Il codice tributo per sanare gli errori formali


Istituito il codice tributo “PF99” per il versamento, tramite modello F24, delle somme dovute per la definizione agevolata delle violazioni formali (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 21 marzo 2019, n. 37/E).

In sede di compilazione del modello F24 il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “ERARIO”, esclusivamente in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, con l’indicazione nel campo “anno di riferimento” del periodo d’imposta a cui si riferisce la violazione, nel formato “AAAA”.
Se le violazioni formali non si riferiscono a un determinato periodo d’imposta, nel campo “anno di riferimento” è indicato l’anno solare in cui sono state commesse le violazioni stesse.
Per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, nel campo “anno di riferimento” è indicato l’anno in cui termina il periodo d’imposta per il quale sono regolarizzate le violazioni formali.
In caso di versamento in forma rateale, il campo “rateazione/Regione/Prov./mese rif.” è valorizzato nel formato “NNRR”, dove “NN” rappresenta il numero delle rate in pagamento e “RR” indica il numero complessivo delle rate (ad esempio: “0102”, nel caso di pagamento della prima delle due rate); in caso di pagamento in un’unica soluzione, nel suddetto campo va indicato il valore “0101”.

Chiarimenti sull’utilizzo dell’eccedenza di ACE

 



Forniti chiarimenti sulla possibilità di computare l’eccedenza di rendimento nozionale (nel seguito “ACE”) in diminuzione dai maggiori imponibili oggetto di definizione in sede di accertamento con adesione e in relazione alle modalità di riconoscimento di tale eccedenza (Agenzia Entrate – circolare n. 5/2019).

L’Aiuto alla crescita economica è un incentivo alla capitalizzazione delle imprese finalizzato a riequilibrare il trattamento fiscale tra le imprese che si finanziano con debito e quelle che si finanziano con capitale proprio, incentivando quest’ultimo mediante una riduzione della imposizione sui redditi.
Con la Legge di Bilancio 2019 la disciplina dell’ACE è stata abrogata, con decorrenza dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018, facendo salva la possibilità di scomputare l’eccedenza di ACE del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, dal reddito complessivo netto dei periodi d’imposta successivi.
Dopo l’abrogazione della disciplina ACE, resta riportabile l’eccedenza esposta nella dichiarazione del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, scomputabile dal reddito complessivo netto dei periodi d’imposta successivi.
Tale meccanismo, incentrato sul riporto illimitato dell’eccedenza di rendimento nozionale, impone l’uso obbligatorio dell’ACE fino a concorrenza del reddito complessivo netto del periodo d’imposta cui si riferisce.
Posto che la normativa e la prassi non contemplano né vietano la possibilità di scomputare l’eccedenza di ACE dai maggiori imponibili accertati o definiti, l’Agenzia delle Entrate ha fornito indicazioni operative che si ispirano alla disciplina dello scomputo delle perdite in accertamento, in ragione delle analogie sussistenti in relazione ai criteri di utilizzo.


Lo scomputo dell’eccedenza di ACE in accertamento


Il legislatore ha espressamente disciplinato lo scomputo delle perdite in accertamento, mentre non esiste alcuna normativa in relazione allo scomputo dell’eccedenza di ACE dai maggiori imponibili accertati o definiti ai fini IRES.


Pur richiamando per analogia il regime delle perdite, quindi, è necessario tenere in considerazione le differenze dettate dalla disciplina di riferimento in materia di ACE.
Lo scomputo fino a concorrenza del reddito complessivo netto dichiarato si riferisce al rendimento nozionale complessivo, dato dalla somma del rendimento nozionale del nuovo capitale proprio determinato nel periodo d’imposta e dell’importo del rendimento nozionale eventualmente riportato dal precedente periodo d’imposta. Non sussiste pertanto alcuna distinzione, in termini di utilizzo, tra ACE “di periodo” e ACE “pregressa”, dovendosi complessivamente utilizzare l’ACE in deduzione e fino a concorrenza del reddito complessivo netto.


Lo scomputo dell’eccedenza di ACE per i soggetti aderenti al consolidato


Anche per i soggetti aderenti alla fiscal unit è ammesso il riconoscimento dell’eccedenza riportabile di ACE a scomputo del maggior imponibile accertato, in sede di definizione in adesione e su richiesta del contribuente, applicando i necessari adattamenti dovuti alle peculiarità del regime del consolidato nazionale.


L’eccedenza di ACE deve essere trasferita alla fiscal unit fino a concorrenza del reddito complessivo netto globale del consolidato. Di conseguenza, non esiste eccedenza di ACE riportabile in capo alla consolidante. La consolidata è l’unico soggetto legittimato a richiedere l’utilizzo dell’eccedenza di ACE per abbattere i maggiori imponibili accertati con l’atto unico.
In sede dichiarativa, l’eccedenza di ACE maturata in costanza di regime deve essere trasferita dalla consolidata alla fiscal unit solo per la parte eccedente il proprio reddito complessivo netto. Pertanto, se la consolidata ha trasferito reddito al gruppo, non avrà eccedenza di ACE da utilizzare in accertamento.


Chiarimenti sull’attività di accertamento


Forniti chiarimenti nell’ambito di due fattispecie di accertamento (Agenzia delle Entrate – Circolare 21 marzo 2019, n.4).

In particolare le precisazioni del Fisco riguardano i seguenti casi particolari:
– la prima fattispecie attiene alla possibilità di scomputo delle perdite pregresse ad integrale abbattimento del maggior imponibile accertato, anziché nel limite dell’ottanta per cento ordinariamente previsto. In particolare, tale ipotesi attiene alla circostanza in cui, nell’ambito dichiarativo, il contribuente non abbia compensato tutte le perdite pregresse disponibili e utilizzabili nel limite dell’ottanta per cento del reddito imponibile, ma solo una parte di esse, in modo da usufruire di crediti di imposta, ritenute alla fonte a titolo di acconto, versamenti in acconto e eccedenze, in detrazione dall’imposta dovuta;
– la seconda ipotesi riguarda la possibilità di ricalcolo del credito per le imposte pagate all’estero, ai fini della sua detrazione dalla maggiore imposta dovuta in sede di accertamento.

IRAP per l’ingegnere che eroga compensi a terzi (professionisti o meno)


Ai fini IRAP, i compensi erogati dal professionista a terzi non rilevano solo se corrisposti a dipendenti subordinati, essi sono indice del superamento della struttura organizzativa minimale anche quando sono corrisposti a terzi professionisti, quali indice sintomatico della sussistenza del presupposto della autonomia organizzativa. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 15 marzo 2019, n. 7409).

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte il contribuente esercita la libera professione di ingegnere ed ha richiesto la restituzione dell’IRAP versata per gli anni 2006, 2007, 2008 e 2009, ricevendo il rifiuto dall’Amministrazione finanziaria che ha debitamente impugnato avanti la CTP competente, senza trovare riscontro favorevole alle proprie ragioni.
Interponeva quindi appello che trovava parziale accoglimento, poiché la CTR riteneva che limitatamente all’anno di imposta 2009 il contribuente avesse svolto la propria attività professionale “intuitu personae”, senza cioè avvalersi dell’opera di collaboratori o terzi, mentre, per gli altri anni, l’esposizione in dichiarazione di ricorrenti compensi ad altri professionisti sarebbe indiscusso indice di autonoma organizzazione che supera i limiti minimali tollerati per l’esenzione dall’imposta che, viene ricordato, ha carattere reale e colpisce non il reddito bensì il valore aggiunto prodotto da attività autonomamente organizzate, la cui prova di esistenza è circostanza di mero fatto rimessa al giudice di merito, secondo l’insegnamento della Consulta.
Avverso questa sentenza, nel capo che lo vede soccombente, spicca ricorso per cassazione il contribuente, che viene però rigettato, in quanto, non ha fondamento la tesi secondo cui i compensi a terzi rilevano solo se corrisposti a dipendenti subordinati mentre al contrario essi sono indice del superamento della struttura organizzativa minimale anche quando sono corrisposti a terzi professionisti (sulla cui rilevanza quali indice sintomatico della sussistenza del presupposto della autonomia organizzativa).
Pertanto, con giudizio di fatto, insuscettibile di sindacato avanti questa Corte, il giudice di merito ha coerentemente motivato ritenendo che i compensi erogati a terzi (professionisti o meno) per gli anni 2006, 2007 e 2008 siano in misura tale da far presumere necessario il loro apporto per l’attività del contribuente, senza i quali non avrebbe potuto svolgersi o non avrebbe potuto svolgersi in quella determinata maniera.

Accordo di separazione: cessione della prima casa senza perdita del beneficio

Con una pronuncia innovativa che segna il superamento del precedente diverso orientamento, la cessione infraquinquennale della “prima casa” ad un terzo, in ragione dell’accordo di separazione consensuale tra coniugi, non costituisce causa di revoca delle agevolazioni fiscali riconosciute all’acquisto (Ordinanza n. 7966 del 2019).

FATTO
L’Agenzia delle Entrate ha accertato la decadenza dei benefici “prima casa” in conseguenza della vendita dell’immobile agevolato ad un soggetto terzo prima del quinquennio dall’acquisto.
La cessione della prima casa è stata effettuata in ragione degli accordi stipulati dai coniugi in sede di separazione consensuale.
I giudici tributari hanno confermato la legittimità della revoca del beneficio rilevando che la stessa non contrasta con la norma di intassabilità delle disposizioni cui i coniugi pervengono in occasione della separazione, sia perché la cessione dell’immobile non avviene attraverso l’omologazione della separazione, sia perché non vi è tassazione occasionata dalla crisi coniugale, bensì la revoca di un precedente beneficio fiscale.

DISCIPLINA AGEVOLATIVA DELLA SEPARAZIONE
La disciplina che regola i casi di scioglimento di matrimonio stabilisce, tra l’altro, che tutti gli atti, i documenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché ai procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la corresponsione o la revisione degli assegni di mantenimento sono esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa.
La “ratio” della norma è quella di favorire la complessiva sistemazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi in occasione della crisi, escludendo che derivino ripercussioni fiscali sfavorevoli dagli accordi intervenuti in tale sede.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Riformando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha osservato che in tema di agevolazioni “prima casa”, in considerazione dell’intassabilità delle disposizioni cui i coniugi pervengono in occasione della separazione, si è affermato il principio secondo cui il trasferimento dell’immobile prima del decorso del termine di cinque anni dall’acquisto effettuato in favore del coniuge in virtù di una modifica delle condizioni di separazione, pur non essendo riconducibile alla forza maggiore, non comporta la decadenza dai benefici fiscali.
Secondo i giudici della Suprema Corte il suddetto principio espresso con riferimento ad un trasferimento immobiliare avvenuto all’interno del nucleo familiare è di portata assolutamente generale e, dunque, non può non estendersi anche all’ipotesi nella quale i coniugi si sono determinati, in sede di accordi conseguenti alla separazione personale, a trasferire l’immobile acquistato con le agevolazioni per la prima casa ad un terzo.
Ciò in quanto la norma di intassabilità delle disposizioni cui i coniugi pervengono in occasione dello scioglimento del matrimonio, dispone in via assolutamente generale l’esenzione dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa degli atti stipulati in conseguenza del procedimento di cessazione degli effetti civili del matrimonio e, a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale, anche del procedimento di separazione personale tra coniugi, senza alcuna distinzione tra atti eseguiti all’interno della famiglia e atti eseguiti nei confronti di terzi.
La ratio della suddetta disposizione, precisa la Corte Suprema, è senza dubbio quella di agevolare la sistemazione dei rapporti patrimoniali tra coniugi a seguito della separazione o del divorzio, mentre recuperare l’imposta in conseguenza della inapplicabilità dell’agevolazione fiscale sulla prima casa da parte dell’Erario significherebbe sostanzialmente imporre una nuova imposta su di un trasferimento immobiliare avvenuto in esecuzione dell’accordo tra i coniugi e, pertanto, in palese contrasto con la ratio della disposizione.
Del resto, l’atto stipulato dai coniugi in sede di separazione personale (o anche di divorzio) e comportante la vendita a terzi di un immobile in comproprietà e la successiva divisione del ricavato, pur non facendo parte delle condizioni essenziali di separazione rientra sicuramente nella negoziazione globale dei rapporti tra i coniugi ed è, pertanto, meritevole di tutela, risiedendo la propria causa nello “spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali dei coniugi sia pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale”.
La pronuncia della Corte di Cassazione segna il superamento del diverso orientamento espresso finora dall’Amministrazione finanziaria e dalla giurisprudenza, secondo cui l’intassabilità per gli atti esecutivi degli accordi intervenuti tra i coniugi, sotto il controllo del giudice, per regolare i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale (…), doveva ritenersi applicabile solo se i soggetti che li pongano in essere siano gli stessi coniugi che hanno concluso gli accordi, e non anche terzi.

In arrivo il nuovo modello RLI per la locazione e l’affitto di immobili


L’approvazione del nuovo modello per la “Richiesta di registrazione e adempimenti successivi – Contratti di locazione e affitto di immobili” (modello RLI), le relative istruzioni e le specifiche tecniche per la trasmissione telematica si rende necessaria per recepire le disposizioni normative e le indicazioni di prassi pubblicate dopo l’approvazione del precedente modello, nonché per tener conto delle esigenze manifestate dagli operatori che utilizzano tale modello. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 19 marzo 2019, n. 64442).


 


Il nuovo modello sostituisce il precedente modello RLI, a decorrere dal 20 marzo 2019.
Tuttavia dal 20 marzo al 19 maggio 2019 saranno accettati sia il precedente modello sia quello nuovo. A partire, invece, dal 20 maggio 2019 potrà essere utilizzato esclusivamente il modello nuovo.
Il modello RLI è utilizzato per richiedere la registrazione dei contratti di locazione e affitto di beni immobili ed eventuali proroghe, cessioni, subentri e risoluzioni con il calcolo delle relative imposte e di eventuali interessi e sanzioni, nonché per l’esercizio dell’opzione o della revoca della cedolare secca.
Il modello “RLI” è altresì utilizzato per effettuare i seguenti adempimenti:
– comunicazione dei dati catastali;
– opzione per il regime della cedolare secca anche per i contratti aventi ad oggetto unità immobiliari commerciali di categoria catastale C/1 e relative pertinenze;
– contestuale registrazione dei contratti di affitto dei terreni e degli annessi “titoli PAC”;
– registrazione dei contratti di locazione con previsione di canoni differenti per le diverse annualità;
– registrazione dei contratti di locazione a tempo indeterminato;
– ravvedimento operoso;
– gestione della comunicazione della risoluzione o proroga tardiva in caso di cedolare secca;
– registrazione dei contratti di locazione di pertinenze concesse con atto separato rispetto all’immobile principale.
Il locatore può revocare l’opzione per la cedolare secca in ciascuna annualità contrattuale successiva a quella in cui è stata esercitata l’opzione entro il termine previsto per il pagamento dell’imposta di registro relativa all’annualità di riferimento. La revoca comporta il pagamento dell’imposta di registro dovuta per detta annualità di riferimento e per le successive.
Il modello è presentato in modalità telematica, direttamente o per il tramite dei soggetti incaricati della trasmissione telematica. La presentazione telematica del modello può essere effettuata anche presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate da parte dei soggetti non obbligati alla registrazione telematica dei contratti di locazione.
In caso di richiesta di registrazione, il modello può essere presentato in via telematica in forma semplificata senza l’allegazione della copia del testo contrattuale in presenza delle seguenti fattispecie:
– numero di locatori e di conduttori, rispettivamente, non superiore a tre;
– una sola unità abitativa ed un numero di pertinenze non superiore a tre;
– tutti gli immobili censiti con attribuzione di rendita;
– contratto contenente esclusivamente la disciplina del rapporto di locazione e, pertanto, non comprendente ulteriori pattuizioni;
– contratto stipulato tra persone fisiche che non agiscono nell’esercizio di un’impresa, arte o professione.


Aggiornamento della residenza sulla carta di circolazione: ecco come rimediare in caso di ritardi


Definita la procedura alternativa da seguire per porre in essere l’aggiornamento della carta circolazione a causa dei ritardi nella consegna ai cittadini delle lettere contenenti i tagliandi con la nuova residenza (Ministero Infrastrutture e Trasporti – circolare n. 52956/2019).

Ai fini dell’aggiornamento della residenza sulla carta di circolazione e sul certificato di circolazione, l’ufficio centrale operativo della Direzione Generale della Motorizzazione, al ricevimento dell’avvenuto cambio di residenza di un cittadino da parte del comune interessato, provvede ad aggiornare la carta di circolazione o il certificato di circolazione, trasmettendo per posta, alla nuova residenza dell’intestatario cui si riferisce il documento di circolazione, un tagliando di convalida da apporre sul documento medesimo.


Per problemi tecnici riguardanti la procedura di recapito dei suddetti tagliandi, si stanno verificando ritardi nella consegna ai cittadini delle lettere contenenti i tagliandi adesivi. In tal senso, l’ufficio centrale operativo, al fine di evitare ai cittadini interessati disagi che potrebbero sorgere in sede di controlli su strada, ha disposto di recapitare via posta elettronica, a tutti i soggetti che segnalano il mancato ricevimento dei tagliandi al call center dell’UCO (numero verde 800 232323), una lettera attestante l’avvenuto aggiornamento della residenza sull’Archivio Nazionale dei Veicoli da stampare ed allegare al documento di circolazione, in attesa di ricevere il tagliando autoadesivo.

Credito d’imposta sugli investimenti pubblicitari incrementali


Forniti chiarimenti sul periodo di presentazione delle domande per il 2019 per l’accesso all’agevolazione del credito d’imposta sugli investimenti pubblicitari incrementali effettuati sulla stampa e sulle emittenti radio-televisive a diffusione locale.


Si rammenta, al riguardo, che il periodo di presentazione delle domande di accesso all’agevolazione è fissato nella finestra temporale che va dal 1° al 31 marzo, sul presupposto naturalmente, dell’esistenza della disponibilità delle necessarie risorse entro tale data.
Per l’anno 2019, la misura non è stata ancora rifinanziata e, pertanto, non essendo disponibili le necessarie coperture finanziarie, non è possibile presentare le comunicazioni per l’accesso all’agevolazione.
Il Dipartimento darà in ogni caso  tempestiva notizia della eventuale disponibilità di nuove risorse e delle procedure che saranno, in quel caso, attivate.

Irap esclusa per l’avvocato che condivide studio e segretaria

Deve ritenersi esclusa da Irap l’attività professionale svolta dall’avvocato in forma individuale, condividendo i locali dello studio con altro collega, nonché la segreteria dipendente di quest’ultimo, per la quale è corrisposto un contributo a titolo di rimborso spese dei servizi di segreteria

FATTO


L’istanza di rimborso IRAP presentata dall’avvocato è stata rigettata dall’Agenzia delle Entrate mediante silenzio-rifiuto.
Il professionista ha impugnato il silenzio-rifiuto affermando di lavorare da solo, senza l’apporto collaborativo di altri, con il minimo di attrezzatura necessaria, tale da escludere il presupposto di applicazione dell’imposta della presenza di un’autonoma organizzazione. In particolare, l’attività è svolta condividendo con altro avvocato i locali dello studio e le spese di segreteria.
I giudici tributari hanno ritenuto illegittima la richiesta di rimborso, rilevando che la regolare corresponsione, con cadenza annuale, al collega di studio quale contributo spese per il servizio di segreteria indichi l’esistenza di un’autonoma organizzazione, di cui il professionista si avvale nell’esercizio della propria attività, riconoscendovi i presupposti per l’assoggettamento ad IRAP.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Riformando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha affermato che l’applicazione dell’imposta deve trovare giustificazione in una specifica capacità contributiva del soggetto colpito, che coinvolge la capacità produttiva dell’obbligato se accresciuta e potenziata da una attività autonomamente organizzata, nel cui ambito assume rilievo anche la presenza di un solo dipendente, ma senza che di per sé l’apporto del lavoro altrui induca ad affermare la sussistenza del requisito, spettando tale apprezzamento al giudice di merito.
Non di meno, il presupposto dell’autonomia organizzativa non sussiste qualora il professionista impieghi lavoro altrui non eccedente un dipendente con mansioni esecutive.
Secondo i giudici della Suprema Corte, tale esimente ricorre nel caso di specie, dove la ricorrente spesa per servizi di segreteria non indica la presenza, nei locali dello studio, di un’organizzazione della quale il professionista si avvale e sulla quale ha regolato lo svolgimento della professione, bensì le spese sono relative ad una segretaria condivisa con collega di studio, per cui si ricade nell’ambito dell’utilizzo in forma non esclusiva di una dipendente con mansioni meramente esecutive.
In tal caso, dunque, l’attività professionale deve ritenersi non soggetta ad Irap, legittimando la richiesta di rimborso.

Credito d’imposta formazione 4.0: come determinarlo


Il credito d’imposta spetta, in relazione ai costi ammissibili, per l’intero periodo di imposta, a prescindere dalla data in cui tale adempimento è posto in essere, purché il deposito dei relativi contratti sia effettuato nel termine del periodo d’imposta di riferimento. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 20 marzo 2019, n. 79).

La legge di bilancio 2018 – art. 1, commi da 46 a 56, legge n. 205/2017 – ha introdotto un incentivo fiscale automatico, sotto forma di credito d’imposta, per gli investimenti effettuati dalle imprese, ai fini della formazione del personale dipendente, nelle materie aventi ad oggetto le c.d. “tecnologie abilitanti”, cioè le tecnologie rilevanti in generale per il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese previsto dal “Piano Nazionale Impresa 4.0”.
La disposizione normativa istitutiva ha previsto il riconoscimento del credito d’imposta per le spese in attività di formazione svolte nel periodo di imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2017, nella misura del 40 per cento delle spese relative al solo costo aziendale del personale dipendente, per il periodo in cui è occupato in attività di formazione negli ambiti previsti dalla legge, pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali.
Beneficiarie del credito sono tutte le imprese, a prescindere dalla relativa forma giuridica, dal settore economico di attività e dal regime contabile adottato, e l’importo massimo annuale per ciascun beneficiario è fissato in euro 300.000.
Le attività di formazione oggetto dell’agevolazione devono essere svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0, quali big data e analisi dei dati, cloud o fog computing, cyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo-macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali, applicate negli ambiti previsti.
Successivamente, la legge di bilancio 2019 ha esteso l’ambito temporale di riferimento dell’agevolazione, prevedendo che il credito d’imposta formazione 4.0 si applichi anche alle spese di formazione sostenute nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018 e, inoltre, ha previsto una rimodulazione della misura percentuale di calcolo del beneficio rispetto alle spese ammissibili sostenute, originariamente fissata nella misura del 40 per centro, che è elevata al 50 per cento delle spese ammissibili sostenute dalle piccole imprese, rimane al 40 per cento di quelle sostenute dalle medie imprese e si riduce al 30 per cento per le grandi imprese. Per queste ultime imprese è operata anche una riduzione a 200.000 euro del limite massimo del credito d’imposta annuale per beneficiario, che per le altre categorie di beneficiari resta fissato in 300.000 euro.
La disciplina del credito d’imposta in esame richiede che l’impresa assuma espressamente l’impegno a investire nella “formazione 4.0” dei dipendenti, esplicitandolo nel contratto collettivo aziendale o territoriale e depositando tale contratto, in via telematica, presso l’Ispettorato territoriale del lavoro competente. È altresì richiesto che l’impresa autocertifichi i risultati prodotti dall’investimento in attività formative ammissibili al credito d’imposta, attraverso il rilascio ai dipendenti di una dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante che, oltre all’effettiva partecipazione degli stessi alle attività formative, dia evidenza dell’apprendimento o del consolidamento delle conoscenze e delle competenze 4.0 e dei relativi ambiti aziendali di applicazione.
Con riferimento al termine di deposito dei contratti presso l’ispettorato del lavoro, è stato precisato dal MISE che lo stesso può essere effettuato utilizzando la modalità telematica messa a disposizione nella sezione “Servizi” del sito istituzionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali all’indirizzo http://www.lavoro.gov.it/ anche successivamente allo svolgimento delle attività formative, ma comunque entro la data del 31 dicembre 2018.
In virtù di qaunto sopra esposto, si ritiene l’invio dei contratti all’ispettorato del lavoro competente costituisca una condizione di ammissibilità al beneficio, ma non è idoneo a incidere sull’individuazione del termine a partire dal quale decorre l’agevolazione, non ravvisandosi nel descritto quadro normativo di riferimento alcun ragguaglio ad anno del credito d’imposta.
Conseguentemente, il credito d’imposta in esame spetta, in relazione ai costi ammissibili, per l’intero periodo di imposta, a prescindere dalla data in cui tale adempimento è posto in essere, purché il deposito dei relativi contratti sia effettuato nel termine del periodo d’imposta di riferimento.