Artigiani e commercianti: partecipazioni in società di capitali escluse da contribuzione

È escluso dalla base imponibile contributiva di artigiani e commercianti il reddito derivante dalla partecipazione a società di capitali sul presupposto dell’estraneità ai redditi d’impresa degli utili derivanti dalla partecipazione al capitale di società a responsabilità limitata (costituenti redditi di capitale) tenuto conto che, ai fini IRPEF, il reddito di capitale è distinto dal reddito d’impresa, l’unico assoggettato a contribuzione (Corte di Cassazione – Sentenza n. 24096 del 2019).

FATTO


L’INPS ha accertato un maggior imponibile contributivo in capo al socio artigiano di una società in nome collettivo, includendovi anche il reddito derivante da partecipazioni in società di capitali in cui però non risultava svolta alcuna prestazione lavorativa.
Su ricorso del contribuente, la Corte di merito ha annullato l’accertamento dell’Inps affermando che va assunta come base imponibile sulla quale calcolare i contributi di artigiani e commercianti, la totalità dei redditi d’impresa così come definita dalla disciplina fiscale. Considerato che gli utili derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali senza prestazione di attività lavorativa costituiscono redditi di capitale, questi ultimi non concorrono a formare l’imponibile contributivo.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La questione sottoposta al vaglio della Corte Suprema attiene al fatto se il lavoratore autonomo, iscritto alla gestione previdenziale artigiani/commercianti, in quanto svolgente un’attività lavorativa per la quale sussistono i requisiti per la tutela previdenziale obbligatoria, debba parametrare o meno il proprio obbligo contributivo a tutti i redditi percepiti nell’anno di riferimento, tenendo conto anche di quelli da partecipazione a società di capitali nella quale egli non svolge attività lavorativa.
In base alla vigente normativa relativa alla tutela previdenziale obbligatoria per artigiani e commercianti l’ammontare del contributo annuo dovuto da artigiani e commerciali è rapportato alla “totalità” dei redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF per l’anno al quale i contributi stessi si riferiscono.
Secondo la Cassazione, al fine di individuare quale sia il reddito di impresa rilevante ai fini contributivi occorre fare riferimento alle norme fiscali, che distinguono i redditi di impresa (quelli che derivano dall’esercizio di attività imprenditoriale) dai redditi di capitale (comprensivi degli utili da partecipazione alle società soggette ad IRES).
Pertanto, visto che la normativa previdenziale individua come base imponibile sulla quale calcolare i contributi la “totalità” dei redditi d’impresa così come definita dalla disciplina fiscale, e considerato che secondo il T.U.I.R. gli utili derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali senza prestazione di attività lavorativa sono inclusi tra i redditi di capitale, ne consegue che questi ultimi non concorrono a costituire la base imponibile ai fini contributivi per artigiani e commercianti.
D’altra parte l’impostazione del sistema prevede che la tutela previdenziale spetti ai lavoratori, non a coloro che si limitino ad investire i propri capitali a scopo di utile.
Una diversa considerazione va fatta per le partecipazioni in società di persone, poiché sulla base del principio della trasparenza fiscale i redditi delle società in nome collettivo e in accomandita semplice, da qualsiasi fonte provengano e quale che sia l’oggetto sociale, sono considerati redditi di impresa e sono determinati unitariamente secondo le norme relative a tali redditi. Di conseguenza, ai fini della determinazione dei contributi dovuti dagli artigiani ed esercenti attività commerciali, vanno computati anche i redditi percepiti in qualità di socio accomandante, seppure diversi dal reddito che trova causa nel rapporto di lavoro oggetto della posizione previdenziale.

Accertamento tributario e debenza dei contributi: irrilevante la definizione della lite fiscale


In ordine alla valenza probatoria degli accertamenti dell’Agenzia delle entrate rispetto al diritto dell’Inps di riscuotere i relativi contributi a percentuale dovuti alla Gestione commercianti sull’imponibile accertato, l’eventuale definizione concordata di una lite fiscale non implica il venir meno del valore probatorio dell’atto di accertamento, che può essere però resistito da prove di segno contrario. In mancanza di tale resistenza contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato, evidentemente l’atto di accertamento deve ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto (Corte di Cassazione, sentenza 25 settembre 2019, n. 23930).


La controversia riguarda il diritto dell’Inps a riscuotere i contributi a percentuale dovuti da un lavoratore iscritto alla Gestione commercianti a seguito di un accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Nello specifico, la Corte d’appello territoriale, confermando la sentenza del giudice del lavoro, aveva spiegato che la definizione della controversia tributaria per mezzo di condono (art. 39, co. 12, D.L. n. 98/2011) aveva inciso solo sugli aspetti tributari e non su quelli previdenziali della questione, né aveva fatto venir meno la validità, quanto meno indiziaria, dei rilievi dell’Amministrazione finanziaria, per cui l’adesione del contribuente al condono aveva prodotto la definitività dell’accertamento fiscale che era alla base dell’addebito contributivo.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, assumendo che la peculiare definizione della lite fiscale, con il pagamento di una somma forfetaria, ma senza alcun riconoscimento nel merito, non rende in alcun modo definitivo l’accertamento fiscale. Altresì, il medesimo lamenta che sarebbe stato onere dell’Inps provare gli elementi costitutivi della pretesa contributiva.
Secondo la Suprema Corte il ricorso va rigettato sulla base di una serie di considerazioni.
In primo luogo, la definizione concordata della lite tributaria prevista dall’articolo 39, come dedotto dal tenore letterale della norma, ha la espressa ed esclusiva finalità di deflazionare il contenzioso tributario (se di valore inferiore a 20.000 euro e già pendente alla data del 31 dicembre 2011) allo scopo di liberare e concentrare le risorse dell’Agenzia delle entrate sulla proficua e spedita gestione dei procedimenti di natura precontenziosa. Prova ne è che alla deflazione del contenzioso previdenziale viene dedicato l’articolo 38 del Decreto Legge n. 98/2011. Tantomeno, si rinviene alcun elemento che permetta di saldare, anche in via analogica, le due disposizioni al punto da ritenere che la definizione concordata del giudizio tributario estenda gli effetti sulla rideterminazione totale o parziale del presupposto impositivo accertato dall’Agenzia ai fini extrafiscali, quali i contributi previdenziali calcolati a percentuale sul reddito.
Altresì, seppur la definizione concordata non incida in alcun modo sul contenuto dell’atto di accertamento dell’Agenzia e non importi definitività, propriamente detta, dell’accertamento medesimo, quest’ultimo conserva comunque valore probatorio che può essere resistito da prove di segno contrario, senza che ciò incida sul riparto dell’onere probatorio. Tale accertamento costituisce, anche in riferimento all’obbligazione contributiva, un atto amministrativo di ricognizione del loro avveramento, posto che l’accertamento interviene dopo che il contribuente ha adempiuto alla propria obbligazione nella misura che egli ritiene dovuta e gli uffici competenti intervengono con un procedimento amministrativo di secondo grado per verificare la correttezza dell’importo pagato (Corte di Cassazione, sentenza n. 13463/2017). A partire dalla dichiarazione 1999 (redditi 1998), infatti, l’Agenzia delle entrate svolge un’attività di controllo, effettuando accertamenti formali e sostanziali sui dati denunciati dai contribuenti, richiedendo il pagamento dei contributi e premi omessi e/o evasi da trasmettere successivamente all’Inps. In caso di mancato pagamento l’Inps procede, sulla base dei dati forniti dalla Agenzia delle entrate, alla iscrizione a ruolo dei contributi totalmente o parzialmente insoluti. Si è, dunque, in presenza di un sistema di accertamento, liquidazione e riscossione comune ai due rapporti, previdenziale e tributario, in cui gli atti di accertamento disposti dall’Agenzia delle entrate costituiscono atti di esercizio anche del rapporto previdenziale. Orbene, in ordine alla valenza probatoria degli accertamenti tributari, il giudice di merito (tributario od ordinario, nel caso della contribuzione previdenziale), investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell’atto impositivo, è tenuto a valutare, singolarmente e complessivamente, gli elementi presuntivi forniti dall’Amministrazione, dando atto, in motivazione, dei risultati del proprio giudizio (impugnabile in Cassazione solo per inadeguatezza o incongruità logica dei motivi che lo sorreggono) e solo in un secondo momento, qualora ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato (artt. 2727 e ss. e 2697, co. 2, c.c.). Ne consegue che l’accertamento tributario deve essere in qualche modo resistito dal contribuente che intenda, invece, evitare il consolidamento dell’accertamento stesso e ciò può avvenire con qualsiasi mezzo; in mancanza di tale resistenza di segno negativo offerta dall’obbligato, come accaduto nella fattispecie, evidentemente l’atto di accertamento deve ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto.


ANF: figli riconosciuti da unico genitore e nuclei con genitore vedovo


Si forniscono chiarimenti in merito all’ANF in caso di di figli riconosciuti da unico genitore e nuclei con genitore vedovo.


Nella suddetta ipotesi le procedure telematiche di presentazione e gestione delle domande di ANF, nei casi in cui rilevino la presenza nel nucleo di unico genitore, richiedente la prestazione, non operano l’istruttoria automatica, perché sono necessarie verifiche da parte dell’operatore. Verificato il diritto alla prestazione relativamente alla tipologia e composizione del nucleo e/o la presenza di eventuale Autorizzazione ANF, vi è la possibilità di sbloccare l’istruttoria stessa nelle procedure di gestione ANF. Le verifiche dovranno essere effettuate in fase di istruttoria tramite l’accesso alle banche dati anagrafiche. L’Inps ricorda che l’Autorizzazione ANF è necessaria quando: venga richiesta l’inclusione di determinati familiari nel nucleo; nei casi di possibile duplicazione di pagamento; per applicare l’aumento dei livelli reddituali.
Nei casi di nuclei con riconoscimento del figlio da parte di unico genitore (c.d. ragazza madre/ragazzo padre) e/o genitori vedovi con figli propri e del coniuge deceduto, non è ravvisabile la possibile duplicazione del pagamento e, pertanto, non è necessaria la presentazione di domanda di Autorizzazione da parte del cittadino richiedente.

Versamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI


L’Inps comunica che il termine di esposizione della contribuzione addizionale NASpI, relativa al periodo compreso tra il 14 luglio 2018 ed agosto 2019, è prorogato al mese di ottobre 2019.


Il decreto-legge dignità ha ridotto a 12 mesi la durata massima del contratto a tempo determinato, anche in relazione al regime di somministrazione di lavoro, e a 24 mesi la durata massima dei medesimi rapporti intercorrenti fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale. Inoltre, l’articolo 3, comma 2, del decreto dignità ha previsto l’aumento del contributo addizionale che finanzia la nuova assicurazione sociale per l’impiego (NASpI), dovuto dai datori di lavoro, nella misura dello 0,50%, in occasione di ciascun rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato, intervenuto a far tempo dal 14 luglio 2018. In sostanza, la misura ordinaria dell’1,4% va incrementata dello 0,5% in caso di ogni ulteriore rinnovo.
Sul piano generale, la fattispecie del rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato ricorre quando l’iniziale contratto raggiunge la scadenza originariamente prevista (o successivamente prorogata) e le parti procedono alla sottoscrizione di un ulteriore contratto a termine.
Tuttavia, considerato che il decreto dignità ha esteso la nuova disciplina dei rapporti a termine anche alla somministrazione di lavoratori assunti a tempo determinato, l’aumento del contributo addizionale NASpI opera anche nei casi in cui lo stesso utilizzatore abbia instaurato un precedente contratto di lavoro a termine con il medesimo lavoratore ovvero nell’ipotesi inversa.
Il Ministero del lavoro ha inoltre specificato che qualora venga modificata la causale originariamente apposta al contratto a termine si configura un rinnovo e non una proroga, anche se l’ulteriore contratto segue il precedente senza soluzione di continuità. In tale ipotesi trattandosi di rinnovo l’incremento del contributo addizionale è dovuto.
Ciò premesso, l’Inps aveva chiarito che, ai fini del versamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI per il periodo compreso tra il 14 luglio 2018 ed agosto 2019, i datori di lavoro, nel flusso di competenza settembre 2019, dovevano provvedere ad esporre per ogni singolo lavoratore interessato, i valori complessivi relativi ad ognuno dei rinnovi intervenuti nel periodo. Con il messaggio in commento, l’Istituto comunica che il suddetto termine è stato prorogato, per cui i datori di lavoro possono provvedere alla valorizzazione nel flusso di competenza settembre o in quello di competenza ottobre 2019, secondo le modalità operative già descritte (Inps, circolare 06 settembre 2019, n. 121), dei valori complessivi relativi ad ognuno dei rinnovi intervenuti nel periodo compreso tra il 14 luglio 2018 ed agosto 2019 (cfr. messaggio n. 3447/2019).

Iscrizione dei giudici onorari di pace alla Gestione separata


Si forniscono alcune indicazioni sull’estensione della tutela previdenziale e assistenziale obbligatoria ai magistrati onorari prevedendo l’iscrizione dei giudici onorari di pace e dei vice procuratori onorari alla Gestione separata.


Il D.Lgs. 116/2017 ha esteso la tutela previdenziale e assistenziale obbligatoria ai magistrati onorari che ne risultano privi in considerazione del quadro normativo previgente. Nello specifico, ai fini della tutela previdenziale e assistenziale, i giudici onorari di pace e i vice procuratori onorari siano iscritti alla Gestione separata. Per dette categorie di lavoratori si applicano le stesse modalità e gli stessi termini di pagamento della contribuzione previsti per i lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata. L’iscrizione alla Gestione separata è esclusa per i soggetti iscritti agli Albi forensi e obbligati al pagamento della contribuzione previdenziale e assistenziale presso la Cassa professionale autonoma.
L’assicurazione previdenziale e assistenziale è prevista sia per i magistrati onorari (giudici onorari di pace e vice procuratori onorari) immessi in servizio successivamente al 15.8.2017 sia per i predetti magistrati onorari in servizio alla suddetta data.
I magistrati onorari, per i quali è previsto l’obbligo di assicurazione alla Gestione separata, devono iscriversi alla gestione stessa, inviando la domanda di iscrizione attraverso uno dei seguenti canali: WEB – servizi telematici accessibili dal cittadino con PIN dispositivo attraverso il portale dell’Istituto; Contact Center Multicanale – numero 803164 gratuito da rete fissa o numero 06164164 da telefono mobile a pagamento secondo la tariffa del proprio gestore; Intermediari dell’Istituto – attraverso i relativi servizi telematici.
Dopo aver inserito il proprio codice fiscale, l’interessato deve selezionare la tipologia “professionista”; successivamente, deve compilare tutti i campi con i dati anagrafici; nel campo “Partita Iva”, devono essere inseriti undici zeri (00000000000). In base ai dati immessi nella domanda, i magistrati onorari saranno registrati automaticamente tra i soggetti autonomi iscritti alla Gestione separata senza attribuzione di alcun numero di matricola.
Tramite il proprio PIN dispositivo, sarà possibile accedere al “Cassetto bidirezionale Gestione Separata Liberi professionisti”, dal quale si potrà visualizzare la posizione previdenziale, i versamenti effettuati, i redditi dichiarati ed eventuali situazioni anomale. Sarà, inoltre, possibile interagire con la Struttura INPS territorialmente competente tramite la funzione di “Comunicazione bidirezionale” (cfr. Circolare Inps n. 128/2019).


L’accertamento del rapporto subordinato con soggetti titolari di cariche sociali in ambito societario


Come noto, con il recente messaggio n. 3359 del 17 settembre 2019, l’Inps ha illustrato il consolidato orientamento formatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità in ordine alla compatibilità tra la titolarità di cariche sociali e l’instaurazione, tra la società e la persona fisica che l’amministra, di un autonomo e diverso rapporto di lavoro subordinato. Orbene, in appresso si evidenziano i criteri, cui le Sedi territoriali dell’Istituto devono attenersi, per l’accertamento della sussistenza del requisito della subordinazione.


In riferimento al requisito del vincolo di subordinazione, quale elemento tipico qualificante del rapporto di lavoro (art. 2094 c.c.), chi intende farlo valere ha l’onere di provare in modo “rigoroso” l’assoggettamento del lavoratore interessato, nonostante le cariche sociali ricoperte, al potere direttivo, organizzativo, disciplinare, di vigilanza e di controllo, di altro soggetto ovvero degli altri componenti dell’organismo sociale cui appartiene. Altresì, occorre tener conto della sussistenza anche di altri elementi sintomatici della subordinazione, quali: la periodicità e la predeterminazione della retribuzione, l’osservanza di un orario contrattuale di lavoro, l’inquadramento all’interno di una specifica organizzazione aziendale, l’assenza di una pur minima organizzazione imprenditoriale, l’assenza di rischio in capo al lavoratore, la distinzione tra importi corrisposti a titolo di retribuzione da quelli derivanti da proventi societari (c.d. criteri sussidiari). Ciò, in quanto il vincolo della subordinazione può assumere connotati diversi in relazione alla natura delle mansioni ed alle condizioni in cui queste si svolgono. Nel caso di lavoro dirigenziale, infatti, come in genere per le prestazioni lavorative che abbiano particolari caratteristiche, per la loro natura creativa, intellettuale, professionale o, appunto, dirigenziale, che non si prestino ad essere eseguite sotto la direzione del datore di lavoro o con una continuità regolare anche negli orari, il parametro distintivo della subordinazione deve necessariamente essere riscontrato o escluso mediante il ricorso ai criteri c.d. complementari o sussidiari. Ne consegue che per accertare la sussistenza di rapporto di lavoro subordinato di tipo dirigenziale va verificata: l’assunzione con la qualifica di dirigente, il conferimento della carica di direttore generale da parte dell’organo amministrativo nel suo complesso e lo svolgimento effettivo delle relative mansioni, la cessazione del rapporto mediante licenziamento, il coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo del datore di lavoro, l’assoggettamento, anche se in forma lieve o attenuata, alle direttive e agli ordini del datore di lavoro, ancorché il lavoratore mantenga un effettiva autonomia decisionale, etc. In tal caso, la subordinazione può altresì essere confermata dalla caratterizzazione delle mansioni, diverse dalle funzioni proprie della carica rivestita e non rientranti nelle deleghe. In particolare, laddove non sussista alcuna formalizzazione di un contratto di lavoro subordinato di dirigente e risulti l’esercizio diretto, anzi predominante e fortemente personalizzato, della gestione della società in ragione del rapporto di immedesimazione organica, è imprescindibile, al fine di distinguere i due ruoli, un “quid pluris” da rinvenirsi nella specifica caratterizzazione delle mansioni svolte, sia pure in un contesto di ampi poteri di iniziativa e discrezionalità. Peraltro, se la tipica funzione del dirigente è quella di collaborazione diretta con l’imprenditore, atta ad imprimere discrezionali facoltà di determinazione per l’intero organismo imprenditizio, essa deve essere necessariamente legata e limitata dalle direttive generali del collegio amministrativo, soprattutto in relazione alla misura ed alle modalità delle scelte operative attinenti al rischio economico ed all’indirizzo della produzione. In ogni caso, la costituzione e gestione del rapporto di lavoro devono essere ricollegabili ad una volontà della società distinta dal soggetto titolare della carica (amministratore, etc.). Infine, per l’individuazione della natura del rapporto occorre attenersi al principio di effettività, secondo il quale il “nomen iuris” utilizzato e le modalità con cui il rapporto di lavoro è stato formalizzato costituiscono solo uno degli elementi ai quali occorre fare riferimento nella valutazione complessiva della situazione contestuale e successiva alla stipulazione del contratto al fine di accertare l’oggetto effettivo della prestazione convenuta.

Iscrizione alla Gestione commercianti dei familiari coadiutori, i concetti di “abitualità” e “prevalenza”


Ricorre l’obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti per il familiare coadiutore che svolga nell’impresa la propria attività con continuatività e non in via straordinaria o occasionale, ancorché non sia necessaria la presenza quotidiana ed initerrotta sul luogo di lavoro, e prevalenza, nel senso di preponderanza sotto il profilo temporale rispetto ad altre occupazioni (Corte di Cassazione, sentenza 23 settembre 2019, n. 23584)


Una Corte d’appello territoriale, in riforma della sentenza del Tribunale di prime cure, aveva rigettato l’opposizione proposta da un farmacista, avverso alcune cartelle esattoriali con le quali gli erano stati richiesti contributi a titolo di iscrizione alla Gestione commercianti della madre, in qualità di familiare coadiutore. La decisione della Corte era motivata sul rilievo che la donna, negli anni di riferimento, aveva partecipato attivamente al lavoro aziendale della farmacia, in modo stabile e continuativo, svolgendo attività di riordino e sistemazione dei medicinali nel magazzino. Emergeva, dunque, il carattere di abitualità e prevalenza sia rispetto ad altre attività, non risultando che la stessa avesse altre occupazioni diverse da quella presso la farmacia del figlio, sia rispetto ad altri fattori della produzione.
Ricorre così in Cassazione il titolare della farmacia, lamentando che la Corte territoriale si fosse limitata a considerare la sola presenza formale del familiare presso la farmacia, omettendo di valutare il concreto possibile apporto di tale presenza che, in considerazione dell’età, circa ottant’anni, non poteva che costituire aiuto residuale reso “affectionis causa”. Ed inoltre, proprio in considerazione dell’avanzata età anagrafica della donna, la stessa non poteva essere considerata risorsa con carattere di stabilità, prevalenza e funzionalità.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. La Legge n. 613/1966, recante l’estensione dell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti agli esercenti attività commerciali ed ai loro familiari coadiutori, ha previsto (art. 2) che si considerano familiari coadiutori il coniuge, i figli legittimi o legittimati ed i nipoti in linea diretta, gli ascendenti, i fratelli e le sorelle, che partecipano al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza, sempreché per tale attività non siano soggetti all’assicurazione generale obbligatoria in qualità di lavoratori dipendenti o di apprendisti. L’obbligo assicurativo sorge dunque “ex lege” per i suddetti familiari dell’imprenditore commerciale, che svolgano nell’impresa la propria attività con continuatività e non in via straordinaria o occasionale, ancorché non sia necessaria la presenza quotidiana ed initerrotta sul luogo di lavoro, e prevalenza, nel senso di preponderanza sotto il profilo temporale rispetto ad altre occupazioni (Corte di Cassazione, sentenza n. 9873/2014 e n. 7336/2017).
Secondo la giurisprudenza consolidata, poi, l’assicurazione per gli esercenti attività commerciali (L. n. 613/1966) è operativa anche nei confronti dei coadiutori familiari, non farmacisti, del titolare di una farmacia, in relazione alle attività di vario tipo demandabili a non farmacisti nella gestione della relativa impresa, nel concorso dei requisiti di legge relativi sia all’impresa, in particolare alle modalità di organizzazione e conduzione della stessa, sia alle modalità di partecipazione dei coadiutori all’attività dell’impresa (Corte di Cassazione, sentenza n. 16520/2015).
Nel caso di specie, la Corte territoriale ha fatto applicazione di tali principi, motivando sulla sussistenza dei requisiti di abitualità e prevalenza della partecipazione al lavoro aziendale della familiare, valorizzando la circostanza che questa, malgrado l’età, avesse partecipato “attivamente” e fornito un “concreto apporto” alla conduzione della farmacia nella sistemazione dei medicinali nel magazzino, svolta per varie ore quasi tutti i giorni, valorizzando dunque anche la produttività dell’attività svolta e neppure risultando che ella avesse altre occupazioni.


In tal senso, i due motivi di ricorso, infondati nella parte in cui denunciano la violazione di legge, si pongono in funzione contrappositiva dell’accertamento fattuale compiuto dal giudice di merito, accertamento che può essere censurato in sede di legittimità solo entro ristretti limiti (art. 360, n. 5, c.p.c.).

Il regime di prescrizione del contributo d’ingresso alla mobilità


L’Inps, con circolare n. 124 del 20 settembre 2019, fornisce chiarimenti in merito al regime di prescrizione applicabile al contributo d’ingresso alla mobilità (art. 5, co. 4, L. n. 223/1991) dovuto dalle aziende che abbiano avviato una procedura di licenziamento collettivo (artt. 4 e 24, L. n. 223/1991) ed abbiano effettuato licenziamenti entro il 30 dicembre 2016.


Alla luce dell’indirizzo della Corte di Cassazione (da ultimo, sentenza n. 672 del 12 gennaio 2018), che giudica estinto il diritto di credito dell’Inps per prescrizione quinquennale (art. 3, L. n. 335/1995), in assenza di idonei atti interruttivi dell’Istituto, si rendono necessarie alcune precisazioni in merito all’esatta individuazione del dies a quo che, in linea generale, coincide con la data di scadenza del versamento del contributo dovuto. Al riguardo, il versamento del contributo d’ingresso può avvenire in un’unica soluzione o in trenta rate mensili.
Il versamento in un’unica soluzione o della prima rata deve essere effettuato entro la scadenza della denuncia contributiva di competenza del mese in cui l’impresa ha comunicato il recesso ai lavoratori posti in mobilità, essendo quindi ininfluenti le date effettive di cessazione del rapporto di lavoro. Le successive rate vanno invece versate secondo le scadenze delle successive denunce contributive.
Orbene, nel caso in cui il datore di lavoro abbia comunicato all’Istituto la volontà di avvalersi del pagamento rateale, per la corretta determinazione della decorrenza del termine di prescrizione, va considerato che il relativo obbligo contributivo costituisce comunque un’obbligazione unica, essendo la divisione in rate solo una modalità per agevolarne l’adempimento. Le singole rate, quindi, non costituiscono autonome e distinte obbligazioni, ma adempimento frazionato di un’unica obbligazione. Nel caso di specie, infatti, all’unicità della “causa debendi” non può che corrispondere l’unitarietà dell’obbligo contributivo, diversamente da altre obbligazioni previdenziali che hanno scadenze periodiche, ove le singole scadenze determinano il termine di adempimento delle singole obbligazioni previdenziali, che quindi sono da ritenersi autonome in quanto scaturenti da “causae debendi” autonome e indipendenti le une dalle altre (ad esempio, le retribuzioni). Conseguentemente, la prescrizione decorre dalla scadenza dell’ultima rata, considerato che prima di tale scadenza l’Istituto non può legittimamente pretendere il pagamento, né attivare il recupero coattivo del credito tramite l’Agente della Riscossione. Infine, nel caso in cui il debitore abbia dolosamente occultato l’esistenza del debito, la decorrenza del termine di prescrizione è sospesa (art. 2941 c.c.), finché il dolo non sia stato scoperto. La fattispecie da ultimo richiamata potrebbe verificarsi nel caso in cui la dichiarazione rilasciata dal datore di lavoro all’Inps non sia veritiera riguardo all’esatto ammontare del contributo dovuto o circa l’avvenuto pagamento dell’acconto.

Agricoli: decadenza domande di indennità di disoccupazione e/o ANF


L’Inps fornisce chiarimenti in merito all’applicazione dei termini di decadenza alle domande di indennità di disoccupazione e/o assegno per il nucleo familiare ai lavoratori dipendenti agricoli.


L’Inps fornisce alcuni esempi pratici di applicazione della decadenza alle domande di indennità di disoccupazione agricola.
ESEMPIO 1 (ricorso e decisione del Comitato nei termini):
– domanda presentata il 20 febbraio 2018;
– provvedimento di reiezione notificato in data 15 giugno 2018 (entro i 120 giorni);
– ricorso amministrativo presentato il 10 agosto 2018 (entro i 90 giorni);
– notifica della decisione del Comitato il 5 ottobre 2018 (entro i 90 giorni).
In questo caso la data da cui inizia a decorrere il termine di decadenza di un anno per la proposizione dell’azione giudiziaria è il 5 ottobre 2018. Di conseguenza, a partire dal 6 ottobre 2019, non sarà più possibile proporre l’azione giudiziaria né riconoscere la prestazione.


ESEMPIO 2 (ricorso presentato nei termini e mancata decisione del Comitato):
– domanda presentata il 20 febbraio 2018;
– provvedimento di reiezione notificato in data 15 giugno 2018;
– ricorso amministrativo presentato il 10 agosto 2018;
– nessuna decisione da parte del Comitato Provinciale.
In questo caso la data da cui inizia a decorrere il termine di decadenza di un anno per la proposizione dell’azione giudiziaria è l’8 novembre 2018 (che si ottiene aggiungendo alla data della presentazione del ricorso 90 giorni per la formazione del silenzio rigetto da parte del Comitato Provinciale). Di conseguenza, a partire dal 9 novembre 2019, non sarà più possibile proporre l’azione giudiziaria né riconoscere la prestazione.


ESEMPIO 3 (mancata presentazione del ricorso al Comitato):
– domanda presentata il 20 febbraio 2018;
– provvedimento di reiezione notificato in data 15 giugno 2018;
– non viene presentato alcun ricorso amministrativo.
In questo caso la data da cui inizia a decorrere il termine di decadenza di un anno per la proposizione dell’azione giudiziaria è il 17 dicembre 2018 (che si ottiene aggiungendo alla data di presentazione della domanda il termine di 300 giorni previsto per l’esaurimento dell’intero procedimento amministrativo). Di conseguenza, a partire dal 18 dicembre 2019, non sarà più possibile proporre l’azione giudiziaria né riconoscere la prestazione.


Ad ulteriore chiarimento delle indicazioni normative e operative fornite con il messaggio n. 1166 del 16/3/2018 si precisa che, nel caso in cui la domanda presentata contenga sia la richiesta di disoccupazione agricola sia quella di assegno per il nucleo familiare, ciascuna delle due opzioni costituisce istanza a sé stante, ognuna derivante da un diritto autonomo.
Pertanto, ciascuna delle due richieste (DS e ANF) soggiace singolarmente ai termini di decadenza come specificati nel messaggio n. 1166 del 2018 e richiamati negli esempi precedentemente descritti.
Ugualmente, nel caso in cui la domanda definita in prima istanza produca un provvedimento contenente l’esito della domanda di disoccupazione agricola ma non anche quello della richiesta di ANF, la mancata emissione del provvedimento – equivalente, come già specificato nel citato messaggio n. 1166/2018, ad un silenzio rigetto – determina, comunque, l’avvio del decorso dei termini di decadenza per la proposizione dell’azione giudiziaria avverso la reiezione della richiesta di assegno per il nucleo familiare. La decadenza interviene, in tal caso, trascorso un anno e trecento giorni dalla data della domanda.
La decadenza interviene anche in presenza di una liquidazione “parziale”, come definita nel richiamato messaggio n. 1166 del 2018, di una delle due prestazioni richieste.
Diverso è il caso in cui un evento sopravvenuto successivamente alla prima liquidazione genera un nuovo diritto di credito che non soggiace a decadenza ma al termine di prescrizione quinquennale che decorre dal verificarsi del fatto sopravvenuto.
Le istanze per le quali è intervenuta la decadenza dal diritto non possono essere più in alcun modo riconosciute. Pertanto, ove la domanda di prestazione sia stata respinta (ovvero si è determinato il silenzio rigetto) e non sia stata proposta azione giudiziaria per il riconoscimento del diritto nei termini legislativamente previsti, la prestazione oggetto della domanda non potrà essere più riconosciuta avendo la decadenza determinato l’estinzione del diritto alla prestazione (cfr. Mess. n. 3387/2019).
 


Prescrizione dei contributi dovuti dalla PA, i chiarimenti Inps sulla sospensione dei termini


La contribuzione dovuta alle casse pensionistiche pubbliche (CPDEL, CPI, CPS, CPUG, CTPS), afferente ai periodi retributivi fino al 31 dicembre 2014, può essere versata fino al 31 dicembre 2021, mentre la contribuzione afferente ai periodi retributivi che decorrono dal 1° gennaio 2015 soggiace agli ordinari termini prescrizionali. Di qui, i versamenti afferenti ai periodi retributivi del 2015 devono essere effettuati nel rispetto dei relativi termini prescrizionali entro l’anno 2020, fatta eccezione per quelli afferenti a dicembre 2015, che potranno essere effettuati secondo gli ordinari termini di prescrizione, entro il 18 gennaio 2021 (Inps, circolare 06 settembre 2019, n. 122).


Come noto, la Legge n. 335/1995 ha a suo tempo riformato la disciplina dei trattamenti pensionistici vigenti nell’ambito dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti e delle forme sostitutive ed esclusive della stessa, prevedendo che le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono e non possono essere versate e, conseguentemente, incassate dall’Istituto, con il decorso dei termini seguenti (art. 3, co. 9):
a) dieci anni per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligatorie, compreso il contributo di solidarietà, ed esclusa ogni aliquota di contribuzione aggiuntiva non devoluta alle gestioni pensionistiche. A decorrere dal 1° gennaio 1996 tale termine é ridotto a cinque anni, salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti;
b) cinque anni per tutte le altre contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria.
Tali disposizioni si applicano anche alle contribuzioni delle gestioni pensionistiche pubbliche, trattandosi di forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti; tuttavia, l’articolo 19 del Decreto Legge n. 4/2019 (conv. in L. n. 26/2019) ha modificato l’articolo 3 della Legge n. 335/1995, aggiungendo il comma 10-bis. Di qui, nel caso di gestioni previdenziali esclusive amministrate dall’Inps cui sono iscritti i lavoratori dipendenti delle Amministrazioni Pubbliche, i predetti termini di prescrizione, riferiti agli obblighi relativi alle contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria afferenti ai periodi di competenza fino al 31 dicembre 2014, non si applicano fino al 31 dicembre 2021, fatti salvi gli effetti di provvedimenti giurisdizionali passati in giudicato, nonché il diritto all’integrale trattamento pensionistico del lavoratore. La sospensione dei termini di prescrizione riguarda le sole Amministrazioni Pubbliche di cui all’elencazione contenuta nel D.Lgs. n. 165/2001, nonché le aziende sanitarie locali, quelle ospedaliere e le diverse strutture sanitarie istituite con legge regionale, le IPAB, le aziende pubbliche di servizi alla persona (ASP), la Banca d’Italia, la Consob e, in linea generale, le Autorità Indipendenti, che sono qualificate amministrazioni pubbliche, le Università non statali legalmente riconosciute qualificate enti pubblici non economici dalla giurisprudenza amministrativa e ordinaria. Sono, invece, esclusi dalla sospensione della prescrizione, oltre ai datori di lavoro privato: gli enti pubblici economici; gli ex IACP trasformati in enti pubblici economici; gli enti privatizzati, si sono trasformati in società di persone o di capitali ancorché a capitale interamente pubblico; le ex IPAB trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato; le aziende speciali costituite anche in consorzio; i consorzi di bonifica; gli enti morali; gli enti ecclesiastici.
Quanto alle gestioni previdenziali coinvolte, il riferimento è alla contribuzione afferente alla Cassa per le pensioni dei dipendenti degli enti locali (CPDEL), alla Cassa per le pensioni agli insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate (CPI), alla Cassa per le pensioni dei sanitari (CPS), alla Cassa per gli ufficiali giudiziari (CPUG), alla Cassa per i trattamenti pensionistici dei dipendenti civili e militari dello Stato (CTPS). Sono escluse le contribuzioni pertinenti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD), ai fondi esonerativi e sostitutivi della Assicurazione generale obbligatoria, ai fondi per l’erogazione dei trattamenti di previdenza (TFR/TFS) ai dipendenti pubblici (fondo ex INADEL ed ex ENPAS). In ogni caso, la sospensione dei termini non opera sugli effetti dei provvedimenti giurisdizionali passati in giudicato.
In definitiva, la contribuzione dovuta alle casse pensionistiche sopra individuate, afferente ai periodi retributivi fino al 31 dicembre 2014, può essere versata fino al 31 dicembre 2021, mentre la contribuzione afferente ai periodi retributivi che decorrono dal 1° gennaio 2015 soggiace agli ordinari termini prescrizionali (art. 3, co. 9, L. n. 335/1995). Al riguardo, considerato che il termine prescrizionale decorre dalla data in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.) e il termine di decorrenza coincide con il giorno in cui l’Istituto può esigere la contribuzione, ossia con la data di scadenza del termine per effettuare il versamento (il 16 del mese successivo a quello al quale la contribuzione si riferisce), i versamenti afferenti ai periodi retributivi del 2015 devono essere effettuati nel rispetto dei relativi termini prescrizionali entro l’anno 2020, fatta eccezione per quelli afferenti a dicembre 2015, che potranno essere effettuati secondo gli ordinari termini di prescrizione, entro il 18 gennaio 2021.