Alluvione ottobre 2014: nessuna sanzione per le ritenute non versate dai sostituti

Nessuna sanzione per i sostituti d’imposta che operano nelle zone colpite dall’alluvione verificatesi tra il 10 e il 14 ottobre 2014, se impossibilitati a versare le ritenute nei tempi dovuti (Ministero economia e finanze – Comunicato n. 255/2014).

A seguito della sospensione dei termini dei versamenti e degli adempimenti tributari nelle zone colpite dall’alluvione (Regioni Liguria, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia) di ottobre scorso, che escludeva da tale proroga le ritenute che devono essere operate e versate dai sostituti d’imposta, il Mef chiarisce che in caso di impossibilità di tali soggetti ad effettuare i versamenti delle ritenute alla scadenza prevista, a causa dei disagi procurati dal maltempo, l’Agenzia delle Entrate valuterà la possibilità di non applicare le relative sanzioni, in applicazione del disposto normativo relativo alla non punibilità delle violazioni tributarie se esse sono state commesse per forza maggiore.

Decreto semplificazioni: il domicilio al 1° gennaio stabilisce le addizionali IRPEF

Con il “decreto semplificazioni fiscali”, approvato in via definitiva e in corso di pubblicazione in G.U., sono state stabilite diverse misure di semplificazione e snellimento degli adempimenti fiscali, con eliminazione di alcuni ritenuti superflui. Tra queste, il decreto introduce modifiche ai criteri di applicazione dell’addizionale IRPEF regionale.

In particolare, l’articolo 8 del “decreto semplificazioni” modifica le norme che stabiliscono la Regione (o Provincia autonoma) competente ai fini del versamento dell’addizionale regionale all’IRPEF.
Secondo le regole fin’ora applicabili, l’addizionale regionale all’IRPEF è versata alla Regione in cui il contribuente ha il domicilio fiscale alla data del 31 dicembre dell’anno cui si riferisce l’addizionale stessa.
Una particolare disposizione stabilisce, poi, che relativamente ai redditi di lavoro dipendente ed a quelli assimilati, l’addizionale regionale deve essere versata alla Regione in cui il lavoratore ha il domicilio fiscale alla data in cui il datore di lavoro effettua le operazioni di conguaglio relative a detti redditi.
Grazie alla modifica introdotta dal decreto semplificazioni, l’addizionale IRPEF regionale sarà versata alla Regione in cui il contribuente ha il domicilio fiscale al 1° gennaio dell’anno cui si riferisce l’addizionale stessa.
Viene eliminata, dunque, la differenziazione per i redditi di lavoro dipendente ed assimilati, uniformando il criterio di determinazione della Regione competente ai fini dell’addizionale IRPEF regionale, con quello già previsto per identificare il Comune competente ai fini dell’addizionale IRPEF comunale.
La modifica, dunque, mira a semplificare gli adempimenti a carico dei contribuenti, fissando dall’inizio dell’anno la Regione (o provincia autonoma) a cui deve essere versata l’addizionale IRPEF regionale, che resta invariata per tutto il periodo d’imposta, anche in caso di trasferimento del domicilio fiscale in una Regione diversa.
La decorrenza delle nuove regole, tuttavia, non è stata definita nell’ambito del “decreto semplificazioni”, ma è delegata all’Agenzia delle Entrate, che dovrà individuare con uno o più provvedimenti le modalità e i termini di applicazione del nuovo criterio del domicilio fiscale al 1° gennaio.

IL DOMICILIO FISCALE
Agli effetti dell’applicazione delle imposte sui redditi ogni soggetto si intende domiciliato in un comune dello Stato, secondo i seguenti criteri:
– le persone fisiche residenti nel territorio dello Stato hanno il domicilio fiscale nel comune nella cui anagrafe sono iscritte. Quelle non residenti hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si è prodotto il reddito o, se il reddito è prodotto in più comuni, nel comune in cui si è prodotto il reddito più elevato. I cittadini italiani, che risiedono all’estero in forza di un rapporto di servizio con la pubblica Amministrazione, nonché quelli considerati residenti (trasferiti in paesi black list), hanno il domicilio fiscale nel comune di ultima residenza nello Stato;
– i soggetti diversi dalle persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa; se anche questa manchi, essi hanno il domicilio fiscale nel comune ove è stabilita una sede secondaria o una stabile organizzazione e in mancanza nel comune in cui esercitano prevalentemente la loro attività.
Le cause di variazione del domicilio fiscale hanno effetto dal sessantesimo giorno successivo a quello in cui si sono verificate.

Cause di modesto valore: senza bollo e registro anche in appello

Dopo il cambio di passo della Corte di Cassazione, anche l’Agenzia delle Entrate riconsidera la propria posizione e fornisce nuove indicazioni agli uffici territoriali, riconoscendo che il regime di esenzione dall’imposta di bollo e di registro previsto per la cause minori, è applicabile all’intero procedimento giudiziale che in primo grado è attribuito alla competenza del giudice di pace (Risoluzione n. 97/E del 10 novembre 2014).

Con riferimento alle cause e alle attività conciliative in sede non contenziosa il cui valore non eccede la somma di euro 1.033,00, nonché agli atti e ai provvedimenti ad esse relativi, i costi di giusitizia sono costituiti soltanto dal contributo unificato, con esonero dal pagamento dell’imposta di bollo e di registro (cd. “regime fiscale delle cause minori”).
Siccome la norma agevolativa è inserita nella legge istitutiva del giudice di pace, un orientamento prevalente fino a poco tempo fa, riconosceva l’applicabilità del regime di esenzione solo per gli atti e i provvedimenti relativi al giudizio dinanzi al giudice di pace e non anche per quelli emessi dal tribunale ordinario in sede di appello avverso i predetti provvedimenti.
Recentemente, però, la Corte di Cassazione ha affermato un orientamento opposto, che tende a ricomprendere nel regime di esenzione l’intero procedimento giudiziale riguardante le cause di modesto valore (non superiore a 1.033,00 euro) che in primo grado è attribuito alla competenza del giudice di pace, estendendo il beneficio anche alle sentenze emesse su appello delle pronunce del giudice di pace.
In particolare, secondo i giudici della suprema Corte l’applicazione generalizzata dell’esenzione deve ritenersi coerente con la ratio della norma, che è quella di alleviare l’utente dal costo di servizio di giustizia per le procedure di valore più modesto, in relazione alle quali è evidentemente apparso incongruo pretendere l’assolvimento di un tributo che, per il fatto di essere determinato in termini ordinariamente percentuali rispetto alla rilevanza economica della causa avente valore determinato, ammonta comunque ad importo irrisorio e spesso inadeguato a giustificare una complessa procedura di esazione.
Adeguandosi al nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 97/E/2014 ha riconsiderato il proprio indirizzo, dando indicazioni agli uffici territoriali di riesaminare le controversie pendenti, e qualora ricorrano i principi affermati dalla suprema Corte, abbandonare la pretesa tributaria per cessazione della materia del contendere.
In relazione alle cause di valore non superiore a 1.033,00 euro, dunque, l’esenzione dall’imposta di bollo e di registro e riconosciuta anche per le sentenze di appello alle pronunce del Giudice di Pace.

Utilizzo del Pos: sul tavolo di lavoro c’è la riduzione dei costi

Nell’intento di rendere l’utilizzo del POS il più possibile flessibile e conveniente, il tavolo di confronto sul tema della diffusione delle transazioni con carte di pagamento, istituito presso il Ministero dello Sviluppo eConomico, che vede la partecipazione di rappresentanti della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia e delle finanze sta valutando diverse soluzioni volte a garantire una corretta ripartizione dei costi e dei relativi benefici tra tutti i soggetti interessati, eventualmente anche con l’introduzione di sanzioni o interdizioni in caso di inadempienze (Commissione Finanze alla Camera – risposta all’interrogazione parlamentare del 5 novembre 2014 n. 5-03941).

L’obbligo del POS, scattato dal 30 giugno 2014 per i professionisti e le imprese per tutti i pagamenti di importo superiore a 30 euro, è stato introdotto nell’intento di assicurare una maggiore tracciabilità dei pagamenti e di contrastare l’evasione fiscale, ma allo stesso tempo ha aumentato i costi connessi all’esercizio dell’attività a favore degli Istituti di Credito.
Di fatto, i costi connessi al POS presentano una componente fissa e una variabile.
Quelli fissi coprono la disponibilità dell’apparecchiatura POS e dipendono dalle diverse funzionalità che il terminale può offrire e dal tipo di tecnologia utilizzata per il collegamento.
Quelli variabili, invece, sono legati al numero e all’ammontare delle transazioni effettuate dalla clientela e dipendono dal tipo di circuito utilizzato.
Pertanto, nell’intento di trovare un giusto equilibrio tra costi e benefici tra tutti i soggetti interessati, il Governo è chiamato ad abbattere i costi fissi del terminale Pos, anche mediante forme di defiscalizzazione che contemplino il riconoscimento di un credito d’imposta.

Editoria: ecco il Fondo straordinario per lo sviluppo del settore

Introdotto dalla Legge di stabilità 2014, il Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria per il triennio 2014-2016 è diventato operativo con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (D.P.C.M. 30 settembre 2014).

Il decreto istitutivo del Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria disciplina i criteri e le modalità di concessione ed erogazione, per l’anno 2014, delle risorse pari a € 20.918.394 per gli interventi operanti nei seguenti ambiti:
– incentivi agli investimenti in innovazione tecnologica e digitale;
– incentivi all’assunzione di giornalisti;
– parziale finanziamento degli ammortizzatori sociali erogati in favore dei giornalisti disoccupati o interessati da processi di riduzione dell’attività lavorativa per collocamento in cassa integrazione guadagni straordinaria o dalla stipula di contratti di solidarietà difensiva.

Delle risorse del Fondo pari a € 20.918.394, € 7.418.394 sono destinati al fondo garanzia per le piccole e medie imprese, € 500.000 sono a favore delle imprese di nuova costituzione, € 11.000.000 sono destinati per la promozione di nuove assunzioni con contratto di lavoro subordinato di giornalisti in possesso di specifiche competenze professionali nel lavoro ed € 2.000.000 sono destinati al sostegno degli ammortizzatori sociali.
L’accesso ad ogni beneficio di natura economica è precluso nei confronti delle imprese presso le quali si verifichino almeno una delle seguenti fattispecie:
– la mancata iscrizione nell’elenco dei quotidiani, dei periodici, anche telematici, delle agenzie di stampa e delle emittenti radiotelevisive, per un periodo superiore a sei mesi e fino all’eventuale successiva iscrizione nel predetto elenco;
– l’introduzione dalla data di emanazione del citato decreto e per la durata delle misure finanziate, di bonus, stock option ed ogni altra forma di premio non strettamente legato alla dinamica retributiva contrattualmente stabilita, e collegata a risparmi sul costo del lavoro giornalistico, in favore dei dirigenti delle imprese editoriali che accedono agli ammortizzatori sociali.

No al bonus fiscale del 65% per la caldaia a biomassa se la ristrutturazione è con ampliamento

In caso di ristrutturazione edilizia degli edifici senza demolizione, ma con ampliamento, gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa non possono accedere alla detrazione fiscale del 65% (Commissione Finanze alla Camera – risposta all’interrogazione parlamentare del 5 novembre 2014 n. 5-03940).

Nell’ambito della normativa riguardante la detrazione fiscale del 65 per cento per la riqualificazione energetica degli edifici, il comma 347 dell’articolo 1 della legge n. 296 del 2006 ammette al beneficio:
– gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con quelli dotati di caldaie a condensazione e contestuale messa a punto dei sistema di distribuzione;
– gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con pompe di calore ad alta efficienza e con impianti geotermici a bassa entalpia;
– gli interventi di sostituzione di scaldacqua tradizionali con scaldacqua a pompa di calore dedicati alla produzione di acqua calda sanitaria.
Ne rimangono, pertanto, esclusi, gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa.
Tuttavia la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa possono ricondursi nell’ambito degli interventi di riqualificazione globale degli edifici di cui all’articolo 1, comma 344, della citata legge n. 296 del 2006, in quanto per questa tipologia di interventi non è specificato quali opere o impianti occorre realizzare per raggiungere le prestazioni energetiche richieste, essendo l’intervento definito in funzione del risultato che lo stesso deve conseguire in termini di riduzione del fabbisogno annuo di energia primaria per la climatizzazione invernale dell’intero fabbricato.
Nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia degli edifici senza demolizione, ma con ampliamento, la detrazione fiscale del 65 per cento, non può però riguardare gli interventi di riqualificazione energetica globale dell’edificio, previsti dall’articolo 1, comma 344, della legge n. 296 del 2006, in quanto, per tali interventi, è necessario individuare il fabbisogno di energia primaria annua riferito all’intero edificio, comprensivo dell’ampliamento. In sostanza, la diversità dell’edificio prima e dopo l’intervento costituisce un ostacolo alla misurazione del risultato energetico, in quanto il confronto non avviene tra elementi omogenei.
Conseguentemente, gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa non possono accedere alla detrazione fiscale del 65 per cento.
Potranno, comunque, beneficiare, in presenza di tutti i requisiti richiesti dalla normativa di riferimento, della detrazione fiscale del 36 per cento (attualmente 50 per cento) di cui all’articolo 16-bis, comma 1, lettera h), del TUIR, limitatamente alla quota parte delle spese dell’impianto, compresa la caldaia, riferibili alla porzione di edificio esistente, da individuare con criteri oggettivi tenendo conto dei fabbisogni energetici.

Via libera alla dichiarazione dei redditi precompilata

L’introduzione della dichiarazione precompilata per circa 30 milioni di contribuenti tra cui lavoratori dipendenti e pensionati inizia già nel 2015. Con l’invio della dichiarazione precompilata è l’Amministrazione finanziaria il soggetto obbligato a raccogliere ed elaborare i dati, al fine di inviarne le risultanze al contribuente, secondo una rigida scadenza temporale. Al contribuente rimane l’obbligo di verificare l’esattezza e la completezza dei dati in possesso dell’Amministrazione finanziaria.

Per l’elaborazione della dichiarazione precompilata, l’Agenzia delle Entrate utilizzerà i seguenti dati:
– le informazioni disponibili in Anagrafe tributaria (ad esempio la dichiarazione dell’anno precedente e i versamenti effettuati);
– i dati trasmessi da parte di soggetti terzi (ad esempio banche, assicurazioni ed enti previdenziali);
– i dati contenuti nelle certificazioni rilasciate dai sostituti d’imposta con riferimento ai redditi di lavoro dipendente e assimilati, ai redditi di lavoro autonomo e ai redditi diversi (ad esempio, compensi per attività occasionali di lavoro autonomo);
– i dati del sistema Tessera Sanitaria che a partire dalla dichiarazione dei redditi da presentare nel 2016, relativa all’anno d’imposta 2015 consentirà di inserire nella dichiarazione i dati relativi alle spese mediche, di assistenza specifica e delle spese sanitarie che danno diritto a deduzioni dal reddito o detrazioni d’imposta.
 I sostituti d’imposta hanno l’obbligo di trasmettere entro il 7 marzo di ogni anno all’Agenzia delle entrate i dati relativi alla certificazione unica che attesta l’ammontare complessivo delle somme erogate, delle ritenute operate, delle detrazioni d’imposta effettuate e dei contributi previdenziali e assistenziali trattenuti. In caso di omessa, tardiva o errata trasmissione dei dati si prevede una sanzione nella misura fissa di cento euro per ogni certificazione.
Entro il 15 aprile di ciascun anno la dichiarazione precompilata viene resa disponibile in via telematica al contribuente, che può accettarla oppure modificarla, rettificando i dati comunicati dall’Agenzia e inserendo ulteriori informazioni. Il contribuente accede alla dichiarazione precompilata attraverso i seguenti canali:
– direttamente on line tramite il sito internet dell’Agenzia delle Entrate;
– conferendo apposita delega al proprio sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale;
– conferendo apposita delega a un centro di assistenza fiscale o a un professionista abilitato.
Ulteriori sistemi alternativi per rendere disponibile al contribuente la propria dichiarazione precompilata saranno individuati con successivi provvedimenti del Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Rimane, comunque, ferma la possibilità per il contribuente di presentare la dichiarazione dei redditi con le modalità ordinarie, compilando il modello 730 o il modello Unico Persone fisiche.
Il contribuente può accettare la dichiarazione precompilata ricevuta dall’Agenzia o eventualmente modificarla, direttamente o tramite sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale o attraverso i CAF e i professionisti abilitati.
In caso di accettazione senza modifiche della dichiarazione proposta dall’Agenzia delle Entrate direttamente dal contribuente, non si effettua il controllo formale sui dati relativi agli oneri indicati nella dichiarazione forniti dai soggetti terzi. In caso, invece, di modifiche effettuate direttamente dal contribuente (anche tramite il sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale), che incidono sulla determinazione del reddito o dell’imposta, non si applicano le esclusioni dal controllo formale. Nel caso in cui la dichiarazione venga presentata, con o senza modifiche, tramite CAF o professionisti abitati, questi ultimi sono tenuti all’apposizione del visto di conformità sui dati della dichiarazione, compresi quelli forniti con la dichiarazione precompilata (oneri deducibili, detraibili, ritenute).
Un’altra novità è l’unificazione alla data del 7 luglio dell’anno successivo al periodo d’imposta al quale si riferisce la dichiarazione, del termine per la presentazione del modello 730, sia se ciò avviene direttamente dal contribuente, sia se la trasmissione avviene tramite sostituto d’imposta oppure mediante CAF o professionista.

Ultimo giorno per la comunicazione dei beni ai soci

Oggi, 30 ottobre 2014, scade il termine per la trasmissione all’Anagrafe tributaria dei dati relativi ai beni dell’impresa concessi in godimento a soci o familiari e quelli relativi ai soci o familiari dell’imprenditore che effettuano finanziamenti o capitalizzazioni nei confronti dell’impresa.

La scadenza, modificata dal provvedimento n. 54581/2014 dell’Agenzia delle Entrate, è stata fissata entro il trentesimo giorno successivo al termine di presentazione della dichiarazione dei redditi, al fine di agevolare l’adempimento comunicativo.
Si rammenta che la comunicazione in oggetto deve essere effettuata da:
– i soggetti che esercitano attività di impresa, sia in forma individuale che collettiva, tenuti a comunicare i dati dei soci – comprese le persone fisiche che direttamente o indirettamente detengono partecipazioni nell’impresa concedente – e dei familiari dell’imprenditore che hanno ricevuto in godimento beni dell’impresa, qualora sussista una differenza tra il corrispettivo annuo relativo al godimento del bene ed il valore di mercato del diritto di godimento;
– i soggetti che esercitano attività di impresa, sia in forma individuale che collettiva, tenuti a comunicare i dati delle persone fisiche soci o familiari dell’imprenditore che hanno concesso all’impresa, nell’anno di riferimento, finanziamenti o capitalizzazioni per un importo complessivo, per ciascuna tipologia di apporto, pari o superiore a 3.600 euro.
Per entrambe le tipologie di contribuenti la comunicazione deve essere inviata esclusivamente in via telematica, direttamente o tramite intermediari abilitati, utilizzando il servizio telematico Entratel o Fisconline.

Nessun rimborso Irap per il professionista con familiare che amplia le capacità personali

È tenuto a versare l’Irap il professionista che si avvale dell’ausilio di un familiare, se tale collaborazione determina l’ampliamento delle capacità personali e dunque si configura l’automa organizzazione (Corte di Cassazione – Ordinanza 24 ottobre 2014, n. 22628).

Nell’ambito dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap), il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito, ricorre quando il contribuente:
– sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;
– impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dell’organizzazione.
Costituisce onere del contribuente, che chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta, dare la prova dell’assenza delle predette condizioni.
Alla stregua di tali consolidati principi la Suprema Corte, con la citata ordinanza n. 22628/2014, accogliendo il ricorso dell’Agenzia dell’Entrate avverso la sentenza della CTR, afferma che l’attività prestata dal collaboratore in un’impresa familiare se determina l’ampliamento delle capacità personali del professionista, contribuisce alla sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione.

Paga l’IRAP il professionista con organizzazione in outsourcing

Il professionista che corrisponde elevati compensi a società di servizi per l’esecuzione, per suo conto, di attività strettamente connesse all’oggetto della professione nei confronti dei propri clienti, deve assoggettare il reddito professionale all’Irap. Queste le conclusioni della Corte di Cassazione, nella recente sentenza n. 22674 del 24 ottobre 2014.

Confermando la decisione assunta dai giudici d’appello, la suprema Corte ha osservato che in tali circostanze l’utilità organizzativa della struttura terza, integra quel requisito dell’autonoma organizzazione che costituisce il presupposto per l’applicazione del tributo nei confronti di professionisti e piccoli imprenditori.
L’Agenzia delle Entrate ha contestato ad un commercialista l’omesso versamento dell’Irap, rilevando il presupposto impositivo in seguito al controllo automatizzato della dichiarazione dei redditi presentata dal professionista, dalla quale emergeva “l’affidamento a terzi, dietro compenso di euro 80.690,00 annuali, di servizi correlati allo svolgimento dell’attività professionale di dottore commercialista”.
I giudici di appello chiamati ad esaminare il caso hanno affermando che il professionista che trae utilità organizzativa da una struttura terza”, attraverso servizi vari quali “utilizzo di strumenti informatici, computers, banche dati, riviste, attrezzatura varia, servizio di segreteria, etc…”, non può essere, al pari del professionista che faccia parte di uno studio associato, escluso “dall’assoggettamento ad IRAP” e, in particolare, costituisce indice dell’esistenza di un’autonoma organizzazione l’esecuzione di prestazioni afferenti l’attività professionale, da parte di una società di servizi per conto del professionista, nei confronti dei clienti di quest’ultimo.
Su ricorso del professionista, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, osservando che il professionista è soggetto ad Irap qualora sussista il requisito dell’autonoma organizzazione, che ricorre quando impiega beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione oppure si avvale in modo non occasionale di lavoro altrui.
Proprio con specifico riferimento all’impiego non occasionale di lavoro altrui, la suprema Corte ha sottolineato che tale condizione si configura quando sono erogati a terzi elevati compensi per prestazioni afferenti l’esercizio della propria attività, restando indifferente il mezzo giuridico utilizzato (dipendenti, società di servizi o associazione professionale). Ne consegue che, anche in assenza di dipendenti, qualora sia affidato ad una società di servizi, retribuita a percentuale, lo svolgimento di prestazioni correlate all’attività (outsourcing), il reddito professionale deve essere assoggettato ad Irap, venendosi a realizzare il presupposto dell’autonoma organizzazione. In tali casi, comunque, elemento discriminante per l’applicazione del tributo rimane l’aspetto quantitativo, e cioè se sono stati corrisposti compensi “elevati”.