Gli incentivi fiscali per l’acquisto di immobili da locare

3 MAR 2016 Le persone fisiche non esercenti attività commerciale possono beneficiare di specifiche deduzioni dal reddito imponibile ai fini IRPEF in relazione agli investimenti in immobili abitativi da destinare alla locazione. L’Agenzia delle Entrate ha fornito importanti chiarimenti in merito ai criteri ed alle condizioni per accedere ai benefici fiscali (Circolare 2 marzo 2016, n. 3/E).

GLI INCENTIVI FISCALI

Con il cd. “Decreto Sblocca Italia” sono stati introdotti incentivi fiscali a sostegno degli investimenti in abitazioni da destinare alla locazione.
In particolare, per gli acquisti o la costruzione, effettuati da persona fisica non esercente attività commerciale dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2017, di immobili abitativi destinati alla locazione, è riconosciuto all’acquirente una deduzione dal reddito complessivo pari al 20 per cento del prezzo di acquisto dell’immobile risultante dall’atto di compravendita o dei costi di costruzione risultanti attestati dall’impresa costruttrice, nel limite massimo complessivo di spesa di 300.000 euro, nonché degli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle unità immobiliari medesime.
Ai fini del riconoscimento della deduzione, l’unità immobiliare acquistata deve essere destinata, entro 6 mesi dall’acquisto o dal termine dei lavori di costruzione, alla locazione per almeno 8 anni con carattere continuativo. Il diritto alla deduzione, tuttavia, non viene meno se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo e ne viene stipulato un altro entro un anno dalla risoluzione.

DEDUZIONE SULL’ACQUISTO DELL’IMMOBILE (CHIARIMENTI DEL FISCO)

Con riferimento al limite massimo complessivo di spesa di 300.000 euro, la Circolare n. 3/E del 2016 chiarisce che lo stesso costituisce l’ammontare massimo di spesa complessiva su cui calcolare la deduzione, per l’intero periodo di vigenza dell’agevolazione, sia con riferimento alla abitazione che al contribuente.
Ciò significa, ad esempio, che in caso di acquisto di un immobile agevolabile per un corrispettivo pari a 180.000 euro, è possibile effettuare ulteriori investimenti agevolabili entro il 31.12.2017 in relazione ai quali la deduzione può essere applicata fino a 120.000 euro; in caso di investimenti complessivamente superiori a 300.000 euro, dunque, la deduzione resta limitata a tale ultimo importo.
Così, anche, nell’ipotesi di acquisto di un immobile agevolabile da parte di tre acquirenti in comproprietà e in parti uguali per un corrispettivo superiore a 300.000 euro, ciascuno può beneficiare della deduzione su un ammontare massimo di 100.000 euro, pari a un terzo del limite massimo di spesa deducibile di 300.000 euro, spettante per l’immobile medesimo.

DEDUZIONE SUGLI INTERESSI PASSIVI (CHIARIMENTI DEL FISCO)

Per quanto concerne la deduzione del 20 per cento degli interessi passivi dipendenti da mutui contratti per l’acquisto delle abitazioni da destinare alla locazione (da aggiungere alla deduzione del 20 per cento del prezzo di acquisto dell’immobile) la medesima Circolare n. 3/E del 2016 chiarisce che:
– pur mancando una espressa previsione normativa, tale deduzione deve essere correlata ai limiti di spesa previsti per la deduzione del costo di acquisto dell’abitazione. In altri termini, considerato il nesso (rapporto) tra il prezzo dell’abitazione e il mutuo contratto per il suo acquisto, la deduzione per interessi deve essere limitata alla quota degli stessi proporzionalmente riferibile ad un mutuo non superiore a 300.000 euro. Ne consegue che, in caso di mutuo stipulato per un importo superiore a 300.000 euro, gli interessi su cui calcolare la deduzione devono essere ridotti proporzionalmente, applicando la formula (300.000 x Interessi pagati / Importo del mutuo);
– altresì, deve ritenersi applicabile il principio generale secondo cui, ai fini della deduzione dal reddito, l’onere rileva nel periodo di imposta in cui è stata sostenuta la spesa. Di conseguenza, la deduzione in esame deve essere calcolata sull’ammontare degli interessi effettivamente pagati nel periodo d’imposta (a prescindere da quelli maturati) e, pertanto, anche ai fini del controllo in sede di assistenza fiscale e per l’apposizione del visto di conformità, la documentazione di riscontro del predetto ammontare è costituita dalle quietanze di pagamento o dalla certificazione rilasciata dall’istituto di credito che attesti l’ammontare degli interessi pagati nel periodo d’imposta;
– non essendo indicato un limite temporale, la deduzione per gli interessi passivi può essere fruita per l’intera durata del mutuo;
– rispetto al requisito della durata minima del contratto di locazione pari ad 8 anni con carattere continuativo, tale condizione deve ritenersi rispettata anche nell’ipotesi di contratto di locazione a canone concordato, di durata iniziale inferiore che consente “alla prima scadenza” di prorogare il contratto “di diritto” fino alla durata minima prescritta (ad esempio, “sei anni più due”).

Spese per prestazioni di mesoterapia, ozonoterapia, haloterapia e pedagogista

Sono detraibili le spese relative ai trattamenti di mesoterapia ed ozonoterapia, mentre non lo sono quelle relative ai trattamenti di haloterapia e pedagogista (Agenzia delle Entrate – Circolare 02 marzo 2016, n. 3/E).

Rientrano tra gli oneri detraibili le spese mediche e di assistenza specifica, diverse da quelle necessarie nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione, sostenute dai soggetti aventi diritto (in quanto rientranti tra gli oneri deducibili) e dalle spese chirurgiche, per prestazioni specialistiche e per protesi dentarie e sanitarie in genere.
È noto che non tutte le prestazioni rese da un medico o sotto la sua supervisione sono ammesse alla detrazione (prestazioni di chirurgia estetica o di medicina estetica non conseguenti ad incidenti, malattie, o malformazioni congenite), ma solo quelle di natura sanitaria, rispondenti a trattamenti sanitari qualificati che, in quanto finalizzati alla cura di una patologia, devono essere effettuati da medici o da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria (es. chiropratico).
Nello specifico, secondo quanto precisato dal Ministero della Salute, “le prestazioni di mesoterapia e di ozonoterapia sono ascrivibili all’ambito delle procedure e pratiche di natura sanitaria, per quanto non incluse nei Livelli essenziali definiti a livello nazionale”.
Pertanto, le suddette spese, i cui trattamenti siano effettuati da personale medico o da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria, in quanto ascrivibili a trattamenti di natura sanitaria, sono ammesse in detrazione, a condizione che le stesse siano correlate ad una prescrizione medica, idonea a dimostrare il necessario collegamento della prestazione resa con la cura di una patologia.
Diversamente, per ciò che riguarda i trattamenti di “haloterapia” o Grotte di sale, il medesimo Ministero sta svolgendo approfondimenti sulla riconducibilità di tale tipo di trattamento all’ambito delle procedure sanitarie. Pertanto, le relative spese non sono allo stato detraibili.
In merito alle spese per pedagogista, secondo quanto evidenziato nel parere tecnico acquisito dal Ministero della Salute, è “un professionista in possesso della laurea quadriennale in Pedagogia o in Scienze dell’Educazione e laurea specialistica/magistrale ed è una figura che opera in ambito sociale, svolgendo la sua attività nei settori formativo, educativo, sociale e socio-sanitario (solo per le prestazioni sociali)”. Il Pedagogista il cui titolo è equipollente alla Laurea in Scienze dell’Educazione L/19 opera nei servizi socio-educativi, socio-assistenziali e socio-culturali e non può essere considerato una professione sanitaria” deve, quindi, ritenersi che le spese sostenute per le prestazioni rese da un pedagogista non siano detraibili.

Non serve il C.F. del condominio minimo per la detrazione delle spese di edilizia

Ai fini della detrazione delle spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica realizzati sulle parti comuni di un edificio, non è più necessario acquisire il codice fiscale del condominio nelle ipotesi in cui i condomini, non avendo l’obbligo di nominare un amministratore, non vi abbiano provveduto (Agenzia delle Entrate – Circolare n. 3/E del 02 marzo 2016).

Il condominio minimo è composto da un numero non superiore a otto condomini e pertanto non è obbligato alla nomina dell’amministratore di condominio; tale figura è invece richiesta qualora i condomini siano più di otto.
Sulla base di tale principio e al fine di semplificare gli adempimenti dei contribuenti, l’Agenzia delle Entrate ha rivisto il suo precedente orientamento sulla detrazione delle spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica realizzati sulle parti comuni di un edificio sprovvisto di codice fiscale.
In precedenza, era stato chiarito che in assenza del codice fiscale del condominio, qualora le spese relative agli interventi di ristrutturazione edilizia fossero state pagate dai singoli condomini con indicazione del proprio codice fiscale, l’agevolazione era comunque ammessa a patto che, entro il termine della presentazione della dichiarazione dei redditi:
– veniva presentata a un Ufficio territoriale dell’Agenzia delle entrate la domanda di attribuzione del codice fiscale al condominio, mediante il modello AA5/6;
– veniva versata dal condominio, con indicazione del codice fiscale attribuito, la sanzione prevista per l’omessa richiesta del codice fiscale;
– il condominio inviava una comunicazione in carta libera all’Ufficio dell’Agenzia delle entrate competente in relazione all’ubicazione del condominio.

Invece, con gli ultimi chiarimenti forniti, la detrazione è ammessa anche in assenza del codice fiscale del condominio minimo, purché i contribuenti:
– inseriscano nei modelli di dichiarazione le spese sostenute utilizzando il codice fiscale del condomino che ha effettuato il pagamento;
– in sede di controlli, dimostrino che gli interventi sono stati effettuati su parti comuni dell’edificio, e, qualora si avvalgono dell’assistenza fiscale, sono tenuto ad esibire ai CAF o agli intermediari abilitati, oltre alla documentazione ordinariamente richiesta per comprovare il diritto alla agevolazione, una autocertificazione che attesti la natura dei lavori effettuati e indichino i dati catastali delle unità immobiliari facenti parte del condominio.

Infine è stato anche chiarito, in via generale, che la detrazione delle suddette spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica degli edifici sono cumulabili con la detrazione riconosciuta per le spese per la manutenzione, protezione o restauro dei beni di interesse storico ed artistico.

Modalità di fruizione delle agevolazioni fiscali nella Zona franca dell’Emilia

Con la Circolare n. 16076 del 23 febbraio 2016, il Ministero dello Sviluppo Economico definisce le modalità ed i termini di accesso e fruizione delle esenzioni fiscali riconosciute in favore delle microimprese localizzate nella Zona Franca istituita nei territori dell’Emilia colpiti dall’alluvione del 17 gennaio 2014 e nei comuni colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012, integrando e modificando le indicazioni già fornite con la precedente Circolare n. 90178/2015.

LE AGEVOLAZIONI FISCALI

Le Zone Franche urbane dell’Emilia sono state istituite per consentire alle microimprese localizzate nei comuni colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012 e dall’alluvione del 17 gennaio 2014 di risanare i danni subiti e riavviare le attività economiche sul territorio attraverso l’esenzione da imposte sui redditi, IRAP e IMU per gli anni 2015 e 2016.
La gestione delle risorse stanziate a tale scopo è stata affidata al Ministero dello Sviluppo Economico che ha stabilito le modalità e i termini per l’accesso alle agevolazioni con la Circolare ministeriale n. 90178 del 24 novembre 2015, integrata e modificata dalla circolare n. 16076 del 23 febbraio 2016.
Possono beneficiare dell’esenzione prevista per la Zona Franca dell’Emilia, le microimprese localizzate con la sede principale o un’unità locale nei centri storici o nei centri abitati dei seguenti comuni: Bastiglia; Bomporto; Camposanto; Carpi; Cavezzo; Cento; Concordia sulla Secchia; Crevalcore; Finale Emilia; Medolla; Mirabello; Mirandola; Modena (limitatamente ai centri abitati delle frazioni di la Rocca, San Matteo, Navicello e Albareto); Novi di Modena; Poggio Renatico; Reggiolo; S. Possidonio; San Felice sul Panaro; San Prospero; Sant’Agostino.
Ulteriore condizione per l’accesso all’esenzione è che l’attività esercitata rientri in una delle seguenti divisioni della classificazione ATECO:
– Commercio all’ingrosso e al dettaglio e riparazione di autoveicoli e motocicli – Div. 45
– Commercio al dettaglio (escluso quello di autoveicoli e di motocicli) – Div. 47
– Alloggio – Div. 55
– Attività dei servizi di ristorazione – Div. 56
– Attività dei servizi delle agenzie di viaggio, dei tour operator e servizi di prenotazione e attività connesse – Div. 79
– Attività sportive, di intrattenimento e di divertimento – Div. 93
– Riparazione di computer e di beni per uso personale e per la casa – Div. 95
– Altre attività di servizi per la persona – Div. 96
Sono escluse, in ogni caso, le imprese costituite in data successiva al 31 dicembre 2014.

Su specifica domanda delle imprese interessate il Ministero dello Sviluppo Economico, proporzionalmente ai fondi stanziati, riconosce le agevolazioni con apposito provvedimento di concessione.
L’ammontare riconosciuto è utilizzato in compensazione delle imposte dovute per i periodi d’imposta 2015 e 2016.

LE INTEGRAZIONI DELLA CIRCOLARE

Con la recente circolare n. 16076/2016 il Ministero fornisce ulteriori indicazioni sulle modalità di recupero delle imposte oggetto di esenzione eventualmente versate in eccedenza dalle imprese beneficiarie, precisando che tutti i contribuenti che intendono fruire delle agevolazioni devono versare, mediante il modello F24, le imposte per le quali è prevista l’esenzione utilizzando in compensazione l’ammontare dell’agevolazione riconosciuto dal Ministero con l’apposito provvedimento di concessione sulla base della domanda presentata.
La suddetta compensazione deve essere effettuata anche nell’ipotesi in cui le imposte per le quali è prevista l’esenzione siano state già versate. In tal caso, eventuali eccedenze di versamento dovranno essere recuperate attraverso le ordinarie modalità previste per ciascuna imposta per la quale si fruisce dell’esenzione; così, ad esempio, per le eccedenze di versamento relative alle imposte sui redditi, il recupero sarà effettuato indicando l’ammontare dell’eccedenza nel quadro RX del modello UNICO.

Con riferimento alle modalità di concessione delle agevolazioni, la circolare chiarisce che le stesse sono riconosciute con criterio proporzionale, sulla base delle risorse stanziate, rispetto all’ammontare richiesto dall’impresa e indicato nel modulo di domanda. In altri termini, il Ministero procede alla ripartizione delle risorse disponibili (euro 19.600.000,00 per l’esercizio 2015 ed euro 19.600.000,00 per l’esercizio 2016, per complessivi euro 39.200.000,00) tra tutte le imprese ammissibili, sulla base del rapporto tra l’ammontare delle medesime risorse disponibili e l’importo delle agevolazioni complessivamente richieste dalle imprese, come risultante dai moduli di istanza. Conseguentemente, l’importo dell’agevolazione concessa dal Ministero potrà essere inferiore a quello dell’agevolazione richiesta dall’impresa nel caso in cui l’ammontare delle agevolazioni complessivamente richieste dalle imprese istanti superi la dotazione finanziaria stanziata. In ogni caso, l’importo massimo dell’agevolazione fruibile è dato dal massimale di aiuto previsto dal regolamento de minimis (euro 200.000,00), detratti gli eventuali aiuti a titolo di «de minimis» già ottenuti dall’impresa.

Sono state modificate, inoltre, alcune indicazioni della precedente Circolare n. 90178/2015 riguardanti le agevolazioni concedibili. In particolare, per quanto concerne l’esenzione dalle imposte sui redditi, è stato precisato che non rilevano ai fini della determinazione del reddito esente i componenti positivi e negativi riferiti a esercizi precedenti al 2015, la cui tassazione o deduzione è stata rinviata in conformità alle disposizioni del TUIR. Ciò significa, che la quota di una plusvalenza generata prima del 2015 e rateizzata non concorrerà alla formazione del reddito esente, ma costituisce, in ogni caso, componente positivo di reddito di impresa soggetto a tassazione ordinaria.

TERMINE PER PRESENTARE LA DOMANDA DI AGEVOLAZIONE

L’istanza per l’accesso alle agevolazioni, firmata digitalmente, deve essere presentata in via esclusivamente telematica tramite la procedura informatica accessibile dalla sezione “ZFU Emilia” del sito Internet del Ministero (www.mise.gov.it).
L’accesso alla suddetta procedura informatica è riservata al legale rappresentante dell’impresa come risultante del certificato camerale tramite identificazione e autenticazione con la Carta nazionale dei servizi (CNS).
Una volta effettuato l’accesso alla procedura informatica, il legale rappresentante può conferire ad altro soggetto delegato il potere di rappresentanza per la presentazione dell’istanza tramite la citata procedura informatica. L’istanza deve essere firmata digitalmente dal soggetto che compila e presenta l’istanza.
Al modulo di istanza deve essere allegata la dichiarazione rilasciata dal Comune attestante che l’impresa è localizzata all’interno della zona franca, avendo, entro il perimetro della predetta zona, la sede principale o un’unità locale.

Le istanze possono essere presentate a decorrere dalle ore 12:00 del 21 dicembre 2015 e sino alle ore 12:00 del 31 marzo 2016.

L’ordine temporale di presentazione delle istanze non determina alcun vantaggio né penalizzazione nell’iter di trattamento delle stesse, perché le risorse disponibili saranno assegnate alle imprese ammesse ripartendole in proporzione all’ammontare complessivo delle agevolazioni richieste.

Pagamento del canone RAI anche con l’oscuramento dei canali

La Corte di Cassazione con ordinanza 02 febbraio 2016 n. 1922 ha affermato che la richiesta di oscuramento dei canali RAI non estingue l’obbligo di pagamento del canone

L’Agenzia delle Entrate ricorre contro il contribuente e nei confronti di Equitalia per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale del Lazio ha annullato una cartella di pagamento emessa per omesso pagamento del canone televisivo perché non dovuto in quanto il contribuente aveva richiesto l’oscuramento delle reti Rai e aveva dichiarato l’inutilizzo dell’apparecchio televisivo detenuto perché rotto.
Il ricorso appare fondato in quanto l’assunto su cui si fonda la decisione della sentenza gravata – vale a dire che le argomentazioni del contribuente dovrebbero presumersi fondate perché non contestate da parte degli interpellati – viola il disposto dell’articolo 115 c.p.c. Tale ultima disposizione, infatti, riferisce l’onere di contestazione alle allegazioni di fatto e non alle prospettazioni in diritto della controparte.
Sotto altro aspetto, la sentenza gravata si pone in contrasto con la disciplina del canone radiotelevisivo dettata dal regio decreto-legge n. 246/38, il quale, come le Sezioni Unite di questa Corte hanno precisato nella sentenza n. 24010/07, non trova la sua ragione nell’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente all’Ente, la Rai, che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, ma costituisce una prestazione tributaria fondata sulla legge e non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio; la richiesta di oscuramento dei canali Rai, infatti, non rientra nel novero dei fatti estintivi dell’obbligo di pagamento del canone previsti dall’articolo 10 di tale regio decreto-legge.
La Suprema Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza gravata e rinvia ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale del Lazio.

Prestazioni sanitarie intra moenia soggette a Irap se c’è accordo aziendale

I medici dell’Azienda Sanitaria Locale che svolgono anche attività professionale oltre l’orario normale di lavoro non sono tenuti al pagamento dell’Irap dovuta dall’Azienda che resta l’unico soggetto passivo dell’imposta (Corte di cassazione – sentenza 11 gennaio 2016, n. 199).

L’ASL non può operare trattenute a titolo di Irap nei confronti dei medici, salvo in presenza di una traslazione convenzionale, essendo quest’ultimi estranei al rapporto tributario, in quanto lavoratori subordinati del sostituto d’imposta.

È indiscusso infatti che i medici possano trasferire i costi dell’attività sugli onorari professionali in quanto:
– violerebbero l’applicazione delle tariffe a cui sono tenuti;
– l’onorario è concordato e non è modificabile unilateralmente dalle parti.

L’ASL può quindi traslare i costi legati all’attività intra moenia solo in presenza di una relativa clausola di traslazione all’interno dell’accordo integrativo aziendale. In tale fattispecie il soggetto passivo dell’imposta resta pur sempre l’azienda ospedaliera e non i singoli medici che, in presenza di tale clausola, è legittimata ad effettuare una trattenuta a titolo di Irap sui compensi erogati.
In tal caso la traslazione operata dall’azienda deve basarsi su di una esplicita clausola di traslazione del relativo onere; pertanto, la trattenuta è illegittima qualora l’accordo integrativo aziendale dell’area medica non prevede in maniera esplicita la traslazione dell’imposta a carico dei medici.

Incentivo all’esodo: prescrizione per il rimborso del credito IRPEF

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 26 febbraio 2016, n. 3793, ha affermato che la domanda di rimborso del credito IRPEF generato dalla maggiore trattenuta operata dal datore di lavoro sull’incentivo all’esodo in base alla norma del TUIR successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione Europea dalla sentenza della Corte di Giustizia, deve comunque essere presentata entro 48 mesi dalla data della trattenuta e non dalla data della sentenza. Perde, dunque, il diritto al rimborso il lavoratore che non abbia presentato l’istanza entro il predetto termine.

FATTO

La domanda del contribuente di rimborso del credito IRPEF derivante dalla maggiore ritenuta operata dal datore di lavoro sulla somma erogatagli a titolo di incentivo all’esodo in occasione della cessazione del rapporto di lavoro, è stata rigettata dall’Agenzia delle Entrate perché presentata oltre il termine generale previsto dalla normativa (48 mesi dalla data di effettuazione della trattenuta da parte del datore di lavoro).
Il credito IRPEF, d’altra parte, risultava generato per effetto della successiva sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ha dichiarato contraria al diritto comunitario la disposizione che disciplinava il regime di tassazione dell’incentivo all’esodo, prevedendo un trattamento fiscale più favorevole alle donne, rispetto agli uomini.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno riconosciuto la tempestività e fondatezza dell’istanza di rimborso, precisando che l’inizio del termine di decadenza stabilito per la presentazione dell’istanza (48 mesi), andava individuato nel momento in cui il diritto poteva essere esercitato e quindi nella data di pubblicazione della suddetta decisione della Corte di Giustizia Europea.
La decisione dei giudici tributari è stata contestata dall’Agenzia delle Entrate che presentato ricorso in Cassazione.

LA NORMA CONTRARIA AL DIRITTO COMUNITARIO

Secondo la disposizione che disciplinava il regime di tassazione dell’incentivo all’esodo, per le somme corrisposte in occasione della cessazione del rapporto al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori che abbiano superato l’età di 50 anni se donne e di 55 anni se uomini, l’imposta era applicata con l’aliquota pari alla metà di quella applicata per la tassazione del trattamento di fine rapporto.
Rispetto a tale disposizione la Corte di Giustizia Europea ha sancito che, sulla base del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, deve ritenersi contraria al diritto comunitario la norma italiana che consente, a titolo di incentivo all’esodo, il beneficio della tassazione con aliquota ridotta alla metà delle somme erogate in occasione dell’interruzione del rapporto di lavoro ai lavoratori che hanno superato i 50 anni, se donne, e i 55 anni, se uomini.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Riformando la decisione dei giudici tributari che avevano accolto il ricorso del contribuente contro il diniego dell’Agenzia delle Entrate all’istanza di rimborso dell’IRPEF, la Corte di Cassazione ha affermato che il termine generale previsto a pena di decadenza per la presentazione della domanda di rimborso del credito di imposta (48 mesi) e decorrente dalla “data in cui la ritenuta è stata operata”, deve ritenersi applicabile anche nel caso in cui l’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione europea da una sentenza della Corte di giustizia.
Ciò in quanto, l’efficacia retroattiva della pronuncia della Corte di Giustizia Europea – come quella che assiste la declaratoria di illegittimità costituzionale – incontra il limite dei rapporti esauriti, ipotizzabile allorché sia maturata una causa di prescrizione o decadenza, trattandosi di istituti posti a presidio del principio della certezza del diritto e delle situazioni giuridiche.
In conclusione, secondo i giudici della Suprema Corte, tenuto conto della portata generale del termine di decadenza, con riferimento al diritto al rimborso preteso dal contribuente sulla base del trattamento fiscale illegittimo applicato alle somme corrisposte a titolo di incentivo all’esodo ai lavoratori alla cessazione del rapporto di lavoro, l’istanza deve ritenersi tardiva qualora proposta oltre il termine di 48 mesi dai versamenti tramite ritenuta.

Fabbricati D: aggiornamento coefficienti per IMU e TASI 2016

Aggiornati i coefficienti per i fabbricati appartenenti al gruppo catastale D, ai fini IMU e TASI 2016 (Ministero dell’Economia e delle Finanze – Decreto 29 febbraio 2016).

Per i fabbricati classificabili nel gruppo catastale D, non iscritti in catasto, interamente posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, fino all’anno nel quale i medesimi sono iscritti in catasto con attribuzione di rendita, il valore è determinato, alla data di inizio di ciascun anno solare ovvero, se successiva, alla data di acquisizione, applicando i seguenti coefficienti di aggiornamento: 1,01 per gli anni 2014-2016; 1,02 per l’anno 2013; 1,04 per l’anno 2012; 1,07 per l’anno 2011; 1,09 per l’anno 2010; 1,10 per l’anno 2009; 1,14 per l’anno 2008; 1,18 per l’anno 2007; 1,22 per l’anno 2006; 1,25 per l’anno 2005; 1,32 per l’anno 2004; 1,37 per l’anno 2003; 1,42 per l’anno 2002; 1,45 per l’anno 2001; 1,50 per l’anno 2000; 1,52 per l’anno 1999; 1,54 per l’anno 1998; 1,58 per l’anno 1997; 1,63 per l’anno 1996; 1,68 per l’anno 1995; 1,73 per l’anno 1994; 1,77 per l’anno 1993; 1,79 per l’anno 1992; 1,82 per l’anno 1991; 1,91 per l’anno 1990; 1,99 per l’anno 1989; 2,08 per l’anno 1988; 2,25 per l’anno 1987; 2,43 per l’anno 1986; 2,60 per l’anno 1985; 2,77 per l’anno 1984; 2,95 per l’anno 1983; 3,12 per l’anno 1982 e anni precedenti.
Il decreto 29 febbraio 2016 è stato pubblicato sul sito ufficiale del Ministero dell’Economia e delle finanze (www.finanze.it), in attesa di pubblicazione in G.U.

I punti vendita non possono vietare la rilevazione dei prezzi

Il titolare di un esercizio commerciale non può vietare la rilevazione dei prezzi in quanto non incide in maniera negativa sulla concorrenza né viola la definizione di domicilio (Ministero Sviluppo Economico – Risoluzione n. 11667/2016).

Partendo dal presupposto che in base alla vigente disciplina commerciale il prezzo deve essere reso pubblico, nell’attività di rilevazione prezzi nei punti di vendita non rilevano elementi che possano far ricondurre la rilevazione stessa dannosa alla concorrenza. Al contrario, sono vietati tutti quei comportamenti, da parte delle imprese, che tendono a restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale.
Per di più, l’attività di rilevazione prezzi non configura neanche un atto di concorrenza sleale che ricorre invece qualora un soggetto si avvale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale idoneo a danneggiare l’altrui azienda.

Non viola, inoltre, il “domicilio” riferito alla privata dimora del cittadino, in quanto luogo soggetto ad un accesso controllato e discrezionale del suddetto, al contrario, invece, di un’attività di supermercato come luogo aperto al pubblico, ovvero come quel luogo cui chiunque può accedere a determinate condizioni stabilite dalla legge.

Non può essere, quindi, impedito l’accesso e lo svolgimento dell’attività di rilevazione dei prezzi all’interno di un esercizio commerciale, laddove però la medesima non intralci il normale svolgimento dell’attività commerciale.

Revisione 2016 per gli studi di settore

Pubblicati il programma delle revisioni degli studi di settore applicabili a partire dal periodo d’imposta 2016 e le modifiche alla modulistica da utilizzare per il periodo d’imposta 2015 (Agenzia delle Entrate – Provvedimento 26 febbraio 2016, n. 31160).

Si tratta complessivamente di n. 67 modelli degli studi di settore, così suddivisi:
– n. 20 per il settore delle manifatture;
– n. 19 per il settore dei servizi;
– n. 7 per i professionisti;
– n. 21 per il settore del commercio.
I suddetti studi di settore in vigore saranno sottoposti a revisione e potranno essere applicabili a partire dal periodo d’imposta 2016, a seguito di approvazione con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze.
Al termine delle elaborazioni dovrebbero essere previsti, ove ciò risulti possibile sulla base delle risultanze delle analisi effettuate, accorpamenti tra studi di settore; con tali accorpamenti si darà attuazione all’Atto di indirizzo del Ministro dell’Economia e delle Finanze per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2016-2018.
Sarà altresì possibile, sempre sulla base delle analisi e delle elaborazioni effettuate, prevedere trasferimenti di uno o più codici di attività da uno studio di settore ad un altro sottoposto a revisione.
Nel caso di modifiche normative che prevedano l’esclusione dall’applicazione degli studi di settore per particolari categorie di soggetti si procederà alla contestuale ripianificazione delle attività di revisione degli studi, escludendo quelli interessati dalle modifiche normative o sospendendo le relative attività di analisi ed elaborazione.