ZFU Sisma Centro Italia, temine ultimo per le domande di esonero contributivo


Alle ore 12,00 di oggi, 20 aprile, scade il termine per la domanda di accesso all’esonero contributivo per i titolari di imprese individuali o di imprese familiari che hanno subito, a seguito degli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016 nelle regioni del Lazio, dell’Umbria, delle Marche e dell’Abruzzo, una riduzione del fatturato almeno pari al 25 per cento nel periodo dal 1° settembre 2016 al 31 dicembre 2016, rispetto al corrispondente periodo dell’anno 2015.

Le agevolazioni in oggetto sono riconosciute con riguardo ai contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l’assicurazione obbligatoria infortunistica.
Le agevolazioni sono fruite mediante riduzione dei versamenti da effettuarsi, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, con il modello di pagamento F24, da presentare esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate, pena lo scarto dell’operazione di versamento, secondo modalità e termini definiti con provvedimento del Direttore della medesima Agenzia, ivi incluso il codice tributo appositamente istituito dall’Agenzia delle entrate.


Sistema comune d’imposta sul valore aggiunto: deroghe per l’Italia


La Repubblica italiana viene autorizzata a introdurre una misura speciale di deroga agli articoli 218 e 232 della direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto (Decisione di Esecuzione (UE) del Consiglio 16 aprile 2018, n. 2018/593).

La Comunità Europea con la direttiva del Consiglio del 28 novembre 2006, n. 2006/112/CE ha istituito il sistema comune d’imposta sul valore aggiunto (IVA). Il principio del sistema comune d’IVA consiste nell’applicare ai beni ed ai servizi un’imposta generale sui consumi esattamente proporzionale al prezzo dei beni e dei servizi, qualunque sia il numero delle operazioni intervenute nel processo di produzione e di distribuzione antecedente alla fase d’imposizione. A ciascuna operazione, l’IVA, calcolata sul prezzo del bene o del servizio all’aliquota applicabile al bene o servizio in questione, è esigibile previa detrazione dell’ammontare dell’imposta che ha gravato direttamente sul costo dei diversi elementi costitutivi del prezzo. Il sistema comune d’IVA è applicato fino allo stadio del commercio al minuto incluso.
Ai sensi dell’articolo 218 della direttiva 2006/112/CE, ai fini della presente direttiva gli Stati membri accettano come fattura ogni documento o messaggio cartaceo o elettronico che soddisfa le condizioni stabilite per la fatturazione.
In deroga a tale articolo, con la decisione in oggetto, l’Italia è autorizzata ad accettare come fatture documenti o messaggi solo in formato elettronico se sono emessi da soggetti passivi stabiliti sul territorio italiano diversi dai soggetti passivi che beneficiano della franchigia per le piccole imprese.
Ai sensi, invece, dell’articolo 232 della direttiva 2006/112/CE, il ricorso ad una fattura elettronica è subordinato all’accordo del destinatario. In deroga a quest’altro articolo, l’Italia è autorizzata a disporre che l’uso delle fatture elettroniche emesse da soggetti passivi stabiliti sul territorio italiano non sia subordinato all’accordo del destinatario, eccetto il caso in cui tali fatture siano emesse da soggetti passivi che beneficiano della franchigia per le piccole imprese.
L’Italia notifica alla Commissione le misure nazionali di esecuzione delle deroghe e, la decisione in oggetto si applica dal 1° luglio 2018 al 31 dicembre 2021.
Qualora ritenesse necessaria la proroga delle deroghe, congiuntamente alla domanda di proroga l’Italia presenta alla Commissione una relazione che valuta la misura in cui le misure nazionali sono risultate efficaci ai fini della lotta alla frode e all’evasione dell’IVA e della semplificazione della riscossione delle imposte. Tale relazione valuta altresì l’incidenza di tali misure sui soggetti passivi e, in particolare, se tali misure aumentino gli oneri e costi amministrativi facenti capo a essi.

Autonoma organizzazione: la corretta valutazione del giudice circa i compensi e costi


ai fini IRAP l’elevato ammontare dei ricavi, dei compensi e delle spese non costituisce elemento utile per desumere il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione di un professionista (Corte di Cassazione – Sez. VI civ. – Ordinanza 17 aprile 2018, n. 9431).

La Suprema Corte ha accolto il motivo di ricorso del contribuente professionista avverso la decisione della CTR, relativa ad alcuni avvisi d’accertamento IRAP da parte del Fisco.
Infatti, secondo la giurisprudenza della Cassazione il requisito della autonoma organizzazione non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive, inoltre, l’elevato ammontare dei ricavi, dei compensi e delle spese non è indice di autonoma organizzazione e neppure le spese per beni strumentali.
Nel caso di specie, i giudici d’appello hanno ritenuto determinante la presenza e l’ammontare dei compensi a terzi per prestazioni inerenti all’attività professionale del contribuente, senza un esame del concreto apporto di tali prestazioni all’effettivo svolgimento dell’attività del contribuente, senza cioè, verificare se il coinvolgimento di tali professionalità, fosse o meno estraneo al bagaglio professionale del contribuente; inoltre, i medesimi giudici d’appello non hanno indicato da dove avessero tratto il convincimento che tali apporti fossero non occasionali.

Tassa rifiuti: parcheggio coperto del centro commerciale

Con la recente Sentenza n. 8908 dell’11 aprile 2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio per cui le aree destinate a parcheggio del centro commerciale, in quanto frequentate da persone, devono ritenersi produttive di rifiuti solidi urbani, e perciò soggette alla relativa tassa comunale, salvo prova contraria. In ogni caso non costituisce requisito valido per l’esenzione il vincolo di destinazione ad uso pubblico.

FATTO


L’Amministrazione comunale ha emesso avviso di accertamento nei confronti del centro commerciale per il mancato versamento della Tarsu relativa alle superfici coperte adibite a parcheggio di cui il centro è risultato proprietario.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno annullato l’atto impositivo rilevando che, trattandosi di posteggi ad uso pubblico, il diritto di proprietà risultava fortemente affievolito, e di conseguenza le superfici risultavano prive dei presupposti per l’applicazione della Tarsu, data l’assenza di esclusività dell’occupazione e della detenzione.
Secondo i giudici, “il vincolo di destinazione ad uso pubblico” del parcheggio coperto ne escludeva l’assoggettamento alla tassa, analogamente alle aree scoperte destinate a parcheggio, per le quali il Comune non esigeva il pagamento della Tarsu.


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La Corte Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari affermando, invece, la legittimità della pretesa tributaria.
In proposito ha evidenziato che, secondo la normativa in materia, le esclusioni dal pagamento della Tarsu dipendono dalla sussistenza di condizioni oggettive che impediscono la presunzione di rifiuti, quali la natura o il particolare uso delle superfici, la loro oggettiva condizione di non utilizzabilità immediata, ed incombe sul contribuente l’onere di prova contraria, atta a dimostrare la inidoneità del bene a produrre rifiuti, che legittima l’esenzione dal pagamento della Tarsu, fornendo all’Amministrazione comunale tutti gli elementi all’uopo necessari, con apposita denuncia ed idonea documentazione.
La tassa è dovuta per l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti, ad esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie di civili abitazioni diverse dalle aree a verde, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o comunque reso in maniera continuativa nei modi previsti.
Grava poi sul contribuente l’onere di provare la sussistenza delle condizioni per beneficiare delle esenzioni previste per alcune aree detenute od occupate aventi specifiche caratteristiche strutturali e di destinazione (e cioè che le stesse siano inidonee alla produzione di rifiuti o che vi si formino rifiuti speciali al cui smaltimento provveda il produttore a proprie spese), atteso che, pur operando il principio secondo il quale è l’Amministrazione a dover fornire la prova della fonte dell’obbligazione tributaria, tale principio non può operare con riferimento al diritto ad ottenere una riduzione della superficie tassabile, costituendo l’esenzione, anche parziale, un’eccezione alla regola generale del pagamento del tributo da parte di tutti coloro che occupano o detengono immobili nelle zone dei territorio comunale.
Nel caso in esame, la destinazione funzionale dell’area al centro commerciale, quotidianamente utilizzata dai clienti degli esercizi commerciali del medesimo centro, non può condurre a ritenere il parcheggio improduttivo di rifiuti solidi urbani, risultando irrilevante “il vincolo di destinazione ad uso pubblico”.
In conclusione, i giudici della Corte Suprema, hanno affermato che in assenza di una disposizione regolamentare adottata dal Comune contenente la previsione di una particolare deroga, trattandosi di spazi frequentati da persone il parcheggio deve ritenersi in via presuntiva produttivo di rifiuti solidi urbani, e di conseguenza soggetto alla tassa comunale sui rifiuti.

TARSU, le obiettive condizioni di inutilizzabilità dei locali sono a carico del contribuente


La TARSU non si applica ai locali e alle aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o di variazione e debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione. (CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 11 aprile 2018, n. 8910).

Nella fattispecie posta all’esame della Suprema Corte la CTR della Campania rigettava l’appello proposto dal Comune di Casamicciola Terme, avverso la decisione di primo grado, che aveva accolto parzialmente il ricorso della società contribuente avente ad oggetto l’avviso di pagamento della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu), per l’anno 2004. Rileva la CTR, a conferma di quanto già affermato dalla sentenza di primo grado, che per il periodo di chiusura dei primi quattro mesi dell’anno la comunicazione inviata dalla contribuente all’ente impositore vale come denuncia di variazione, ai sensi dell’art. 70, D.Lgs. n. 507 del 1993, che l’esenzione dalla tassa per tale arco temporale, nel quale l’attività alberghiera non era stata esercitata a causa di lavori di ristrutturazione dell’immobile, discende dall’art. 60, comma 2, D.Lgs. citato, che espressamente dichiara non soggetti a tassazione i locali e le aree in oggettive condizioni di inutilizzabilità, che infine per la determinazione della superficie tassabile, ai sensi dell’art. 60, comma 3, D.Lgs. citato, non si tiene conto di quella parte di essa ove, per specifiche caratteristiche strutturali e per destinazione, si formano di regola rifiuti speciali, nella specie, i fanghi termali, allo smaltimento dei quali sono tenuti a provvedere a proprie spese i produttori stessi, per cui la superficie delle cabine per la fangoterapia non va considerata ai fini impositivi.
Il Comune ha impugnato la sentenza con più motivi, tutti fondati e accolti dalla Corte di Cassazione.
Per la Suprema Corte il presupposto impositivo della Tarsu è l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti e non sono soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o di variazione e debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione.
A carico dei possessori di immobili, dunque, è posta una presunzione legale relativa di produzione di rifiuti, per cui l’impossibilità dei locali o delle aree a produrre rifiuti, per loro natura o per il particolare uso, non può essere ritenuta in modo presunto dal giudice tributario, essendo onere del contribuente indicare nella denuncia originaria o di variazione le obiettive condizioni di inutilizzabilità, le quali devono essere, come già detto, debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione.
Orbene, la contribuente ha allegato la mera chiusura dell’attività alberghiera per il periodo corrispondente alla durata dei lavori di ristrutturazione dell’unità immobiliare (sostituzione massetti e pavimenti, rivestimenti, sostituzione di infissi interni, sostituzione di servizi igienici, lavori di adeguamento impianti ed attrezzature, rifacimento intonaco e pitturazione muri ed infissi), come da comunicazione presentata al Comune di Casamicciola, situazione incompatibile con l’apertura al pubblico, essendo la struttura temporaneamente inagibile, non rilevando il mantenimento dei contratti per la fornitura della energia elettrica e dell’acqua, in quanto servizi necessari anche per l’esecuzione dei predetti lavori.
Non è dato, tuttavia, sapere se la ristrutturazione ha interessato l’intera unità immobiliare, impedendone quindi l’utilizzazione, o solo una parte, caso nel quale la tassa sarebbe comunque dovuta per intero, in quanto l’obiettiva inutilizzabilità che rileva ai fini qui considerati ricorre non già quando i locali sono stati lasciati, per una qualsiasi ragione, inutilizzati, ma quando sono in condizioni che ne impediscono l’utilizzabilità, solo in tal caso le superfici possono essere sottratte alla tassazione in argomento.
La obiettiva inutilizzabilità, inoltre, deve essere univocamente accertabile, e la contribuente non ha prodotto documentazione comprovante l’avvenuta ristrutturazione ed attestante durata e modalità di esecuzione dei lavori in questione, sicché l’onere della prova al riguardo non può ritenersi soddisfatto, come appunto dedotto dall’ente impositore, atteso che la società contribuente ha solo provato la mancata utilizzazione di fatto dei locali per cessazione temporanea dell’attività alberghiera ivi esercitata , ma non pure la loro obiettiva non utilizzabilità.
Il ricorrente Comune censura la decisione dei giudici di appello anche per ciò che concerne la disposta esclusione dalla superficie tassabile dei locali adibiti alla somministrazione dei fanghi ai clienti delle terme, in quanto l’esenzione dal tributo dipende dalla inidoneità del bene a produrre rifiuti per sua natura o per la particolare destinazione d’uso, cosa che non emerge univocamente dalla circostanza che la contribuente ha provveduto, tramite aziende autorizzate, al trasporto e smaltimento dei rifiuti speciali costituiti dai predetti fanghi termali.
Ciò non esclude, infatti, la produzione anche di rifiuti solidi urbani, in ragione di una presenza umana che, rapportata all’attività che ivi si svolge, certamente non appare sporadica o occasionale, sicché vale il principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui “In tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, grava sul contribuente l’onere di provare la sussistenza delle condizioni per beneficiare dell’esenzione per quelle aree detenute od occupate aventi specifiche caratteristiche strutturali e di destinazione, atteso che il principio, secondo il quale è l’Amministrazione a dover fornire la prova della fonte dell’obbligazione tributaria, non può operare con riferimento al diritto ad ottenere una riduzione della superficie tassabile, costituendo l’esenzione, anche parziale, un’eccezione alla regola generale del pagamento del tributo da parte di tutti coloro che occupano o detengono immobili nelle zone del territorio comunale.”.

Il decreto attuativo per lo stoccaggio di prodotti energetici


Firmato il decreto attuativo che disciplina le modalità con cui i soggetti che intendono stoccare propri prodotti energetici, sottoposti ad accisa, presso i depositi fiscali di prodotti energetici (“depositi ausiliari”), di cui non risultino esercenti, sono identificati dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Ministro dell’economia e delle finanze – Decreto 12 aprile 2018, in attesa di pubblicazione nella G.U.)

i soggetti interessati presentano un’istanza telematica prima dell’inizio dello stoccaggio dei propri prodotti energetici presso un deposito ausiliario, a cui allegano una dichiarazione con la quale il soggetto titolare dell’impresa o il rappresentante legale della società istante attesta che, nel quinquennio antecedente la richiesta, non sia stata pronunciata nei propri confronti sentenza irrevocabile di condanna, ovvero sentenza definitiva di applicazione della pena su richiesta per reati di natura tributaria, finanziaria e fallimentare e per i delitti non colposi, per i quali sia prevista la pena della reclusione.
L’istanza, sottoscritta dal titolare dell’impresa o dal rappresentante legale della società, è presentata, per i soggetti stabiliti nel territorio dello Stato, all’Ufficio delle dogane territorialmente competente sulla sede legale e per i soggetti stabiliti in un altro Stato membro dell’Unione Europea, a qualunque Ufficio delle dogane ubicato in un capoluogo di regione.
Per i soggetti non stabiliti nell’Unione Europea l’istanza, sottoscritta dal rappresentante fiscale designato dagli stessi soggetti, è presentata all’Ufficio delle dogane territorialmente competente sul domicilio fiscale del predetto rappresentante. Nell’istanza sono indicati, oltre ai dati identificativi del rappresentante fiscale e del soggetto istante non stabilito nell’Unione Europea, il luogo dove è custodita la documentazione riguardante i prodotti energetici stoccati, l’indirizzo della casella di PEC del predetto rappresentante fiscale presso la quale si intende ricevere ogni comunicazione. Il rappresentante fiscale allega alla medesima istanza la dichiarazione con la quale il soggetto non stabilito nell’Unione Europea attesta che non ricorrono le condizioni di sopra.
Tali disposizioni si applicano anche per i soggetti stabiliti in un altro Stato membro dell’Unione Europea qualora abbiano designato un rappresentante fiscale nel territorio dello Stato.
Ricevute le istanze telematiche, corredate dalla relativa dichiarazione, l’Ufficio delle dogane verifica la completezza degli elementi richiesti e, qualora riscontri la mancanza di uno o più di essi, invita l’interessato ad integrare l’istanza stessa con i dati mancanti.
I soggetti, titolari nel territorio nazionale di un’autorizzazione o di una licenza di esercizio di deposito fiscale di prodotti energetici, non revocate o sospese, che intendono operare lo stoccaggio dei propri prodotti energetici presso un deposito ausiliario di cui non siano esercenti, effettuano apposita comunicazione telematica, almeno trenta giorni prima di iniziare l’attività di stoccaggio, all’Ufficio delle dogane territorialmente competente sul proprio deposito fiscale.
Nella comunicazione l’esercente deposito fiscale indica, a pena di inammissibilità, il relativo codice di accisa nonché i prodotti energetici che intende stoccare presso depositi ausiliari; nel caso di più codici di accisa attribuiti al medesimo esercente, lo stesso soggetto individua quello principale al fine della trasmissione della comunicazione. Al soggetto che effettua la comunicazione è attribuito, entro il termine di trenta giorni dall’acquisizione della comunicazione, un codice identificativo che ha validità di un anno dalla data del suo rilascio e, successivamente alla sua attribuzione, l’attività di stoccaggio è permessa, limitatamente ai depositi ausiliari per i quali il soggetto ottiene il relativo atto di assenso, solo dopo l’acquisizione del medesimo atto di assenso.
I soggetti che intendono proseguire l’attività di stoccaggio presso depositi ausiliari oltre il termine di validità annuale effettuano una nuova comunicazione al medesimo Ufficio delle dogane, almeno trenta giorni prima della scadenza del predetto termine.
Indipendentemente dall’applicazione delle pene previste per le violazioni che costituiscono reato, per l’inosservanza delle disposizioni del presente decreto si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 1.000 euro a 10.000 euro.
Il presente decreto entra in vigore il primo giorno del terzo mese successivo a quello di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.


Trasferimento fuori termine: revoca agevolazioni prima casa

Con l’Ordinanza n. 9433 del 17 aprile 2018, la Corte di Cassazione ha affermato che nell’ipotesi di immobile in costruzione acquistato con i benefici fiscali per la “prima casa”, il termine di diciotto mesi previsto per il trasferimento della residenza decorre comunque dalla data di stipula dell’atto di compravendita e non dalla data di ultimazione dei lavori.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di liquidazione per il recupero delle imposte di registro, ipotecarie e catastali, nella misura ordinaria, oltre sanzioni e interessi, per effetto della revoca delle agevolazioni per l’acquisto della “prima casa”, relativamente ad un immobile in corso di costruzione, in conseguenza del mancato trasferimento della residenza nel termine di diciotto mesi.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente, ritenendo che il termine di diciotto mesi per il trasferimento della residenza, presso il comune ove è ubicato l’immobile, in riferimento al quale il contribuente ha richiesto le agevolazioni “prima casa”, decorresse dall’ultimazione dei lavori, in particolare, dalla data del rilascio del certificato di regolare esecuzione e ultimazione degli stessi e non dalla stipula dell’atto.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte Suprema ha riformato la decisione dei giudici tributari, precisando che in tema di imposta di registro, la fruizione delle agevolazioni cosiddette “prima casa” postula, nel caso di acquisto di immobile ubicato in un comune diverso da quello di residenza dell’acquirente, che quest’ultimo trasferisca ivi la propria residenza entro il termine di diciotto mesi dall’atto, altrimenti verificandosi l’inadempimento di un vero e proprio obbligo del contribuente verso il fisco, con conseguente decadenza dal beneficio, provvisoriamente accordato dalla legge, salva la ricorrenza di una situazione di forza maggiore, caratterizzata dalla non imputabilità al contribuente e dall’inevitabilità ed imprevedibilità dell’evento, la cui ricorrenza va esclusa in caso di mancata ultimazione di un appartamento in costruzione, atteso che, in assenza di specifiche disposizioni, non vi è ragione di differenziare il regime fiscale di un siffatto acquisto rispetto a quello di un immobile già edificato.
In altri termini, anche nell’ipotesi di immobile in corso di costruzione, il termine di diciotto mesi stabilito per il trasferimento della residenza nel comune in cui è ubicata la “prima casa”, decorre dalla data di stipula dell’atto di compravendita.
Il mancato trasferimento della residenza nei termini, secondo i criteri suddetti, determina la revoca dei benefici e l’applicazione delle relative sanzioni.

Chiarimenti sulle vendite sottocosto


17 APR Forniti chiarimenti in materia di vendite sottocosto (Ministero dello Sviluppo Economico – Risoluzione 12 marzo 2018, n. 96599).

Nello specifico, nel caso delle vendite sottocosto sempre consentite, non si applica, oltre all’obbligo di comunicazione preventiva al comune, anche l’obbligo di effettuazione della medesime per sole tre volte nel corso dell’anno, la durata non superiore a dieci giorni e il limite delle cinquanta referenze.
Non si applica, altresì, anche l’obbligo del decorso di un periodo pari a venti giorni tra una vendita sottocosto e l’altra.


Obbligo di registrazione dell’atto dichiarato nullo

Con l’Ordinanza n. 6832 del 17 aprile 2018, la Corte di Cassazione ha affermato che anche quando l’atto sia dichiarato nullo, resta soggetto all’obbligo di registrazione e al pagamento della relativa imposta di registro. Qualora ricorrano le ulteriori condizioni, l’invalidità dell’atto costituisce titolo per la restituzione dell’imposta assolta.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di liquidazione per imposta di registro nei confronti del contribuente, in relazione ad un atto soggetto all’obbligo di registrazione, di cui però era stata accertata la nullità.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente, ma la decisione è stata impugnata dall’Agenzia delle Entrate.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Riformando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha evidenziato che, in materia di imposta di registro, la nullità o l’annullabilità dell’atto imponibile non incide sull’obbligo di chiederne la registrazione, né su quello, conseguente, di pagare la relativa imposta, tanto principale quanto complementare, ma costituisce soltanto titolo per ottenere la restituzione dell’imposta assolta.
La nullità civilistica dell’atto, dunque, non incide sull’obbligazione tributaria dovuta dal comproprietario che ha sottoscritto l’atto, ma al più sulla ripetizione delle somme relative.
Il rimborso dell’imposta assolta, peraltro, non dipende esclusivamente dalla mera declaratoria di invalidità dell’atto accertata con sentenza passata in giudicato; è necessaria la contemporanea sussistenza di due ulteriori condizioni:
– non imputabilità alle parti del vizio che ha determinato la perdita di efficacia dell’atto;
– non suscettibilità di ratifica, convalida o conferma dell’atto.
Il riferimento agli atti dichiarati nulli o annullati, per causa non imputabile alle parti, con sentenza passata in giudicato, che non siano suscettibili di ratifica, convalida o conferma, connota una nozione di imputabilità che attiene a comportamenti non soltanto direttamente rivolti alla produzione dell’atto viziato, ma anche a quelli in cui l’invalidità possa essere facilmente prevedibile come conseguenza di circostanze già note.
A tal fine diventa rilevante per l’esclusione del rimborso dell’imposta assolta, ad esempio, il comportamento di chi, ben sapendo di aver concesso un diritto di opzione a un soggetto, venda a un terzo il medesimo bene, col rischio di concludere un negozio dall’esito incerto.

SCIA: commercio di vicinato e connessa agenzia di affari


L’esercente deve collocare le due tipologie di merci in modo che risulti agevole la distinzione tra quelle nuove e quelle usate, anche ai fini dell’attività di controllo da parte degli organi preposti alla vigilanza (MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO – Risoluzione 12 marzo 2018, n. 96594).

A seguito di richiesta di una SCIA per l’apertura di un esercizio di commercio di vicinato di prodotti non alimentari con contestuale comunicazione di apertura, negli stessi locali, di un’Agenzia di affari per l’intermediazione nella vendita di cose usate (abbigliamento, attrezzature per bambini, etc.), il Comune, stante la circostanza che trattasi di attività soggette a normative diverse, chiede di conoscere se sia possibile richiedere che all’interno dell’esercizio commerciale siano agevolmente individuabili le merci nuove, vendute ai sensi del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 e quelle usate, oggetto di intermediazione con il privato, anche alla luce delle disposizioni nazionali e regionali che recano specifiche prescrizioni da rispettare in caso di vendite straordinarie e ai fini della pubblicità dei prezzi: le merci oggetto delle vendite straordinarie devono essere fisicamente separate in modo chiaro e in equivoco da quelle eventualmente poste in vendita alle condizioni ordinarie.
Il Mise, al riguardo, sostiene che al fine di garantire una corretta applicazione di quanto disposto dal citato decreto legislativo n. 114 del 1998, nel caso di vendita esercitata ai sensi del medesimo, pur in assenza di una specifica prescrizione nazionale, risponda a criteri di ragionevolezza, nel caso di specie, richiedere all’esercente di collocare le due tipologie di merci in modo che risulti agevole la distinzione tra quelle nuove e quelle usate, anche ai fini dell’attività di controllo da parte degli organi preposti alla vigilanza.