DdL Milleproroghe: proroghe alla lotteria di corrispettivi



Tra le varie misure previste dal DdL Milleproroghe approvato dal Senato lo spostamento al 1° marzo 2021 la decorrenza del termine per i consumatori, nel caso in cui gli esercenti rifiutino di acquisire il codice lotteria al momento dell’acquisto, di effettuare le relative segnalazioni (Articolo 3, commi 9-11, DLD Milleproroghe)


L’articolo in oggetto, oltre allo spostamento al 1° marzo 2021 della decorrenza del termine per i consumatori, nel caso in cui gli esercenti rifiutino di acquisire il codice lotteria al momento dell’acquisto, di effettuare le relative segnalazioni, prevede, la possibilità per il Dipartimento dell’amministrazione generale, del personale e dei servizi del Ministero dell’economia e delle finanze di conferire incarichi di collaborazione.


Possono partecipare alla Lotteria tutte le persone maggiorenni residenti in Italia che, fuori dall’esercizio di un’attività d’impresa, arte o professione, acquistano, pagando con mezzi elettronici, beni o servizi per almeno un euro di spesa presso esercenti che trasmettono telematicamente i corrispettivi. Per partecipare è sufficiente mostrare il proprio codice lotteria al momento dell’acquisto. Si tratta di un codice a barre e alfanumerico che si può ottenere inserendo il proprio codice fiscale sul Portale della lotteria (www.lotteriadegliscontrini.gov.it). Il codice può essere stampato o salvato su dispositivo mobile (smartphone o tablet) per essere esibito all’esercente quando si effettua l’acquisto.
Non possono partecipare alla Lotteria gli acquisti in contanti, gli acquisti online, quelli per i quali si emette fattura e quelli per i quali il cliente fornisce all’esercente il proprio codice fiscale o tessera sanitaria a fini di detrazione o deduzione fiscale.
Se l’importo della spesa è almeno pari a 1 euro e il pagamento avviene tramite mezzi elettronici (carte di credito, carte di debito, bancomat, carte prepagate, carte e app connesse a circuiti di pagamento privativi e a spendibilità limitata), lo scontrino elettronico che l’esercente invia telematicamente produrrà un biglietto virtuale per ogni euro speso, fino a un massimo di 1.000 biglietti per ogni scontrino di importo pari o superiore a 1.000 euro. Successivamente all’estrazione dei biglietti vincenti, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli abbinerà il codice lotteria associato al biglietto estratto al codice fiscale dell’acquirente e alla partita IVA dell’esercente risultati vincitori.
Ciascuno scontrino partecipa a una sola estrazione settimanale, a una sola estrazione mensile e a una sola estrazione annuale. Per ogni estrazione sono previsti premi sia per l’acquirente sia per l’esercente presso cui è avvenuto l’acquisto.
Estrazioni settimanali: 15 premi da € 25.000 per chi compra, 15 premi da € 5.000 per chi vende.
Estrazioni mensili: 10 premi da €100.000 per chi compra, 10 premi da € 20.000 per chi vende.
Estrazioni annuali: 1 premio da € 5.000.000 per chi compra, 1 premio da € 1.000.000 per chi vende.
Le vincite sono comunicate tramite PEC (posta elettronica certificata) all’indirizzo comunicato nell’area riservata del Portale lotteria (per gli esercenti, nell’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata, INI-PEC). In assenza di una PEC, la comunicazione viene inviata tramite raccomandata con avviso di ricevimento. La comunicazione segnalerà l’obbligo di recarsi, entro novanta giorni, presso l’ufficio dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli competente in base alla propria residenza o al proprio domicilio fiscale. Il premio arriverà direttamente tramite bonifico bancario o postale.
Per giovedì 11 marzo 2021 è fissato l’appuntamento con la prima estrazione che decreterà i primi venti vincitori fra quanti, acquistando e vendendo, abbiamo prodotto scontrini trasmessi e registrati al Sistema Lotteria dal 1° al 28 febbraio 2021.
Le estrazioni mensili verranno effettuate, poi, ogni secondo giovedì del mese, fra tutti i biglietti generati da corrispettivi trasmessi e registrati dal Sistema Lotteria nel mese precedente l’estrazione.
Da giugno si aggiungeranno anche le estrazioni settimanali, sempre di giovedì, fra tutti i biglietti generati da corrispettivi trasmessi e registrati al Sistema Lotteria dal lunedì alla domenica della settimana precedente. Prima estrazione settimanale fissata per giovedì 10 giugno.
Infine, l’estrazione annuale, che vale un premio da 5 milioni di euro per l’acquirente e 1 milione di euro per l’esercente e per cui competono tutti i biglietti generati da corrispettivi trasmessi e registrati al Sistema Lotteria dal 1° gennaio al 31 dicembre di ciascun anno. Alla prima estrazione annuale – che si terrà a inizio 2022 – si concorrerà però con tutti i biglietti generati dal 1° febbraio al 31 dicembre 2021.

Milleproroghe 2021: novità su assemblee societarie, ETS e revisori legali


Di seguito, si riportano le novità introdotte per sulle assemblee societarie, sugli ETS e sull’aggiornamento professionale dei revisori legali dei conti del Decreto Milleproroghe convertito in legge (Senato – Comunicato 25 febbraio 2021).

Nel dettaglio:
– in materia di svolgimento delle assemblee di società, è estesa l’applicabilità delle norme sullo svolgimento delle assemblee ordinarie delle SpA e Srl disposte dall’articolo 106 del decreto legge n. 18 del 2020 alle assemblee sociali tenute entro il 31 luglio 2021 (art. 3, co. 6);
– gli obblighi di aggiornamento professionale dei revisori legali dei conti relativi agli anni 2020 e 2021 si intendono eccezionalmente assolti se i crediti formativi sono conseguiti entro il 31 dicembre 2022 (art. 3, co. 7);
– è fissato al 31 dicembre 2021, il termine perentorio per la trasformazione, senza devoluzione di patrimonio, delle Società di mutuo soccorso (SOMS) in Associazioni di promozione sociale (APS) o in altre associazioni del Terzo settore (art. 11, co. 1).


Paga l’Irap l’avvocato che esercita la professione mediante l’impiego di società specializzate


L’avvocato che esercita la professione mediante l’impiego non occasionale di società specializzate in infortunistica stradale è soggetto ad Irap in quanto l’attività affidata a dette società è strettamente collegata a quella oggetto della professione di avvocato (Corte di Cassazione – ordinanza 17 febbraio 2021, n. 4116).

Cosi si è espressa la Corte di Cassazione, confermando la sussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione in capo all’avvocato in questione.


Pertanto, anche l’impiego non occasionale di lavoro altrui è idoneo a configurare l’esistenza di un’autonoma organizzazione ed è pertanto soggetto all’Irap il professionista che, per prestazioni afferenti l’esercizio della sua attività, eroga elevati compensi a terzi, a nulla rilevando il mancato impiego da parte del medesimo di personale dipendente.


Nel caso di specie, il contribuente aveva svolto la sua professione di avvocato mediante l’impiego non occasionale di società specializzate in infortunistica stradale, retribuite a percentuale, alle quali il contribuente aveva erogato, negli anni rilevanti compensi. Non può dubitarsi, quindi, che l’attività affidata a dette società sia strettamente collegata a quella oggetto della professione di avvocato svolta dal contribuente ed ai fini dell’individuazione di un’organizzazione imprenditoriale, è da ritenere indifferente il mezzo giuridico con cui essa viene attuata, se cioè con personale dipendente, con società di servizi, ovvero tramite un’associazione professionale.


Sanzionata l’omessa dichiarazione Iva anche se la comunicazione è stata presentata


È configurabile la responsabilità del contribuente per l’omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA (art. 5, D.Lgs. n. 74/2000), anche quando lo stesso abbia regolarmente provveduto alla comunicazione IVA, prevista dall’art. 8-bis, D.P.R. n. 322/1998, poiché trattasi di adempimenti non equipollenti e che rispondono a diverse finalità (Corte di Cassazione – sentenza 24 febbraio 2021, n. 7135).

A chiarirlo è stata la Corte di Cassazione intervenuta sul regime sanzionatorio previsto in caso di omessa dichiarazione annuale Iva, e sull’eventuale inapplicabilità a fronte della presentazione della comunicazione Iva.
Infatti, ai fini Iva il contribuente presenta in via telematica, direttamente o tramite intermediari abilitati, entro il mese di febbraio di ciascun anno, una comunicazione dei dati relativi all’imposta sul valore aggiunto riferita all’anno solare precedente.
La suddetta comunicazione è sostitutiva delle dichiarazioni periodiche IVA infrannuali ed assolve allo scopo di fornire all’amministrazione finanziaria i dati IVA sintetici, che costituiscono una prima base di calcolo per la determinazione delle risorse proprie che lo Stato deve versare al bilancio comunitario. Si tratta perciò di una comunicazione che non interferisce affatto con la dichiarazione dei redditi e la cui presentazione non incide affatto sugli elementi oggettivi e soggettivi previsti in caso di omissione.


Fisco: chiarimenti sul Superbonus


In materia di Superbonus, forniti chiarimenti sugli interventi di riduzione del rischio sismico e finalizzati alla efficienza energetica e sull’asseverazione tardiva (Agenzia delle Entrate – Risposta 24 febbraio 2021, n. 127).

Con specifico riferimento all’intervento riguardante le parti strutturali dell’intero edificio di parziale demolizione e ricostruzione senza variazioni di volume dal quale deriva il passaggio a due classi di rischio inferiori, l’Agenzia osserva che la SCIA è stata presentata il 26 settembre 2019 mentre l’asseverazione prevista dall’articolo 3, comma 3, del citato decreto ministeriale n. 58 del 2017 – con il quale sono state stabilite le linee guida per la classificazione di rischio sismico delle costruzioni e le modalità per l’attestazione, da parte di professionisti abilitati, dell’efficacia degli interventi effettuati – è stata trasmessa il 23 giugno 2020, prima dell’inizio dei lavori, ad integrazione della predetta SCIA.
Al riguardo, il citato articolo 3 del decreto ministeriale n. 58 del 2017, in vigore alla data di presentazione della SCIA, prevedeva che alla predetta segnalazione fosse allegata, per l’accesso alle detrazioni, anche l’asseverazione del progettista dell’intervento strutturale della classe di rischio dell’edificio prima dei lavori e quella conseguibile dopo l’esecuzione dell’intervento progettato.In vigenza di tale disposizione, è stato, pertanto, chiarito che un’asseverazione tardiva, in quanto non conforme alle disposizioni sopra richiamate, non consente l’accesso alla detrazione (cfr. circolare 8 luglio 2020, n. 19/E).
Successivamente, il decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 9 gennaio 2020, n. 24 ha modificato il predetto articolo 3 del citato decreto ministeriale n. 58 del 2017 il quale attualmente prevede che «il progetto degli interventi per la riduzione del rischio sismico e l’asseverazione di cui al comma 2, devono essere allegati alla segnalazione certificata di inizio attività o alla richiesta di permesso di costruire, al momento della presentazione allo sportello unico competente di cui all’articolo 5 del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, per i successivi adempimenti, tempestivamente e comunque prima dell’inizio dei lavori.».
Tale disposizione, tuttavia, si applica con riferimento ai titoli abilitativi richiesti a partire dalla data di entrata in vigore del decreto modificativo e, pertanto, dal 16 gennaio 2020.
Ne deriva, dunque, che, nel caso di specie, per gli interventi di riduzione del rischio sismico, l’Istante non può accedere né al sismabonus né al Superbonus ma può, nel rispetto di tutte le altre condizioni previste dalla normativa vigente fruire della detrazione di cui al citato articolo16-bis, comma 1, lettera i) del TUIR nella misura attualmente prevista del 50 per cento delle spese sostenute nel limite massimo di spesa di euro 96.000, da utilizzare in 10 quote annuali di pari importo (cfr. articolo 16, comma 1, del decreto legge n. 63 del 2013).
Il limite di spesa ammesso alla detrazione è annuale e riguarda il singolo immobile e le relative pertinenze; inoltre, nel caso di interventi di recupero edilizio che comportino l’accorpamento di più unità abitative o la suddivisione in più immobili di un’unica unità abitativa, per l’individuazione del limite di spesa vanno considerate le unità immobiliari censite in Catasto all’inizio degli interventi edilizi (cfr. circ. 19/E del 2020, citata).
Nel caso di specie, pertanto, ai fini della determinazione dell’importo massimo delle spese ammesse alla detrazione, occorre fare riferimento all’unica unità immobiliare censita al catasto fabbricati.

Con riferimento ai lavori sull’involucro dell’intero edificio e alla possibilità prospettata dall’Istante che l’intervento sulle strutture opache verticali dell’edificio ricada tra quelli per i quali spetta il cd. bonus facciate mentre l’intervento sulle strutture opache orizzontali e la sostituzione dei serramenti ed infissi tra quelli per i quali spetta l’ecobonus, ovvero, in alternativa, che i predetti interventi rientrino nell’ambito applicativo del Superbonus, ai sensi dell’articolo 1, commi da 219 a 223, della legge n. 160 del 2019, spetta una detrazione dall’imposta lorda pari al 90 per cento delle spese documentate sostenute nell’anno 2020 e (a seguito delle modifiche apportate dall’articolo 1, comma 59, della legge di bilancio 2021) nell’anno 2021 per interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti ubicati in zona A o B ai sensi del decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, effettuati sulle strutture opache della facciata, su balconi o su ornamenti e fregi (bonus facciate).
Con riferimento alla applicazione di tale agevolazione, nella circolare 14 febbraio 2020, n. 2/E è stato precisato che:
– gli interventi ammessi al bonus facciate possono astrattamente rientrare anche tra quelli di riqualificazione energetica riguardanti l’involucro, agevolabili ai sensi del citato articolo 14 del decreto legge n. 63 del 2013, oppure tra quelli di recupero del patrimonio edilizio richiamati all’articolo 16 del medesimo decreto legge n. 63 del 2013;
– in considerazione della possibile sovrapposizione degli ambiti oggettivi previsti dalle normative richiamate, il contribuente potrà avvalersi, per le medesime spese, di una sola delle predette agevolazioni, rispettando gli adempimenti specificamente previsti in relazione alla stessa.
Analoga indicazione è contenuta, con riferimento al Superbonus, nella citata circolare n. 24/E del 2020, nella quale è stato precisato che gli interventi trainanti ammessi all’agevolazione possono astrattamente rientrare anche tra quelli di riqualificazione energetica agevolabili ai sensi del citato articolo 14 del decreto-legge n. 63 del 2013, oppure tra quelli di recupero del patrimonio edilizio richiamati all’articolo 16 del medesimo decreto-legge n. 63 del 2013. In considerazione della possibile sovrapposizione degli ambiti oggettivi previsti dalle normative richiamate, il contribuente potrà avvalersi, per le medesime spese, di una sola delle predette agevolazioni, rispettando gli adempimenti specificamente previsti in relazione alla stessa.
Inoltre, fatta salva l’impossibilità di fruire di più agevolazioni sulle medesime spese, qualora sull’edificio si attuino interventi riconducibili a diverse fattispecie agevolabili, è possibile fruire delle corrispondenti detrazioni a condizione che siano distintamente contabilizzate le spese riferite ai diversi interventi e siano rispettati gli adempimenti specificamente previsti in relazione a ciascuna detrazione.
Nel caso di specie, pertanto, in presenza di tutte le condizioni richieste ai fini delle agevolazioni fiscali sopra richiamate, l’Istante potrà scegliere, con riferimento ai lavori sull’involucro dell’intero edificio, l’agevolazione di cui avvalersi.

Nel caso in cui i predetti interventi comportino l’accorpamento di più unità abitative o la suddivisione in più immobili di un’unica unità abitativa, per l’individuazione del limite di spesa, vanno considerate le unità immobiliari censite in Catasto all’inizio degli interventi edilizi e non quelle risultanti alla fine dei lavori. Pertanto, ai fini della determinazione del limite di spesa ammesso alle sopra richiamate detrazioni rileva l’esistenza prima dell’inizio dei lavori, dell’unica unità immobiliare censita in Catasto.

Con riferimento, infine, alla sostituzione dell’impianto di riscaldamento invernale con tre distinti impianti a servizio di ciascuna unità immobiliare derivante dal frazionamento dell’unità immobiliare, e alla possibilità che tale intervento rientri tra quelli per i quali spetta l’ ecobonus di cui all’articolo 14 del citato decreto legge n. 63 del 2013 o tra quelli “trainati” ammessi al Superbonus di cui al citato articolo 119, comma 2, del decreto Rilancio, sono agevolabili, purché rispondenti alle caratteristiche tecniche previste, gli interventi finalizzati alla trasformazione degli impianti individuali autonomi in impianti di climatizzazione invernale centralizzati con contabilizzazione del calore e quelli finalizzati alla trasformazione degli impianti centralizzati per rendere applicabile la contabilizzazione del calore mentre è esclusa la trasformazione dell’impianto di climatizzazione invernale da centralizzato ad individuale o autonomo.
Tale principio si applica anche ai fini del Superbonus atteso che il comma 1 del citato articolo 119 del decreto Rilancio espressamente dispone l’incremento al 110 per cento della «detrazione di cui all’articolo 14»» del decreto legge n. 63 del 2013, nei casi ivi elencati (ecobonus).
Nell’ambito dei predetti interventi “è ammissibile la trasformazione degli impianti individuali autonomi in impianti di climatizzazione invernale centralizzati con contabilizzazione del calore. E’ invece esclusa la trasformazione o il passaggio da impianti di climatizzazione invernale centralizzati per l’edificio o il complesso di edifici ad impianti individuali autonomi” (Allegato A, punto 10, D.L. n. 3/2020).
Pertanto, nel caso di specie, le spese per la sostituzione dell’impianto di riscaldamento non rientrano né tra quelle ammesse all’ecobonus né al Superbonus.


Agevolazione prima casa salva in caso di riacquisto all’estero documentato


Il contribuente che rivende la prima casa senza attendere cinque anni dal suo acquisto non perde l’agevolazione se compera, entro un anno, anche all’estero, un nuovo immobile e invia all’Agenzia delle Entrate i documenti comprovanti il possesso dei requisiti richiesti per l’accesso alle agevolazioni e la destinazione a dimora abituale del nuovo acquisto (Agenzia Entrate – risposta 24 febbraio 2021, n. 126).

L’agevolazione per l’acquisto della prima casa prevede l’applicazione dell’imposta di registro nella misura del 2% per i trasferimenti e la costituzione di diritti reali di godimento che hanno per oggetto case di abitazione, ad eccezione di quelle di categoria catastale A/1, A/8 e A/9.
L’agevolazione decade in caso di trasferimento per atto a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i benefici prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto. Invece, l’agevolazione non decade nel caso in cui il contribuente, entro un anno dall’alienazione dell’immobile acquistato con i benefici, proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale.
Sulla “non decadenza” dell’agevolazione, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la previsione costituisce una eccezione alla regola in caso di vendita infraquinquennale dell’immobile, eccezione che può trovare applicazione solo nell’ipotesi in cui l’immobile, oggetto del riacquisto, venga adibito ad abitazione principale del contribuente. La riportata disposizione conferisce, infatti, primaria rilevanza a tale requisito, la cui sussistenza deve essere verificata ai fini della esclusione della regola decadenziale. Proprio al fine di assicurare il rispetto di tale condizione, deve ritenersi che anche nell’ipotesi in cui l’immobile acquistato sia situato in uno Stato estero non si decade dall’agevolazione, sempreché sussistano strumenti di cooperazione amministrativa che consentono di verificare che effettivamente l’immobile ivi acquistato sia stato adibito a dimora abituale.
In tale ultimo caso, la sussistenza dei requisiti per non incorrere nella decadenza dall’agevolazione fruita, ossia che il riacquisto dell’immobile sito all’estero sia stato effettuato entro un anno dall’alienazione dell’immobile agevolato sito in Italia e che la nuova abitazione sia destinata a dimora abituale, può essere dimostrata presentando all’ufficio dell’Agenzia delle entrate competente, adeguata documentazione.
Al riguardo, il contribuente interessato può inviare la documentazione comprovante il diritto a non decadere dall’agevolazione all’ufficio competente, che valuterà sia se procedere all’emissione dell’avviso liquidazione e sia se avvalersi degli strumenti di cooperazione amministrativa, concernente la reciproca assistenza amministrativa in materia fiscale tra gli stati membri del Consiglio d’Europa e i paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – OCSE.
In merito alla documentazione probatoria, ferma restando la valutazione del competente ufficio accertatore, potrebbero essere funzionali sia copia del rogito notarile di acquisto dell’abitazione sita all’estero, sia documentazione comprovante la dimora abituale nell’immobile acquistato all’estero, come fatture di fornitura di luce, acqua o gas con riferimento al medesimo immobile. I suddetti documenti dovranno essere muniti di apostille e tradotti in lingua italiana.
Tale documentazione deve essere inviata tramite posta elettronica certificata (PEC) ovvero raccomandata A/R all’ufficio dell’Agenzia delle entrate ove è stato registrato l’atto di acquisito dell’immobile sito in Italia.
L’invio di tale documentazione non preclude all’ufficio accertatore di precedere all’ordinaria attività di accertamento, sia in ordine alla gestione dell’attività di liquidazione dell’imposta, sia in ordine alla valutazione dell’idoneità probatoria, ai fini sopra indicati, della citata documentazione.


Somme illecitamente trattenute dall’amministratore di sostegno: sono reddito imponibile

La Corte di Cassazione ha affermato che le somme di cui si sia indebitamente appropriato l’amministratore di sostegno dai propri assistiti costituiscono reddito imponibile in capo allo stesso amministratore, come proventi da illecito civile. A tal fine è irrilevante che le stesse somme risultino già tassate in capo alle vittime (Ordinanza 23 febbraio 2021, n. 4778).

Il caso riguarda l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha recuperato a tassazione i proventi da reato civile, costituiti dalle somme che il contribuente ha sottratto illecitamente ai propri assistiti in qualità di amministratore di sostegno.
I giudici tributari hanno parzialmente accolto il ricorso del contribuente, ritenendo l’appropriazione indebita delle somme dei propri assistiti in sede di esercizio dell’amministrazione di sostegno non riconducibili alla fattispecie espressamente disciplinata (art. 14, co. 4, della Legge n. 537 del 1993) dei proventi derivanti da atti illeciti considerati imponibili in capo all’autore del reato; ciò in quanto, secondo i giudici, la disposizione normativa si riferirebbe solo all’attività economica produttiva di nuova ricchezza, mentre nella fattispecie le ricchezze risultano essere già state tassate presso le vittime.
La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, dichiarando l’imponibilità delle somme illecitamente sottratte agli assistiti dall’amministrazione di sostegno.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha osservato che in tema di tassazione dei proventi da reato, la normativa (art. 14, co. 4, della Legge n. 537 del 1993) stabilisce espressamente che nelle categorie di reddito individuate dal TUIR (art. 6), devono intendersi ricompresi, se in esse classificabili, i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo se non già sottoposti a sequestro o confisca penale. I relativi redditi sono determinati secondo le disposizioni riguardanti ciascuna categoria. In caso di violazione che comporta obbligo di denuncia per qualsiasi reato da cui possa derivare un provento o vantaggio illecito, anche indiretto, le competenti autorità inquirenti ne danno immediatamente notizia all’Agenzia delle Entrate, affinché proceda al conseguente accertamento.
In proposito la Corte Suprema ha evidenziato che l’orientamento formatosi in giurisprudenza prevede che:
– in tema di imposte sui redditi, i proventi derivanti da fatti illeciti, rientranti nelle categorie reddituali individuate dal TUIR (art. 6, co. 1), devono essere assoggettati a tassazione anche se il contribuente è stato condannato alla restituzione delle somme illecitamente incassate ed al risarcimento dei danni cagionati;
– la norma trova applicazione anche alle somme percepite da soggetti che si siano prestati, in base ad accordi precedentemente intercorsi, a riversare dette somme a terzi a titolo di “tangente”, essendo del tutto irrilevante, quanto all’imponibilità di tale tipo di reddito, l’intenzione di non trattenerle nel proprio esclusivo interesse, bensì di trasmetterle a terzi in base ai suddetti accordi.


Con riferimento al caso esaminato, precisano i giudici della Suprema Corte, posto che la norma in materia di tassazione dei proventi da reato (art. 14, co. 4, della Legge n. 537 del 1993) non distingue tra nuova ricchezza prodotta dal reato e ricchezza tout court, precedentemente tassata presso la persona offesa, devono ritenersi soggette a tassazione IRPEF le somme di cui si sia indebitamente appropriato l’amministratore di sostegno dai propri assistiti, in quanto pretium sceleris (prezzo del misfatto). Tali somme costituiscono reddito imponibile, senza che sussista alcuna lesione del principio di capacità contributiva (art. 53 della Costituzione), anche se il contribuente sia condannato alla restituzione delle somme illecitamente incassate ed al risarcimento dei danni, o se in capo all’autore del reato sussisteva l’intenzione di non trattenere le ricchezze percepite nel proprio patrimonio, ma di riversarle su terzi.
Inoltre, ai fini dell’imponibilità delle somme in capo all’amministratore di sostegno, risulta irrilevante che le stesse siano state tassate in capo alle vittime.

Prorogato il credito d’imposta per la quotazione delle PMI


È stato prorogato fino al 31 dicembre 2021 il credito d’imposta per sostenere la quotazione delle PMI sui mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di negoziazione di uno Stato membro dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo. (MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO – Comunicato 24 febbraio 2021)

Il credito d’imposta sostiene le PMI che decidono di quotarsi in un mercato regolamentato o in sistemi multilaterali di negoziazione di uno Stato membro dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo.


Le imprese potranno, infatti, usufruire di un credito d’imposta pari al 50% delle spese di consulenza sostenute, fino a un massimo di 500.000 euro (legge di bilancio 2018 – commi da 89 a 92 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2017, n. 205). Il Mise ne ha invece definito le modalità e i criteri di concessione (DM 23 aprile 2018).


L’obiettivo è quello di rafforzare la patrimonializzazione delle PMI, favorendone la crescita anche in termini organizzativi e gestionali.


Per la misura è prevista una dotazione finanziaria di 30 milioni di euro.


Le PMI potranno presentare le domande per la concessione del credito d’imposta al seguente indirizzo: Dgpiipmi.div05@pec.mise.gov.it


Fino al 31 marzo 2021 per le domande relative ai costi sostenuti entro il 31 dicembre 2020, mentre potranno essere presentate dal 1 ottobre 2021 al 31 marzo 2022 quelle relative ai costi sostenuti entro il 31 dicembre 2021.


Con la legge di bilancio per il 2021 (legge 30 dicembre 2020, n. 178, art. 1 comma 230) la misura quotazione PMI è stata prorogata al 31/12/2021.

Non paga l’Irap per il pediatra con due studi professionali


Il medico pediatra convenzionato con il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che dispone di due sedi destinate a studio professionale non paga l’Irap in quanto le suddette sedi non costituiscono un indice rappresentativo di autonoma organizzazione, ma solo uno strumento per il migliore, e più comodo per il pubblico, esercizio dell’attività professionale autonoma (Corte di Cassazione – ordinanza 09 febbraio 2021, n. 3099).

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione espressasi sulla sussistenza o meno del presupposto impositivo dell’Irap in capo ad un pediatra convenzionato con il S.S.N. esercente la propria professione presso due studi.


Di fatto, come più volte ribadito dalla Corte, il requisito dell’autonoma organizzazione, quale presupposto impositivo dell’Irap, ricorre qualora il contribuente:
– sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;
– impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segretaria ovvero meramente esecutive.


Quanto al significato di “autonoma organizzazione” già la Corte Costituzionale aveva puntualizzato che l’imposta incide su un fatto economico diverso dal reddito, cioè su quel quid pluris aggiunto dalla struttura organizzativa alla attività professionale, tale da costituire un indice di capacità contributiva idonea a giustificare l’assoggettamento al tributo, il che non implica alcun limite quantitativo, di prevalenza o meno rispetto al lavoro autonomo esercitato, bensì semplicemente un giudizio di valore sulla idoneità di quella organizzazione a potenziare le possibilità produttive del professionista.


Detto questo, riguardo al caso di specie, i giudici della Corte hanno chiarito che il medico pediatra convenzionato con il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che dispone di due sedi destinate a studio professionale non paga l’Irap in quanto le suddette sedi non costituiscono un indice rappresentativo di autonoma organizzazione, ma solo uno strumento per il migliore esercizio dell’attività professionale.


Nessuna ritenuta sugli interessi dei finanziamenti corrisposti da un Fondo UK


Non si applica la ritenuta di cui all’art. 26, co. 5-bis, D.P.R. n. 600/1973 sugli interessi dei finanziamenti erogati da un Fondo finanziario localizzato nel Regno Unito in favore di una società a responsabilità limitata costituita e fiscalmente residente in Italia (Agenzia Entrate – risposta 24 febbraio 2021, n. 125).

L’art. 26, co. 5-bis, D.P.R. n. 600/1973 prevede la disapplicazione della ritenuta di cui al comma 5 agli interessi e altri proventi derivanti da finanziamenti a medio e lungo termine alle imprese, erogati da enti creditizi stabiliti negli Stati membri dell’Unione europea, enti individuati all’art. 2, par. 5, numeri da 4) a 23), della direttiva 2013/36/UE, imprese di assicurazione costituite e autorizzate ai sensi di normative emanate da Stati membri dell’Unione europea o investitori istituzionali esteri, ancorché privi di soggettività tributaria (art. 6, co. 1, lett. b), D.Lgs. n. 239/1996), soggetti a forme di vigilanza nei paesi esteri nei quali sono istituiti.


Come chiarito nella risoluzione 12 agosto 2019, n. 76/E, l’esclusione della ritenuta opera, in ogni caso, nel rispetto della normativa bancaria nazionale disciplinante la riserva di attività per l’erogazione di finanziamenti nei confronti del pubblico allo scopo di non creare uno svantaggio competitivo per quegli operatori nazionali che, a differenza di quelli esteri, dovrebbero richiedere preventivamente l’autorizzazione all’esercizio di detta attività.


Per poter beneficiare dell’esclusione dalla ritenuta, in sostanza, il comma 5-bis richiede che gli interessi siano relativi a finanziamenti, a medio e lungo termine, erogati da talune tipologie di soggetti esteri tra i quali gli investitori istituzionali esteri, ancorché privi di soggettività tributaria, soggetti a forme di vigilanza nei paesi esteri nei quali sono istituiti.


Per “investitore istituzionale estero”, come chiarito dalla circolare 1° marzo 2002, n. 23/E, si intende l’ente che, indipendentemente dalla veste giuridica e dal trattamento tributario cui i relativi redditi sono assoggettati nel paese in cui lo stesso è costituito, ha come oggetto della propria attività l’effettuazione e la gestione di investimenti per conto proprio o di terzi.


Ai fini di tale disciplina rilevano soltanto gli investitori istituzionali esteri soggetti a forme di vigilanza nei paesi esteri nei quali sono istituiti. La vigilanza deve essere verificata indifferentemente con riferimento al soggetto investitore o al soggetto incaricato della gestione a seconda del modello di vigilanza prudenziale adottato nel paese in cui l’organismo è istituito. Inoltre, ai sensi dell’art. 6, co. 1, lett. b), D.Lgs. n. 239/1996, gli investitori istituzionali esteri devono essere costituiti in Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni (c.d. Paesi “White list”) di cui al D.M. 04 settembre 1996.


In merito all’ambito soggettivo, la disposizione in esame non consente di procedere secondo il principio del “beneficiario effettivo”, così da ricondurre il flusso degli interessi esclusivamente al soggetto estero percettore finale del reddito ma si rivolge esclusivamente alla platea di soggetti indicati dalla stessa norma e aventi le caratteristiche sopra descritte.


Stante l’esplicito riferimento dell’art. 26, co. 5-bis, D.P.R. n. 600/1973 ai percettori di reddito, non è coerente applicare il regime di esenzione in esso previsto a beneficiari dei redditi (interessi) che non siano anche i diretti percettori degli stessi.


Sotto il profilo oggettivo, la norma richiede che i finanziamenti:


– siano erogati a soggetti che esercitano nel territorio dello Stato attività di impresa quali società ed enti commerciali e imprenditori individuali, residenti in Italia;


– abbiano una durata contrattuale di medio o lungo termine ovvero superiore a diciotto mesi.


Ciò premesso, nel caso di specie, per quanto concerne il profilo regolamentare, non sussiste una violazione del requisito della riserva di attività in quanto i finanziamenti sono concessi in favore di una società facente parte del gruppo di appartenenza, detenuta, ancorché indirettamente, nella misura del 100% dal Fondo.


Con riguardo al requisito soggettivo, il Fondo non è un soggetto autorizzato allo svolgimento di alcuna attività regolamentata ai sensi del UK Financial Services and Market ACT 2000 (FSMA).


Tuttavia, in UK la costituzione e il funzionamento di un fondo di investimento collettivo non regolamentato è comunque considerata un’attività regolamentata. Pertanto, al fine di svolgere legalmente tale attività, il fondo deve essere gestito da un soggetto autorizzato dalla FCA.


Al fine di svolgere l’attività di gestione nel Regno Unito, il gestore del fondo (il GP o il gestore a cui il GP ha delegato l’attività di gestione) dovrà essere autorizzato dalla FCA.


Ciò posto e tenuto conto che il Fondo è istituito in un paese che consente un adeguato scambio di informazioni, lo stesso può essere qualificato come un investitore istituzionale ai sensi dell’art. 26, co. 5-bis, D.P.R. n. 600/1973.


Tenuto conto, infine, che la società che riceve i finanziamenti è una società a responsabilità limitata costituita e fiscalmente residente in Italia avente per oggetto sociale la gestione di partecipazioni e che tali finanziamenti hanno una durata pari a 10 anni e, nel presupposto che tali finanziamenti non possano essere restituiti in via anticipata, in misura parziale o totale, prima di diciotto mesi e due giorni dalla data di erogazione, su tali interessi non si applica la ritenuta.