Irap: ecco le recenti pronunce della Cassazione

Il professionista non è tenuto al versamento dell’Irap qualora svolga attività lavorativa presso lo studio di terzi, mentre, è tenuto al versamento del tributo qualora nell’esercizio della sua attività si avvalga di praticanti retribuiti (Corte di cassazione – sentenza nn. 20907/2014 e 21150/2014).

Tali chiarimenti sono stati forniti, con sentenza n. 20907 del 3 ottobre 2014 e con la sentenza n. 21150 dell’8 ottobre 2014, sulla base del concetto del requisito dell’autonoma organizzazione che ricorre qualora il contribuente:
– sia, sotto qualsiasi forma il responsabile dell’organizzazione e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interessa;
– impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione.

Con la sentenza n. 20907 i giudici chiariscono che il presupposto impositivo del tributo sussiste nel caso in cui risultino spese per prestazioni di lavoro dipendente per collaboratori e di compensi comunque elargiti a terzi, ritenuti tali da rappresentare un quid pluris rispetto all’attività professionale.
Con la seconda sentenza, invece, viene precisato che ai fini della soggezione ad Irap dei proventi del professionista, non è sufficiente che il lavoratore si avvalga di una struttura organizzata, ma è anche necessario che questa struttura sia autonoma, cioè faccia capo al lavoratore stesso non solo ai fini operativi, bensì anche sotto i profili organizzativi.
Quindi, non sono soggetti ad Irap i proventi che un lavoratore autonomo percepisce come compenso per le attività svolte all’interno di una struttura da altri organizzata.

Pronti i chiarimenti sui mediatori marittimi

Forniti l’8 ottobre 2014 alcuni chiarimenti concernenti l’attività del mediatore marittimo con particolare riferimento alla competenza territoriale per l’espletamento dell’esame abilitante e alla definizione del concetto di incompatibilità previsto dalla norma (Ministero sviluppo economico – parere n. 176022/2014).

 

In particolare, in merito al primo punto il Ministero dello Sviluppo Economico, con il parere n. 176022/2014, ha precisato che nonostante l’abrogazione del ruolo, i relativi esami per il conseguimento del requisito professionale necessario per l’esercizio della professione, sono sostenuti presso la Camera di commercio, precedentemente tenutaria del ruolo interprovinciale che era competente per la specifica provincia di residenza o di domicilio professionale dei medesimi.

Sull’incompatibilità, invece, è stata data una definizione ancora più ampia a sostegno della espressa previsione di legge che prevede l’incompatibilità della professione con qualsiasi altro impiego pubblico (ad eccezione dei dipendenti pubblici con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al 50% di quella a tempo pieno – art. 53, co. 5, 6 D.Lgs. n. 165/2001) o privato, fatta eccezione per l’impiego presso imprese di mediazione marittima.
Di fatto, è stato precisato che l’attività di mediazione marittima è in contrasto comunque con lo svolgimento retribuito di tutte le altre attività diverse dalla mediazione stessa, siano esse esercitate in forma di dipendenza (intesa anche in senso lato, quindi sotto forma di collaborazione, ecc. ), ovvero in forma imprenditoriale.
In altre parole l’attività di mediazione marittima oltre ad essere incompatibile con lo svolgimento di qualunque impiego pubblico o privato, è anche incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi attività commerciale.

Agevolazione “prima casa” anche se c’è un altro immobile “inidoneo”

La Corte di cassazione con l’ordinanza 08 ottobre 2014, n. 21289 ha stabilito che l’acquisto di una quota particolarmente esigua di un immobile, non comportando il potere di disporne come abitazione propria, non realizza l’intento abitativo, che è la finalità perseguita dal legislatore, ed è sostanzialmente assimilabile alla titolarità di immobile inidoneo a soddisfare le esigenze abitative e quindi compatibile con le agevolazioni per l’acquisto “prima casa”

Il contribuente ricorre per cassazione avverso la sentenza della C.T.R. di Milano che ha accolto l’appello dell’Agenzia e riformato la decisione di primo grado, che aveva ritenuto illegittima la pretesa impositiva, considerando sussistenti i presupposti per godere della chiesta agevolazione.
La CTR ha ritenuto che il contribuente non avesse titolo per usufruire della agevolazione “prima casa” per l’acquisto dell’unità abitativa sita in Milano in quanto al momento dell’acquisto non sussisteva la condizione prevista dalla lettera b) della nota II bis all’art. 1 della Tariffa parte prima della Legge di Registro, avuto riguardo al fatto che, in virtù di precedente rogito, risultava proprietario, di una quota pari al 5%, di altro immobile abitativo, ubicato nello stesso Comune.
La questione posta dal ricorrente viene esaminata e definita dalla Suprema Corte, tenendo conto del quadro normativo di riferimento e di principi espressi in pregresse pronunce della Cassazione.
Costituisce ius receptum che l’agevolazione per la cosiddetta prima casa, disciplinata dall’art. 1, lett. b), nota II – bis della tariffa allegata al d.P.R. n. 131 del 1986, nel testo risultante dopo le modifiche apportate dall’art. 16, primo comma, del D.L. n. 155 del 1993, convertito con modificazioni nella legge n. 243 del 1993, subordina l’applicazione del beneficio all’acquisto di un’unità immobiliare da destinare a propria abitazione nel comune di residenza o (se diverso) ove si svolge la propria attività, alla non possidenza di altro immobile “idoneo” ad essere destinato a tale uso e alla dichiarazione formale, posta nell’atto di compravendita, di voler stabilire la residenza nel comune ove è ubicato l’immobile acquistato. Ne consegue che chi abbia il possesso di altra casa valutata come “non idonea” all’uso abitativo, sia per circostanze di natura oggettiva (es.: inabitabilità) che di natura soggettiva (es.: fabbricato inadeguato per dimensioni o caratteristiche qualitative) può ugualmente godere dell’agevolazione”.
È stato, altresì, affermato, in tema di agevolazioni per la “prima casa”, che l’acquisto di una quota particolarmente esigua di un immobile, non comportando il potere di disporne come abitazione propria, non realizza l’intento abitativo, che è la finalità perseguita dal legislatore, ed è, sostanzialmente, assimilabile alla titolarità di immobile inidoneo a soddisfare le esigenze abitative.
La Corte è ferma nell’escludere il beneficio “prima casa” solo nei confronti di acquirente di altro immobile acquistato in comunione ex art. 177 c.c. con il coniuge, non ritenendo che la comunione ordinaria su altro cespite immobiliare con il coniuge possa integrare la destinazione del bene ad abitazione dello stesso in via esclusiva.
Solo la comunione legale tra i coniugi osta all’agevolazione, mentre la titolarità di una quota di un appartamento in comunione non preclude il beneficio, in quanto è connaturato alla natura del diritto d’abitazione il legame ai bisogni del titolare e della sua famiglia e l’incompatibilità di esso con ogni contitolarità, salvo che della comunione tra i coniugi.
Si deve escludere, pertanto, che la facoltà di usare il bene comune, purché non si impedisca a ciascuno degli altri comunisti “di farne parimenti uso”, consenta di destinare la casa comune ad abitazione di uno solo dei comunisti, per cui la titolarità di quota è simile a quella di immobile inidoneo a soddisfare le esigenze abitative dell’acquirente, che è di certo compatibile con le agevolazioni.
Risulta così evidente l’errore nel quale è incorsa la CTR nell’escludere il beneficio prima casa per il solo fatto che il contribuente risultava comproprietario in quota del 5 per cento di altro cespite immobiliare acquistato in epoca antecedente al matrimonio unitamente alla futura moglie, poi optando per il regime di separazione patrimoniale allegato al ricorso.
In virtù di quanto esposto la Suprema Corte ha accolto il ricorso del contribuente e ha cassato la sentenza impugnata.

Registrazione al Moss, le istruzioni operative ai fini Iva

In vista dell’entrata in vigore, a partire da 1° gennaio 2015, del nuovo regime Iva opzionale introdotto dall’Ue, l’Agenzia delle Entrate, con il provvedimento 30 settembre 2014, n. 122854/2014, ha fornito le istruzioni operative per le aziende che, dallo scorso 1° ottobre 2014, hanno scelto di registrarsi sul Moss (Mini one stop shop).

Il mini sportello unico Moss da la possibilità agli operatori economici di non identificarsi più in ciascuno Stato membro e di dichiarare e versare in Italia le imposte dovute sui servizi di telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici prestati a persone che non sono soggetti passivi Iva (B2C), resi in altri Stati Ue.
Possono registrarsi sul Moss, attraverso i servizi online dell’Agenzia delle Entrate (Entratel/Fisconline), gli operatori commerciali domiciliati in Italia, quelli residenti che non hanno stabilito il domicilio all’estero (identificati in Italia) e quelli domiciliati o residenti fuori dall’Unione europea che dispongono di una stabile organizzazione nel territorio dello Stato.
Le aziende domiciliate o residenti fuori dall’Unione europea, non stabilite né identificate in alcuno Stato membro dell’Unione, che scelgono di identificarsi in Italia, possono richiedere la registrazione al Moss compilando un modulo online disponibile sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate nella sezione in lingua inglese.
Con il nuovo portale web, dunque, dal 1° gennaio 2015, il fornitore non sarà più obbligato a identificarsi in ciascuno Stato membro in cui effettua le operazioni Iva. Se sceglie di registrarsi al Moss, infatti, dopo aver trasmesso telematicamente attraverso il portale le dichiarazioni Iva trimestrali ed effettuato i versamenti, questi saranno inviati automaticamente ai rispettivi Stati membri di consumo, utilizzando una rete di comunicazioni sicura. Pur trattandosi di un regime facoltativo, se un contribuente sceglie di avvalersene dovrà applicarlo in tutti gli Stati membri.

Reati fiscali, versamento delle ritenute anche in pre-fallimento

L’imprenditore che, versando in stato d’insolvenza pre-fallimentare, non corrisponde le ritenute ai dipendenti commette omesso versamento (Corte di Cassazione – Sentenza 30 settembre 2014, n. 40344).

La Suprema Corte ha chiarito che l’imprenditore, infatti, non può giustificare l’omesso versamento delle ritenute effettuate, a fini contributivi e a titolo di sostituto di imposta, sulle retribuzioni effettivamente corrisposte ai lavoratori dipendenti, con il timore di essere a sua volta incriminato per il reato di bancarotta preferenziale.
Le somme ritenute e da versare non fanno parte del patrimonio del fallito, ma costituiscono parte integrate delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti che sono ritenute dal datore di lavoro nella sua veste di “sostituto d’acconto”.
Inoltre, tali somme vengono versate in nome e per conto dei lavoratori “sostituiti”, i quali restano i soggetti passivi dell’obbligazione tributaria e dovranno definire la loro posizione al termine del corrispondente periodo d’imposta computando, appunto, le anticipazioni effettuate attraverso il “sostituto”.
In ogni caso, dunque, l’imprenditore che non sia dichiarato fallito personalmente è tenuto a provvedere direttamente al pagamento delle somme dovute all’INPS, altrimenti è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1033.

Certificazione Unica per dipendenti e lavoratori autonomi

È stata presentata la bozza dello schema di Certificazione Unica 2015, che servirà per attestare gli emolumenti corrisposti a dipendenti e assimilati, ma anche i compensi pagati ai lavoratori autonomi. Lo stesso schema di certificazione, dunque, per attestare tutte le somme corrisposte nel 2014 in qualità di sostituto d’imposta. (Agenzia delle Entrate – Comunicato stampa del 26 settembre 2014).

Dal prossimo anno, dunque, lo schema di Certificazione Unica deve essere utilizzata per attestare sia gli emolumenti corrisposti, le ritenute operate e l’assistenza fiscale prestata a lavoratori dipendenti e assimilati (pensionati, co.co.pro., ecc.), finora riportati nel Cud, sia i compensi pagati e le ritenute operate nei confronti di liberi professionisti, agenti e rappresentanti di commercio e lavoratori autonomi in genere.
Addio, quindi, alla certificazione in forma libera per attestare i redditi di lavoro autonomo, le provvigioni e i redditi diversi.
Nel Comunicato stampa del 26 settembre 2014, l’Agenzia delle Entrate illustra alcune delle novità più rilevanti che caratterizzeranno la Certificazione Unica 2015, pubblicata in “bozza” sul sito internet dell’Agenzia stessa.
In primo luogo, il Frontespizio si arricchisce di dati: oltre alle informazioni anagrafiche del sostituto d’imposta e del percipiente, infatti, conterrà un prospetto ad hoc per l’indicazione dei dati relativi ai figli e agli altri familiari a carico del dipendente o pensionato in relazione ai quali sono state riconosciute le detrazioni per carichi di famiglia, finora contenute nelle annotazioni del CUD (codice BO).
Inoltre, è inserita una sezione ad hoc per indicare le informazioni relative al Credito Bonus IRPEF riconosciuto in busta paga ai dipendenti e ad alcune categorie assimilate (cd. “bonus 80 euro”). All’interno di tale sezione saranno indicati i dati relativi al bonus spettante, l’importo effettivamente erogato e quello eventualmente recuperato.
I dati relativi all’assistenza fiscale, finora dettagliati nelle annotazioni del Cud (codice BA), nella Certificazione Unica 2015 trovano spazio in specifiche sezioni dedicate distintamente a “Acconti dichiarante” e “Acconti coniuge” (nel caso in cui il sostituto presti assistenza anche al coniuge del percipiente). Ciascuna sezione conterrà distintamente, per il percipiente ed il coniuge, i dati relativi agli acconti per Irpef, addizionali Irpef e cedolare secca trattenuti o sospesi.
La sezione dedicata alla “Certificazione dei compensi per lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi“, sostanzialmente, ripropone il medesimo schema del quadro per la comunicazione dei dati delle certificazioni lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi già presente nella dichiarazione dei sostituti d’imposta (Modello 770).
Confermate, poi, in gran parte, altre sezioni già presenti nel Cud, come quelle dedicate alle agevolazioni per ricercatori, alle agevolazioni per le lavoratrici e i lavoratori che rientrano in Italia dopo aver maturato un’esperienza lavorativa all’estero, ed alla detassazione delle somme erogate per l’incremento della produttività del lavoro.

Differita al 30 novembre 2014 l’invio della dichiarazione “IMU TASI ENC”

La dichiarazione “IMU-TASI degli Enti non commerciali, per gli anni 2012 e 2013, deve essere presentata entro il 30 novembre 2014 con le modalità già approvate in precedenza (Ministero economia e finanze – Decreto 23 settembre 2014).

Il precedente termine, previsto per il 30 settembre 2014, è stato differito di due mesi senza incidere sulle modalità di presentazione già predisposte dallo stesso Ministero dell’economia e delle finanze.
Di fatto, la dichiarazione deve essere presentata esclusivamente in via telematica, direttamente da parte dei soggetti abilitati, ovvero tramite intermediari incaricati avendo cura di indicare:
– il comune destinatario della dichiarazione;
– i dati identificativi del contribuente e del rappresentante firmatario della dichiarazione;
– i dati relativi all’impegno alla presentazione telematica;
– la descrizione degli immobili totalmente imponibili e gli immobili parzialmente imponibili o totalmente esenti.

Per quanto riguarda gli immobili parzialmente imponibili, sono indicati sulla base del decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 19 novembre 2012, n. 200, i criteri per determinare per ciascun immobile la percentuale di imponibilità in ragione dello svolgimento nello stesso dell’attività con modalità commerciali, ai fini dell’applicazione dell’imposta municipale propria e del tributo per i servizi indivisibili, con riferimento distintamente all’attività didattica e alle attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché alle attività di religione o di culto.
Ovviamente, la predetta dichiarazione ha efficacia sia ai fini dell’IMU sia ai fini della TASI.

L’imposta di bollo può essere assolta anche telematicamente

Per le istanze e per i relativi atti e provvedimenti trasmessi in via telematica a una pubblica amministrazione o a qualsiasi ente o autorità competente, anche l’imposta di bollo dovuta è assolta telematicamente (Agenzia entrate – provvedimento 19 settembre 2014).

Il pagamento dell’imposta dovuta per le istanze trasmesse telematicamente è effettuato mediante l’acquisto della marca da bollo digitale tramite il servizio @e.bollo che associa l’Identificativo Univoco Bollo Digitale (IUBD) all’impronta del documento da assoggettare ad imposta. In questo modo l’imposta è assolta qualora ci sia corrispondenza tra l’impronta del documento soggetto a bollo e l’impronta del documento contenuta nella marca da bollo digitale.
Il servizio @e.bollo è disponibile sui siti internet delle Amministrazioni che offrono servizi interattivi per l’acquisizione delle istanze a loro dirette, o sui siti internet degli intermediari.

Possono accreditarsi quali intermediari abilitati al servizio @e.bollo, previa stipula di una convenzione con l’Agenzia delle Entrate, i prestatori di servizi a pagamento di cui all’art. 114-sexies del T.U. in materia bancaria e creditizia, approvato con D.lgs. n. 385/1993 (le banche, gli istituti di moneta elettronica e gli istituti di pagamento.
La convenzione:
– definisce le modalità di fornitura all’Intermediario degli “Identificativi Univoci di Bollo Digitale” (IUBD) generati dall’Agenzia delle Entrate;
– definisce le modalità di versamento delle somme dovute, al netto del compenso spettante;
– stabilisce il compenso spettante agli Intermediari, da fissarsi, comunque, in misura inferiore rispetto a quello previsto per i contrassegni sostitutivi delle marche da bollo utilizzati sui documenti cartacei;
– indica le modalità con cui gli Intermediari comunicano periodicamente all’Agenzia gli estremi degli IUBD utilizzati per la formazione delle Marche da bollo digitali;
– regola ogni altro aspetto connesso alle modalità ed alle condizioni di svolgimento del servizio da parte degli intermediari, in attuazione del presente provvedimento.

Sul sito dell’Agenzia delle entrate sarà disponibile l’elenco degli intermediari abilitati di cui potranno avvalersi contribuenti ed amministrazioni e la data di decorrenza dalla quale saranno resi disponibili tali servizi.

F24 telematico o cartaceo?

L’Agenzia delle Entrate con la circolare del 19 settembre 2014 n. 27/E con riferimento alle nuove modalità di utilizzo dell’F24 telematico ha chiarito quando questo è obbligatario e quando, invece, è possibile utilizzare il modello F24 cartaceo.

Dal 1° ottobre 2014 l’F24 online diventa obbligatorio per i versamenti superiori a 1000 euro, per quelli a saldo zero o con crediti in compensazione con saldo finale maggiore di zero.
Precisamente a decorrere da tale data, fermi restando i limiti già previsti da altre disposizioni vigenti in materia, i modelli “F24 a saldo zero” potranno essere presentati esclusivamente mediante i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate direttamente dal contribuente, utilizzando i servizi “F24 web” o “F24 on-line” dell’Agenzia delle entrate, attraverso i canali telematici Fisconline o Entratel o per il tramite di un intermediario abilitato (professionisti, CAF, associazioni sindacali di categoria tra imprenditori, etc.) che può trasmettere telematicamente le deleghe F24 in nome e per conto degli assistiti avvalendosi del servizio “F24 cumulativo”, disciplinato da apposita convenzione con l’Agenzia delle entrate, e del servizio “F24 addebito unico”.
Anche i modelli F24 contenenti crediti utilizzati in compensazione, con saldo finale maggiore di zero, oppure i modelli F24 con saldo superiore a 1.000,00 euro, a prescindere dalla presenza di crediti utilizzati in compensazione, potranno essere presentati esclusivamente per via telematica mediante i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate sopra richiamati o mediante i servizi di internet banking messi a disposizione dagli intermediari della riscossione convenzionati con l’Agenzia (banche, Poste Italiane e Agenti della riscossione, prestatori di servizi di pagamento).
Quanto disposto non si applica ai pagamenti effettuati con strumenti diversi dal modello F24 (ad esempio bonifici e versamenti diretti in tesoreria).
I contribuenti, ad eccezione dei titolari di partita Iva, potranno continuare ad effettuare i versamenti con modello F24 cartaceo, presso gli sportelli degli intermediari della riscossione convenzionati con l’Agenzia (Banche, Poste Italiane e agenti della riscossione), nel caso in cui debbano versare, senza utilizzo di crediti in compensazione, somme per un importo totale pari o inferiore a 1.000,00 euro.
La presentazione del modello F24 in forma cartacea è, inoltre, ammessa nei seguenti casi:
– nel caso di modelli precompilati dell’ente impositore, anche se i versamenti sono superiori a 1000 euro, a condizione che non siano indicati crediti in compensazione;
– per i versamenti rateali in corso di tributi, contributi e altre entrate, anche in caso di somme superiori a 1000 euro, di crediti in compensazione o di saldo del modello pari a zero;
– per i soggetti che hanno diritto ad agevolazioni fiscali, nella forma di crediti di imposta, utilizzabili in compensazione esclusivamente presso gli agenti della riscossione.

Pronte le istruzioni operative per il visto di conformità over 15mila euro

L’Agenzia delle entrate con la circolare 28/E del 2014 in merito alla compensazione dei crediti superiori a 15.000 euro relativi a imposte sui redditi e addizionali, ritenute alla fonte, imposte sostitutive di quelle sul reddito e Irap ha dettato chiarimenti sugli aspetti applicativi per il rilascio del visto di conformità previsto dalla Legge di Stabilità 2014.

Possono apporre il visto di conformità i seguenti soggetti:
– i responsabili dell’assistenza fiscale dei Caf-imprese, quelli dei Caf-dipendenti solo per le dichiarazioni dei contribuenti per i quali già svolgono assistenza fiscale;
– gli iscritti negli albi dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e in quello dei consulenti del lavoro;
– chi al 30 settembre 1993 era già iscritto nei ruoli di periti ed esperti contabili tenuti dalle camere di commercio, industria artigianato e agricoltura per la sub-categoria tributi, a patto che siano in possesso di specifici diplomi di laurea.
In presenza di dichiarazione sottoscritta dai soggetti che esercitano il controllo contabile la compensazione dei crediti può avvenire senza visto. Per gli Enti locali e per le Regioni, è sufficiente, invece, la sottoscrizione della dichiarazione da parte del Collegio dei revisori.

Il professionista che intende apporre il visto di conformità ha i seguenti obblighi:
– deve essere abilitato alla trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali,
– deve comunicare i suoi dati identificativi e una serie di altre informazioni, tra cui l’insussistenza di provvedimenti di sospensione dell’ordine professionale di appartenenza e di procedimenti penali pendenti in fase di giudizio per reati finanziari,
– e deve sottoscrivere l’impegno a comunicare, entro 30 giorni, eventuali variazioni.

La comunicazione può avvenire con consegna a mano, mediante raccomandata con ricevuta di ritorno o tramite Pec e una volta avvenuta, il professionista può immediatamente prestare l’assistenza fiscale. Nel frattempo la Direzione regionale verifica la sussistenza di tutti i requisiti e provvede a richiedere eventuali integrazioni e chiarimenti.
Se il professionista ha già comunicato in precedenza all’Agenzia delle entrate di voler apporre il visto di conformità (ad esempio per le compensazioni dei crediti Iva), non è necessaria la presentazione di una nuova comunicazione a condizione che la polizza assicurativa già presentata non sia limitata a determinate dichiarazioni. In quest’ultimo caso la documentazione deve essere integrata con una polizza assicurativa che garantisca anche l’ulteriore attività di visto.
Il visto di conformità non va apposto sulle dichiarazioni con più crediti da compensare se questi sono singolarmente di importo inferiore a 15.000 euro, anche nel caso in cui la loro somma superi la soglia. Qualora il contribuente voglia utilizzare in compensazione un singolo credito superiore a 15.000 euro, il professionista deve apporre il visto su tutta la dichiarazione, anche se in questa sono presenti altri crediti, utilizzati o meno, di importo inferiore alla soglia.
Per evitare errori materiali e di calcolo i professionisti devono confrontare i dati presenti in dichiarazione con quelli risultanti dalla documentazione, tenendo conto della disciplina in materia di deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta, scomputo delle ritenute d’acconto e versamenti oltre alla verifica delle scritture contabili se obbligatorie.