi in argomento non costituisce, altresì, errore soggetto a sanzione, salvo che, con riferimento al visto di conformità, si sia proceduto a utilizzare in compensazione il credito infrannuale in presenza di un modello TR IVA carente del visto. In tale evenienza, infatti, essendosi verificato un utilizzo improprio del credito, torna applicabile la sanzione, salva la possibilità di definizione tramite l’istituto del ravvedimento operoso.

Termine di prescrizione decennale se la sentenza passa in giudicato


Si applica il termine di prescrizione decennale in caso domanda di rimborso avente ad oggetto un credito d’imposta con pronuncia passata in giudicato (Corte di Cassazione – Ordinanza 09 novembre 2018, n. 28730).

In applicazione del principio di diritto secondo cui: «in tema di rimborso IVA, con riferimento ad una richiesta avente ad oggetto un credito accertato con sentenza passata in giudicato non opera il termine decadenziale di cui all’art. 21, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992 bensì il solo termine prescrizionale decennale, secondo la disciplina dell’actio iudicati di cui all’art. 1953 c.c., in quanto il titolo sul quale si fonda la pretesa è la sentenza passata in giudicato», la Suprema Corte rigetta il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della CTR che, in conformità a quanto deciso dalla CTP, ha ritenuto tempestiva l’istanza di rimborso del credito IVA presentata dalla società s.r.l. nel termine decadenziale di legge dal passaggio in giudicato della citata sentenza.
Nel caso in esame, il titolo sul quale si fonda la pretesa del contribuente è la sentenza passata in giudicato, ne consegue l’applicazione non del termine decadenziale in esame bensì del termine di prescrizione decennale.